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Mediterranea | July 20, 2019

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Quando il giornalismo diventa impegno sociale - Mediterranea

Quando il giornalismo diventa impegno sociale
Veronica Matta
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“La povertà è per definizione la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato (o del tutto mancante nel caso della condizione di miseria) accesso a beni essenziali e primari, ovvero beni e servizi sociali d’importanza vitale”.

L’intento di volere intervistare il giornalista Antonello Lai, conduttore della nota trasmissione locale “Zona Franca”, è di poter parlare delle povertà e dell’esclusioni sociali diffuse nel nostro territorio, cercando di evitare le solite banalità e argomentazioni retoriche. Non soffermarsi, quando dal divano di casa nostra, saltando da un canale all’altro, incappiamo nella trasmissione “Zona Franca” non è cosa facile; è impossibile non farsi catturare dalle storie spesso estreme e durissime di cittadini disposti a farsi intervistare e riprendere da una telecamera pur di richiamare un po’ di attenzione sulle loro misere e difficili vite. Antonello Lai è forse l’unico giornalista locale in grado di cogliere l’essenza della problematica della povertà locale e uno di quei pochi giornalisti “che si sporcano le mani” lavorando nel sommerso ed attivando anche se con difficoltà le misure idonee per risolvere casi “impossibili”.

Andando oltre ciò che riportano le statistiche ufficiali, il nostro lavoro parte da domande che nascono spontanee alle quali Antonello Lai risponde con la stessa e identica spontaneità. “Se per povertà si intende….” questa è la condizione iniziale con cui si affronta il tema della povertà; perché oggi parlare di povertà non è semplice e spesso nel cercare di darle una definizione si rischia di perderla di vista. “Poter arrivare o meno alla fine del mese…” questa condizione potrebbe indicare una primo tentativo di analisi della povertà.

Non c’è dubbio che questo momento storico sia complicato da comprendere, ma è incredibile che giorno dopo giorno si assista al crescente numero di cittadini che si trovano a fare i conti con una realtà sociale e lavorativa che li sta mettendo in ginocchio. Alcuni hanno perso il lavoro, altri hanno terminato gli studi e sono a zonzo, altri ancora sono in cassa integrazione; aumentano le famiglie monoreddito che si abituano a tirare la cinghia e anche se con fatica, tutto sommato, riescono a tenersi a galla. Mille trucchetti per risparmiare laddove è possibile: niente pizzerie, niente cinema, niente vacanze; insomma piccoli accorgimenti che nascono dal bisogno di prestare attenzione a ciò che si fa.

Ma i poveri di cui parla Antonello Lai non sono questi, che tutto sommato riescono a campare; i cittadini che si rivolgono a lui sono cittadini esclusi, soli e abbandonati dalle istituzioni, cittadini che nessuno più ascolta. Sono quelli che vivono in condizioni disagiate, in case fatiscenti quando non finiscono per strada, sotto un eternit o una vecchia anta di un armadio o in ex-porcilaie. Essere poveri a Cagliari significa tutto questo. Ci sono nuove povertà che si aggiungono alle vecchie e tradizionali povertà; la “non novità” però è sempre la solita e vecchia minestra riscaldata offerta da chi gestisce il potere economico locale e suona in questo modo: “non abbiamo soldi”. Beh! Non deve corrispondere proprio al vero questa affermazione, visto che con il semplice utilizzo di una videocamera e di una rete televisiva spesso e quasi sempre si ottiene ciò che il comune cittadino da solo non può nemmeno sperare di sognare, ossia una casa dove ci sia acqua e elettricità e cibo per sopravvivere. Riuscendo a cogliere l’essenza della problematica relativa alle povertà presenti nel nostro territorio e alle conseguenti esclusioni sociali da un punto di vista giornalistico, politico, sociale e umano, abbiamo raccolto la descrizione di una realtà che spesso genera paura, angoscia, rifiuto e sdegno. Nessuna formalità, nessun linguaggio sofisticato, Antonello Lai va dritto al sodo, coglie il nocciolo della questione, e giustifica appieno la volontà intuitiva di far conoscere a tutti, attraverso la sua testimonianza, anche quella di quanti hanno avuto bisogno di far sentire la propria voce mediante la sua professionalità e umanità.

Cosa vuol dire essere poveri a Cagliari?

Prima di tutto facciamo un distinguo importante: se la povertà è non finire il mese, a dieci giorni dalla fine del mese, allora c’è veramente tanta povertà; se guardiamo invece la povertà che c’è tutti i giorni per le strade, quella forse è aumentata. Per le strade non si vedono tante persone che chiedono soldi, per lo meno tra quelle locali. Quelli che vivono in Sardegna, i sardi, non vanno a chiedere l’elemosina per le strade ma molto più dignitosamente fanno ricorso alla Caritas o ai tanti gruppi di volontariato che nascono all’interno delle parrocchie che distribuiscono le derrate alimentari. Questi gruppi volontari hanno spesso dei nominativi che volta per volta possono variare ma solitamente aumentano, e siccome le derrate sono sempre le stesse, alla fine poi se le devono pure dividere. Queste derrate non rispondono naturalmente ai fabbisogni che riguardano la carne, il pesce, le verdure o la frutta, ma sono delimitate semplicemente a latte, pasta, zucchero, olio, cioè ai beni di prima necessità. Ma i cittadini che incontro, affermano che tutto questo aiuta. Se per esempio vogliamo vedere della povertà reale di cittadini che non ce la fanno proprio a campare, dobbiamo andare, intorno alle 13.00, alla chiusura del mercato civico di Cagliari dove si recano una miriade di persone che incomincia a raccattare di tutto: dal pesce che gli operatori buttano, alla frutta e alla verdura, fino alla carne anche se un po’ di meno. Devo dire comunque che, quando c’è stato bisogno, gli operatori del mercato sono sempre stati piuttosto solidali, anche quelli che gestiscono il settore della carne.

La povertà di oggi è diversa da quella di 30 anni fa rispetto ad una generazione fa?

Oggi ci sono delle nuove povertà che sono quelle per le quali l’euro ha dimezzato le entrate; i prezzi sono rimasti invariati e una persona non riesce davvero a finire il mese: questa è una nuova povertà. Un’altra nuova povertà è per esempio quella che sorge nel momento in cui una famiglia si divide e uno dei due coniugi è costretto a lasciare all’altro, casa e figli. Prendiamo quindi il caso di un padre di famiglia a cui destina parte del proprio reddito, costui non riesce più ad avere una casa. Questo è solo un esempio, ma ne ho visti parecchi in questa situazione; sono persone insospettabili, che ciclicamente vivono all’interno della loro macchina oppure cercano alloggio in viale Fra Ignazio alla Casa del Povero. Insomma queste sono le nuove povertà che vede migliaia di cittadini con l’acqua alla gola: “con un solo stipendio da 1200 euro non possono soddisfare e coprire due famiglie, per cui uno dei due coniugi deve uscire di casa e dormire in macchina”. Le cifre sono drammatiche.

Sono più poveri gli italiani o gli immigrati?

In città sono più poveri gli immigrati, nei paesi ci sono delle punte che sono sommerse dove sono proprio alla pari.
Tutti, sia gli immigrati sia gli estremamente poveri, hanno dei problemi logistici, cioè “vivono in posti malsani, porcilaie vere e proprie oppure in case varie ed eventuali costruite con eternit, cartoni.. ecc”. Questa è una realtà presente nei paesi, visibile non nei centri abitati ma nelle periferie delle campagne, ed è davvero estesa.

Quali categorie non vengono mai menzionate? (Immagino i malati di mente, le malattie genetiche o da lavoro). Ci sono poveri con più necessità?

Quando visito una famiglia, c’è sempre un problema reale di salute, come, per esempio, il caso che ho conosciuto ieri: “una famiglia che vive con 200 euro di pensione di lei e 260 euro di pensione di lui che sta aspettando un trapianto di cuore; hanno 6 figli piccolini e uno di questi è diabetico”. Vivono con 460 euro e proprio ieri, ho fatto un servizio sperando di ricevere un aiuto. Quando ci sono situazioni di questo tipo, purtroppo, la malattia è sempre presente .

La solidarietà verso i poveri è diminuita o aumentata negli ultimi 30 anni? Oppure sono aumentati i poveri?

Una cosa che non è mai cambiata è che i ricchi non aiutano i poveri, i poveri invece aiutano i poveri, forse perché “ci si ritrova tra simili”. I ricchi tendono ad aiutare, ma sempre sottoforma di Fondazioni con le quali poi scaricano le tasse. Invece, paradossalmente, la vera beneficienza si fa in nero!
I poveri solitamente aiutano i poveri, ma quando i poveri non si fanno sentire, utilizzo una cartina di tornasole precisa. Quando 15 anni fa ho iniziato ad occuparmi di sociale, arrivavano soldi; “bastava che mandassi in onda il servizio” perché arrivassero degli aiuti economici importanti.
Con il tempo, in maniera decrescente, le offerte economiche sono diminuite. Quando parlo di soldi, mi riferisco a cifre intorno ai dieci milioni delle vecchie lire, da parte di cittadini agiati che hanno usato questo canale perché venissero poi distribuiti ai poveri. Solo dall’anno scorso, stiamo ricevendo nuove donazioni; per esempio, l’altro giorno, è arrivata una mazzetta di soldi per una ragazza che “era arrivata alla frutta”, aveva gravi problemi respiratori e grazie a quel denaro ora potrà operarsi. Tanti ci chiamano per offrire cibo e vestiti. La solidarietà, anche se lentamente, sta riprendendo; nonostante la crisi, in questo periodo, le persone donano di più.

Come reagisce l’opinione pubblica quando una famiglia finisce in disgrazia?

È questa: “poverino, sciadadeddu, mischineddu… però come mai, quando fa l’intervista, ha un braccialetto d’oro? Se fosse povero, potrebbe impegnarlo? Hai visto pero che ha i telefonini? Ah eh… pero … sa sigaretta ja da tenniri in sa manu…”. Questa è la reazione della gente: “se sei povero, devi essere povero e farlo anche vedere”; nessuno pensa che magari quegli oggetti, non so un braccialetto o una catenina, potrebbero pure essere stati ereditati dai genitori ormai scomparsi”. Il povero, tutto questo non può permetterselo.

Perché il povero viene emarginato come un estraneo?

Beh ricordo una spigolatura che diceva: “al cane rognoso arrivano bastonate”, quindi “uno, più è rognoso più viene trattato male”, non c’è verso.

C’è qualcosa di malato nella nostra società dei consumi: possiamo avere solo amici ricchi?

Nella nostra società di consumi mi sembra che tutto sia quanto meno strano; c’è una differenza abissale tra la vita di un povero e quella di un ricco o un politico, anche rispetto al modo di pensare; vivono tutti su fasce distinte, lontane le une dalle altre, incapaci di comunicare.
La politica e anche parte del giornalismo perpetuano un linguaggio che serve per criptare le notizie e le informazioni in maniera che le persone abbiamo meno cultura, si occupino di più gossip e rompano meno i coglioni ai politici.
Spesso capita che anche il politico più sensibile non riesca ad attuare delle riforme importanti a causa di forti difficoltà e di scarsa solidarietà e cooperazione tra i colleghi che fanno di tutto per non farti agire al meglio. In questo modo, talvolta i buoni propositi vanno a farsi benedire per tre motivi:
a) Uno, diventi più egoista
b) Due, non diventi egoista. Vorresti realizzare delle buone iniziative ma le persone attorno non te lo permettono perché altrimenti davanti agli occhi degli altri: “tu fai le cose e fai bella figura e noi che non le facciamo, una brutta figura….”. Quindi ti mettono nell’impossibilità di agire.
c) Terzo, tutto passerebbe istituzionalmente, quindi anche il politico propositivo, basta che rompi i coglioni ad un partito, e la proposta di legge cade nel nulla, e magari si trattava di un provvedimento importante teso a favorire le categorie più deboli. Da questo punto di vista, siamo fregati.

Quali sono le cause strutturali della povertà? Intendendo per strutturali, le cause materiali che riducono un individuo o un gruppo di individui alla povertà.

L’assoluta impossibilità di trovare un posto di lavoro.
“Se non hai un minimo di santi in paradiso che te lo faccia avere dai tre mesi ai sei mesi… per poi ritornare a fare i debiti fino agli altri sei mesi ecc ecc…”. Il lavoro è la base.
Nei paesi, esisteva una consuetudine detta “sa giornada de su poveru” (la giornata del povero). Non era una giornata commemorativa, era una sorta di solidarietà che si faceva per e con i più bisognosi.
In “sa giornada de su poveru”, un povero riceveva una cassa di mele o una cassetta di fagiolini come ricompensa al lavoro prestato nel campo dell’agricoltore che aveva bisogno di un aiuto per raccogliere i propri frutti. La giornata del povero non c’è più, ma non perché non ci siamo le materie prime; prendiamo l’esempio dei pomodori: “ I pomodori costano talmente poco, vengono pagati talmente poco che non conviene nemmeno venderli, quindi neanche raccoglierli…”.
Oggi nei paesi, nessuno muore di fame perché comunque esiste una rete di solidarietà che garantisce sempre un po’ di cibo: “la frutta o la verdura, te la danno sicuramente”.

C’è uno studio degli ultimi anni che indichi delle possibili soluzioni?

Secondo me, ma potrei essere smentito, le soluzioni alla povertà che vengono solitamente annunciate, nel momento in cui hanno un respiro poco largo, nel senso che sono molto veloci e immediate, sono fatte soprattutto per avere un riscontro veloce sui giornali, sotto forma di articolo o conferenza.
Una persona che ha pochi soldi è più facilmente ricattabile, cosi funziona anche per i posti di lavoro: “pochi posti di lavoro, le persone si vendono a meno prezzo e allora le aziende invece che investire in Italia investono in altre parti del mondo dove lo stipendio è un terzo o un quarto di quello italiano”.

Può portarci una riflessione sulla realtà quotidiana di chi è vittima della povertà e dell’esclusione sociale, con una particolare attenzione al lato umano della storia

Tutte le volte che faccio delle cose in televisione e vedo che ci sono delle necessità, non mi tiro indietro: “faccio appello a preti, operatori del mercato ecc, poi qualche cosa si muove e qualcuno riesce a trovare occupazioni stagionali o brevi”.
Ci sono dei casi che, dal punto di vista televisivo o giornalistico, hanno implicato una tecnica di lavoro particolare. Funziona cosi: “uno sta male e mi chiama; io penso tra me e me “esistono dei fondi statali? Bene! Usiamoli!” Ma ciò che ci ripetono da anni è che non ci sono i fondi; ecco perchè ci vediamo costretti a passare all’altra strategia che consiste nel portare il cittadino in difficoltà direttamente dal sindaco o dagli assistenti sociali con l’uso della telecamera.
Al Sindaco gli si dice: “… Signor Sindaco visto e considerato che questa persona ha bisogno, vediamo di attivare le politiche sociali giuste e facciamole funzionare!”; se il primo cittadino non lo fa, io continuo ad attaccarlo e tartassarlo con le telecamere finché qualcosa non si smuove. E allora ecco che improvvisamente, a Siliqua, il cittadino che viveva sotto un’anta di un armadio per strada con il cane, riesce ad ottenere una casa oppure ecco che quella famiglia riesce ad ottenere anche 4000 euro l’anno. Per fare tutto questo, si innesca un meccanismo che, dal punto di vista giornalistico, funziona cosi: “se tu fai bene, caro Sindaco, io ti mando in televisione e dico che fai bene, se fai male… io ti rompo i coglioni finché non risolvi la situazione”. Questo è il modo efficace ed io lo uso.

Le persone si rivolgono a noi come ultima possibilità. Si è sparsa la voce che qualcosa riesco ad aggiustarla, che con me qualcosa si riesce sempre ad ottenere. Non sarà molto, pero magari alcuni cittadini risolvono il problema della bettola e del mangiare. Altri avrebbero bisogno di denaro e derrate alimentari ma i poveri non chiedono solo questo; vogliono anche essere ascoltati, riconosciuti come cittadini. Una cosa è certa: “i politici non vogliono fare brutta figura”.

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