Protezione dell'ambiente
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Oppure
L’uomo al centro dell’Ambiente

In quasi tutte le campagne elettorali si ritrovano le stesse parole chiave: Lavoro, Salute, Istruzione ed Economia. Se nell’imminenza della competizione si verificano particolari accadimenti, compaiono ulteriori vocaboli come Giustizia, Sicurezza, Ambiente, Beni Culturali, Emergenza Sociale e poche altre. Parole dense di significato e capaci di racchiudere in esse “mondi” al cui centro dovrebbero trovarsi gli individui nella loro singolarità e in tutte le forme di aggregazione sociale possibili: famiglia, impresa, associazione culturale, sportiva, religiosa, laica, di volontariato, solo per citarne alcune.

Troppo spesso, in varie parti del mondo, le categorie economicamente più svantaggiate si trovano al centro come bersaglio, invece che al centro del loro ambiente sociale e geografico e al centro delle attenzioni della politica sana che, va ricordato, esercita un potere delegato per l’amministrazione del territorio e delle sue genti. Tra i vari ingredienti necessari alla buona amministrazione di una popolazione non si può continuare a rimandare la presa di coscienza dell’importanza della dualità uomo-ambiente.
Ha senso parlare di politica senza parlare di ambiente? Ambiente è il suolo dove poggiano i nostri piedi, anche se lo abbiamo coperto di edifici; ambiente è quello che sta attorno alle nostre città e che noi continuiamo a traforare, in alcuni casi sventrare, con talune attività di cava selvaggia; ambiente è anche quello che deforestiamo, incendiamo o ancora inquiniamo con le attività umane e industriali che non lo rispettano. Spesso la differenza tra l’uso compatibile con uno specifico ambiente e lo sfruttamento irrispettoso degli equilibri naturali, sta nella preminenza dello spietato interesse economico per l’oggi contrapposto all’uso lungimirante delle risorse disponibili. Abbiamo anche smesso di sdegnarci e ci siamo perfino assuefatti al sentir dire che bisogna “garantire” e rendere commerciabile il “diritto di inquinamento”.

Avere una visione del mondo o una proposta di società che non tenga in debito conto il futuro di quei beni comuni e fondamentali alla vita dell’uomo è forse origine della vacuità delle proposte che ci vengono propinate dalla mala politica. Acqua, terra e aria non sono elementi di una qualche teoria new age e non sono semplicemente elementi naturali che ci circondano e sempre disponibili, ma sono i tasselli fondamentali dell’ambiente che, se non compromessi, rendono questo pianeta, (l’unico a disposizione per ora), accogliente e compatibile con la vita umana. Sono elementi ampiamente disponibili in natura, quindi a disposizione senza il nostro impegno per produrli, che possiamo utilizzare per vivere meglio: trasformando il suolo, ad esempio, con l’agricoltura e l’edificazione; utilizzando le risorse del sottosuolo con l’estrazione dei metalli e delle fonti energetiche; catalizzando sole e vento per produrre energia; servendoci dell’acqua per gli usi alimentari, agricoli, energetici ecc. L’utilizzo e la trasformazione di questi elementi, non lo sfruttamento sregolato che si beffa del loro “delicato” equilibrio, migliorano la vita dell’uomo attraverso le varie forme di governo di una politica capace di meritarsi la maiuscola. La Politica, quella fortemente e sfacciatamente interessata a diffondere un maggior benessere, quella disinteressatamente orientata a servire la società, coinvolgendola senza servirsene, governa l’uso delle risorse disponibili nel territorio di riferimento bilanciandole con quelle da reperire in altri luoghi. La trasformazione del territorio con l’edificazione intensiva o estensiva, l’estrazione delle risorse energetiche e di altri materiali, il tipo di agricoltura… sono tutte attività che possono incidere sul territorio in modo sostenibile o “insostenibile”, in relazione all’uso o allo sfruttamento delle risorse.

Se il crinale di una montagna subisce un disboscamento acritico per l’uso dei legnami o a causa di un incendio o, ancora, per l’incuria e frana su un centro abitato, non è una disgrazia è una precisa responsabilità della politica locale che permette tali accadimenti o che difetta in programmazione. Si pensi ad altri eventi naturali, ad esempio ai vulcani attivi come l’Etna o il Vesuvio che hanno tempi di ritorno dei fenomeni importanti di 30-40 anni, il cui ultimo fenomeno di rilievo (per il Vesuvio) si è verificato circa 65 anni fa. Cosa accadrebbe se si manifestasse un fenomeno eruttivo atteso e “statisticamente in ritardo”? Probabilmente si griderebbe alla disgrazia improvvisa, dimentichi degli allarmi dei geologi, vulcanologi e tecnici della protezione civile che da decenni suggeriscono ai governanti dei territori interessati di prevedere la delocalizzazione degli abitati, anche di interi paesi, costruiti a ridosso o sui versanti degli stessi vulcani, così come delle aree a valle di pendii soggetti a fenomeni franosi naturali.
Le attività agricole, industriali e estrattive altamente inquinanti che utilizzano e riversano nell’ambiente sostanze chimiche in quantità tali da non permettere alla natura di rigenerare terra aria e acqua, sono responsabili-colpevoli di inquinare l’unico habitat disponibile per l’essere umano e quindi incidere direttamente sulla salute dei suoi abitanti; così anche le politiche di trasporto delle merci, di consumo di territorio per l’edificazione e di tutte quelle attività che antepongono l’uso al riuso delle risorse disponibili, risultano artefici di un processo perverso che permette ancora uno scarso recupero delle materie prime contenute in quelli che si preferisce, per ragioni economiche, considerare ancora solo come rifiuti.

Un programma pubblico-privato per la riqualificazione del patrimonio edilizio in grado di modificare drasticamente il consumo di materie prime e di recuperare le aree dismesse per evitare il consumo di suolo, un piano per le bonifiche, l’ottimizzazione del ciclo dei rifiuti, la produzione alimentare compatibile e sostenibile senza eccessivo ricorso alla chimica, sono solo alcune delle strategie da attuare per migliorare l’ambiente. Nella programmazione di una politica ambientale, (ma il discorso può essere facilmente esteso alla politica in generale), sarebbe utile, magari efficace, partire dalle persone e dai loro comportamenti a fine processo. In Italia, purtroppo, è ancora attuale il detto “fatta la legge trovato l’inganno”, perché il disonesto pensa ad aggirare le leggi per massimizzare i profitti e non a rispettarle e farle rispettare, perché emanate per risolvere problemi creati dal mal costume e quindi migliorare la vivibilità del nostro paese. Programmare le soluzioni partendo dagli effetti più probabili dei comportamenti disonesti, porterebbe (ad esempio nel caso di alcune attività con elevato impatto sul territorio, come alcune attività estrattive o industriali pesanti e durante il periodo della produzione) a far accantonare nelle casse degli enti locali, somme vincolate e progressive per il ripristino ambientale (eventualmente eseguito dallo stesso concessionario) che a quel punto non si sentirà più “auto-incentivato” a simulare il fallimento, scaricando l’onere del ripristino ambientale alla collettività per ripetere poi la trafila in altri luoghi, costituendo un’altra società sotto mentite spoglie.

Una politica responsabile, non solo quella ambientale, che vuole cambiare in meglio l’ambiente naturale umano e sociale, agisce nel presente per guidare i più probabili e prevedibili effetti degli eventi attesi, spesso già resi noti dai vari esperti di settore. Essa non può però prescindere dalla individuazione delle responsabilità quando l’errore è stato commesso, anche quando queste responsabilità sono condivise da tutta la società (politici e cittadini) che non ha posto in essere, ognuno per la propria parte, tutte le attività necessarie per non assistere agli eventi che si ripetono da spettatori o vittime, ma da protagonisti anche a costo di scontentare i forti interessi economici. La strada che vede l’uomo al centro della Politica e che pone il benessere diffuso della società al primo posto, relegando i vari interessi economici individualistici o di parte (si pensi alle lobby del petrolio, dell’acciaio, della finanza delle banche con interessi in determinati settori dell’economia…) in posizioni secondarie, può essere una delle vie da percorrere per garantire all’essere umano di non consumare l’unico ambiente conosciuto che lo ospita.

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