Roberta Marcis
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Roberta Marcis, Presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Capoterra sul tema “Povertà ed esclusione sociale” un problema difficile da affrontare, ma che può essere risolto attraverso gli strumenti che la regione sarda mette a disposizione per le donne che vogliono fare impresa, anche mediante una presa di coraggio e di determinazione da parte del mondo femminile che è chiamato ad essere protagonista attivo nelle trasformazioni socioculturali del proprio ruolo perché possa rafforzare il proprio processo di crescita e di occupazione.
Nel tentativo di comprendere il significato dell’essere poveri nella società di oggi, Roberta Marcis, sensibile alle problematiche di genere e incallita sostenitrice dell’autonomia femminile, descrive dal suo punto di vista, quello delle pari opportunità, le diverse forme di povertà femminili diffuse in Sardegna. Il messaggio finale suona grintoso e ottimista e lo confermano le diverse realtà positive locali che hanno visto e vedono ogni giorno migliaia di donne farcela; donne, non escluse, che con coraggio, intelligenza e determinazione hanno dimostrato di poter realizzare la propria idea di fare impresa, di poter costruire un progetto di vita autonoma. Il contributo che la Presidente offre a tutte le donne, è prezioso e apre spiragli nuovi che nascono dall’osservazione, dall’informazione e dalla condivisione nel rispetto dei diritti delle donne, cittadine a pieno titolo, capaci di costruire condizioni di liberazione e di sviluppo in situazioni di degrado, là dove la sopraffazione sembra prevalere. È come se il loro essere donne costituisse una risorsa supplementare, attivasse una creatività concreta capace di umanizzare anche le situazioni più difficili.

Che cos’è la povertà? Quando dobbiamo considerare una persona sulla soglia di povertà?

Intanto dobbiamo fare una premessa importante: la povertà di oggi è diversa da quella del passato; prima le persone povere non possedevano nulla, oggi, i poveri sono coloro che hanno un reddito molto basso, inferiore rispetto alla massa.
Penso anche a coloro che oggi giorno, pur non possedendo un reddito alto, dispongono di oggetti di consumo sociale diffusi come la televisione, i cellulari ecc oppure sono in grado di accedere a quei pacchetti televisivi privati a pagamento. Si tratta ovviamente di servizi non strettamente necessari e fa stupire che facciano parte dei beni materiali di coloro che, davanti alle amministrazioni, dichiarano la propria povertà, per ottenere quei contributi che sono però destinati alle “povertà estreme” (4.500 euro l’anno). Vi sono anche cittadini che non dichiarano i propri beni, penso alla proprietà della casa, oggi inserita nel calcolo ISEE, che modifica lo stato economico di un individuo spesso escludendolo dalle agevolazioni esistenti.

Chi invece è realmente povero e vive in situazioni estreme d’esistenza, si vergogna del proprio stato e non denuncia la propria situazione che viene generalmente segnalata da terzi. Il contributo comunale massimo previsto per le “povertà estreme” è ad oggi di circa 300 euro al mese.
Coloro che denunciano “le situazioni di povertà estreme” sono rappresentate spesso dalle donne che da sempre si occupano della gestione e della cura della propria famiglia. Prevale qui la radice molto forte del matriarcato tipicamente sardo che caratterizza la nostra società rispetto alle altre regioni d’Italia. Consideriamo per esempio, il fenomeno dell’Anonima Sequestri in Sardegna; questa è di norma capeggiata dalle donne sarde, cosi la camorra o la mafia e il traffico di droga. Il motivo che giustifica la presenza femminile è dettato dal fatto che le donne destano meno sospetto, danno più tranquillità. E’ difficile pensare che dietro a degli affari malavitosi ci possa essere una madre di famiglia, capace di poter recare danno anche ai propri figli.
E’ la donna che denuncia, in primo luogo perché l’uomo si vergogna e in secondo luogo perché la donna, madre di famiglia, è appunto più credibile. “L’uomo è meno credibile perché o si presenta con odore di birra, perché è stato al bar, o con odore di sigaretta; inoltre se fosse un uomo a presentarsi negli uffici comunali, negli orari di apertura, paleserebbe uno stato di disoccupazione di cui spesso ci si vergogna”.

Esiste anche il problema del lavoro sommerso. Sulla carta, talune persone risultano essere povere, senza reddito, senza casa e godono dei contributi comunali; ma queste, molto spesso, sono inserite in occupazioni lavorative in nero che, in alcuni casi, consente loro di produrre un reddito superiore a quello di altri cittadini che vivono nella legalità anche se con enormi difficoltà.
Una cosa è certa: “chi è realmente povero non denuncia, perché si vergogna”. L’amministrazione in genere arriva anche li, ci sono persone, in gravissime difficoltà economiche, che preferiscono non chiedere aiuto agli assistenti sociali o alla Caritas, ma direttamente agli amministratori. “In genere non chiedono mai per se stesse, ma per i figli, quando sono piccolissimi; quello che chiedono non è denaro, non vogliono il contributo economico, vogliono lavorare! Le persone veramente povere hanno una dignità che i “non poveri” non possiedono”.

Dall’altra parte esiste anche quel fenomeno in crescita, che vede numerose donne povere che, non ricorrendo agli aiuti statali, per un senso di vergogna del proprio stato di indigenza, non solo economica ma anche morale, sopperiscono alla propria povertà utilizzando mezzi illegali e immorali, come la prostituzione, il commercio di droga, la magia nera, lo strozzinaggio o affari malavitosi. Infatti, non sono pochi i casi di donne che vengono oggi giorno arrestate per attività illecite. Scegliere queste vie, ritenendole alternative allo stato di povertà e di disoccupazione, nasconde a mio parere, un malessere più profondo della nostra società che presenta forme di povertà non solo economiche e materiali ma anche e soprattutto culturali e morali. La crisi che viviamo, non è solo economica ma morale, e la perdita dei valori è tale, da indurre alcune donne anche le più insospettabili “a svendere la propria persona; piuttosto che impegnare le proprie risorse umane, intellettuali, piuttosto che “spaccarsi la schiena anche per 14 ore al giorno” per raggiungere uno scopo o realizzare un progetto, inventandosi un nuovo modo di produrre reddito che non sia né malavita né la svendita del proprio corpo”. I condizionamenti esterni fanno la loro parte, penso alla televisione, al fatto che nessuno più legge i giornali o a quelle ultime forme di comunicazione rappresentate dall’uso di internet, come facebook o you tube, in cui gli unici messaggi che passano, sono spesso distorti e non veritieri: “se sei cliccato sei più forte, se hai più amici sei forte ecc…” e che allontanano le persone dal senso reale delle cose.

Diffuso e allarmante è un tipo di lavoro tra le giovanissime che, all’interno della propria cameretta, con l’ausilio della webcam, filmano la loro vita privata dietro un compenso economico. Sono figli di genitori che non possono acquistare una cintura firmata o l’ultimo modello di cellulare; sono minorenni che, anche quando non provengono da famiglie disagiate quindi non povere, mostrano comunque una povertà di valori e un disagio le cui origini sono da ricercare all’interno della famiglia spesso in quei genitori assenti che pensano di soffocare il senso di colpa magari con l’acquisto e il dono di un computer anche costoso, ma continuando a lasciare i loro figli soli, davanti ad una webcam.

La povertà genera sempre esclusione sociale, le donne appartengono ad una categoria svantaggiata, per svariate cause sociali e culturali. Com’è la situazione delle donne?

Le donne oggi sono considerate cittadine di serie A al pari degli uomini; anche se questo non è totalmente vero, esse sono padrone di se stesse e godono dell’uguaglianza giuridica e degli stessi diritti degli uomini, possono accedere a tutti gli uffici e a tutte le professioni, tranne il clero e l’esercito.

Non è sempre stato cosi, la donna nel passato è sempre stata considerata un accessorio del capo famiglia (padre o marito). Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici. Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito. Alle donne veniva ancora chiesta l’”autorizzazione maritale” per donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, né potevano transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti. Tale autorizzazione era necessaria anche per ottenere la separazione legale. L’articolo 486 del Codice Penale prevedeva una pena detentiva da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato. Le donne nel 3° millennio sono sicuramente molto emancipate e libere, sono entrate a pieno titolo nel mondo del lavoro, anche se la parità tra i sessi non si è ancora raggiunta.

La situazione delle donne in Occidente è migliorata notevolmente nel corso degli ultimi decenni. Le donne hanno accesso a settori che, precedentemente, erano prerogativa degli uomini. Sono le donne stesse ad essere le protagoniste delle proprie conquiste e delle proprie rivendicazioni. Sono le donne che hanno gradualmente ma inesorabilmente sollevato il capo per appropriarsi di quei diritti che venivano loro negati. Per quanto riguarda il lavoro, possiamo affermare che l’accesso al mondo del lavoro è una conquista che ormai si da quasi per scontata. La presenza delle donne nel mercato del lavoro è diventata sempre più massiccia. I motivi sono molteplici. Le donne sono state i soggetti attivi di tutti i cambiamenti relativi all’organizzazione del lavoro, dei tempi e dei rapporti relazionali in ambito lavorativo. Inoltre è aumentato il livello di istruzione delle donne anche rispetto a quello degli uomini e questo le ha rese più competitive. La diffusione di forme contrattuali atipiche più flessibili ha permesso alle donne di conciliare meglio la vita lavorativa con quella familiare, ossia di poter accedere al mercato del lavoro senza rinunciare ad occuparsi della famiglia e dei figli. Forme contrattuali come il part-time per esempio permettono di conciliare entrambi gli aspetti anche se rimane sempre il dubbio se si tratti di una scelta davvero libera o piuttosto forzata dato che comunque la sfera privata, e in Italia soprattutto, è ancora considerata esclusivo appannaggio delle donne e il lavoro domestico ricade quasi esclusivamente sulle spalle delle donne e questa è l’unica soluzione che permette loro di conciliare vita privata e vita lavorativa. Il settore nel quale si concentra la manodopera femminile è essenzialmente il terziario. Le donne sono prevalentemente occupate nel commercio, nel turismo, nei servizi alle imprese e nei settori relativi all’assistenza e alla cura; vengono prevalentemente impiegate nel lavoro dipendente, sebbene ci sia un aumento delle donne che ricoprono cariche dirigenziali e direttive, il cammino verso la totale parità dei sessi è ancora lungo e il gap tra i due sessi è ancora ampio.

La famiglia è ancora un ostacolo all’avanzamento di carriera. Una donna che decide di fare carriera deve spesso rinunciare o accantonare l’ipotesi di farsi una famiglia. Il tentativo di sottrarsi alla rigidità del lavoro dipendente e la possibilità di gestire il proprio tempo in maniera più autonoma ha probabilmente determinato un aumento dell’imprenditoria femminile. Le iniziative imprenditoriali sono in aumento, anche se l’accesso alle risorse finanziarie per le donne è ancora difficile, dato che l’idea di una donna imprenditrice stenta ancora ad affermarsi con decisione nell’immaginario collettivo soprattutto degli istituti di credito. Sebbene le donne abbiamo fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro, in generale si può ancora affermare che, a livello europeo, a parte poche eccezioni, il tasso di disoccupazione femminile supera quello maschile. Ciò significa che, anche se i divari stanno diminuendo, le donne trovano comunque più difficoltà degli uomini ad inserirsi nel mondo del lavoro. L’Italia rispecchia la situazione Europea e anzi si può affermare che la situazione italiana è perfino più grave di quella degli altri paesi europei (con l’unica eccezione forse della Spagna). Al sud la situazione è più drammatica rispetto al Centro-Nord, anche se la Sardegna fa registrare un’inversione di tendenza.

Qual è la situazione lavorativa delle donne in Sardegna?

In Sardegna la crescita dell’occupazione femminile è superiore alla media nazionale e questa tendenza è imputabile proprio al settore terziario, il settore su cui le donne puntano per accedere al mercato del lavoro soprattutto per la garanzia che ancora fornisce rispetto all’attività imprenditoriale autonoma. Tutto il lavoro di cura, o i servizi relativi all’educazione è gestito prevalentemente dalle donne. A questo proposito, vorrei parlare della legge 215 del 1992 per l’imprenditoria femminile sui finanziamenti previsti a fondo perduto per le donne che desiderano fare impresa. La legge opera attraverso il meccanismo detto “a bando”, prevede che si richieda il contributo in un determinato periodo di tempo presentando la domanda e allegando il business plan che non è altro che il piano descrittivo del proprio progetto imprenditoriale. Questa legge importantissima è ferma, ormai da diversi anni.

C’è un’agevolazione che la Regione Sardegna sta realizzando nell’ambito del Programma operativo europeo, Fondo sociale europeo, Asse III. Domande a partire da lunedì 31 maggio 2010. Si tratta del “MICROCREDITO” per il sostegno alle nuove imprese: un mutuo da 5 mila a 25 mila euro a tasso 0 (zero) da rimborsare fino a 6 anni senza dover presentare garanzie.

C’è poi il “prestito d’onore” che ti permette di accedere tutto l’anno, rivolgendosi alla CNA Confartigianato presente in ogni Provincia, a Cagliari per esempio, si trova in viale Elmas; è la formula più facilmente percorribile e accessibile al momento.

A livello comunale c’è la legge detta “De Minimis” che aiuta e agevola veramente l’imprenditoria giovanile e femminile, e offre subito la possibilità di poter ottenere dei finanziamenti fino a venticinquemila euro, offrendo la possibilità al giovane imprenditore di poter costruire un progetto di vita autonomo. Per poter accedere queste agevolazioni è necessario avere un business plan. L’unica regola da rispettare è la fatturazione di ogni bene materiale acquistato per svolgere l’attività. Questo è l’unico sbocco attualmente in Sardegna.

Forse in Sardegna, mancano le idee, non le risorse. C’è poco coraggio, e le donne sono coloro che hanno dimostrato fino ad ora di averne di più. Le più grandi imprenditrici a Capoterra sono donne, ti cito l’esempio dell’imprenditrice Loredana Baire che, per esempio, in occasione di una sfilata organizzata dalla Commissione Pari Opportunità, il 19 Agosto presenterà il proprio marchio; si tratta di un prodotto che ha dato già i suoi frutti, aprendo due attività commerciali a Cagliari creando cosi nuovi posti lavori, usufruendo di queste agevolazioni.

Non è un caso che la prima imprenditrice italiana tessile, Francesca Sulis sia sarda; proprio l’anno scorso è stato ricordato il centenario della sua morte. Questo primato è nostro e dimostra che le donne sarde possono anche smettere di occuparsi unicamente della famiglia, del marito, dei figli e iniziare a pensare più a se stesse, agendo, sviluppando e concretizzando le proprie idee. Una donna che fa impresa può riuscire ad ottenere dei guadagni superiori rispetto al proprio compagno di vita che, a quel punto potrebbe scegliere di rimanere a casa a fare il “mammo”, a pulire, a cucinare, a lavare, a stirare, a curare i figli. “Forse, riferendomi agli uomini, non gradirebbero”. Penso che ci sia un errore alla base delle differenze di genere tra uomo e donna e credo che la causa sia da ricercare nel modo in cui vengono cresciuti ed educati i maschi sin dalla tenera età. Penso al matriarcato in Sardegna e al modo in cui la donna sarda ricopre con orgoglio il ruolo di madre e padrona di casa. Una donna che, da lungo tempo, è consapevole di avere un potere molto forte nei confronti dell’uomo, a tal punto da soggiogarlo e manipolarlo fino a renderlo dipendente da lei. Per la conservazione tradizionale del ruolo femminile, la donna madre sceglie di educare in modo diverso il proprio figlio di genere opposto, il cui fine è l’annientamento del ruolo maschile. Oggi le donne hanno sempre meno bisogno degli uomini, sempre più diventano “uomini”, e sempre più vanno alla ricerca di un’identità che non è né maschile né femminile, ma androgina. Le donne oggi sono coloro che rinunciano ad avere una carriera lavorativa soprattutto se sono madri di famiglia; pensiamo solo al costo che devono affrontare per mettere i propri figli negli asili. Davanti alla mancanza di servizi pubblici economici, la donna si sacrifica per ricoprire il ruolo all’interno delle mura domestiche, mentre l’uomo può continuare a lavorare, all’esterno della famiglia. La donna dentro, l’uomo fuori.

Il lavoro femminile non è più un ostacolo alla natalità, anzi è dimostrato che oggi, rispetto a quanto avveniva in passato, nei paesi avanzati, le donne che hanno meno opportunità di occupazione, fanno meno figli; al contrario, se hanno un lavoro sicuro, fanno più figli e possono anche godere di quelle agevolazioni come la maternità che in passato non esistevano.

Gli studi sottolineano che i paesi con un basso tasso di occupazione femminile, possiedono un tasso di natalità inferiore e anche una copertura di servizi più bassa. Si presenta anche una minore disponibilità da parte dei padri a prendere i congedi parentali perché le donne che non lavorano non possono usufruirne, visto che stanno in casa. Oggi grazie alla L. 51, anche i padri possono richiedere i congedi parentali; se una donna imprenditrice non può assentarsi, può farlo il padre che magari svolge un lavoro statale. Questo è un grande passo in avanti per il raggiungimento più equo tra i ruoli genitoriali e i figli pure, di riflesso, imparano a concepire la mascolinità e la femminilità in maniera non più negativa come accadeva in epoche precedenti.

Qual è la situazione ufficiale dell’occupazione e della disoccupazione femminile in Italia?

La senatrice del Pd, Vittoria Franco, riporta un dato Istat 2009 allarmante sull’occupazione delle donne nel nostro Paese. Il tasso di occupazione scende al 46,4% e ci confina all’ultimo posto in Europa con un dato del Mezzogiorno che assorbe la metà del calo, aggravando criticità strutturali del mercato del lavoro femminile che avevamo più volte segnalato e sulle quali bisogna urgentemente intervenire. Forse una di queste soluzioni potrebbe essere rappresentato da questo microcredito che comunque non chiede particolari garanzie, ed è a fondo perduto.

L’Istat riporta anche un altro dato importante dichiarando che, negli ultimi sedici anni, non al sud ma per tutto il territorio nazionale, l’occupazione femminile è comunque in crescita e che c’è un aumento dell’occupazione femminile, escludendo questo dato del 2009, perché ovviamente la crisi ha colpito tutte le categorie, come quella delle donne ulteriormente penalizzata.

L’Unione Europea ha come obiettivo primario l’innalzamento dell’occupazione femminile, al centro delle proprie politiche per lo sviluppo. Ricordiamo la strategia di Lisbona che, per il 2000, puntava a raggiungere un tasso di occupazione femminile per la media europea un tasso pari al 70% entro il 2010. Quindi se in Italia il tasso di disoccupazione del 2009 è al 46,4% vuol dire che abbiamo raggiunto il 54% di occupazione femminile; siamo a livelli ancora bassi.

In Italia si registra un divario di genere importante. Solo l’Ungheria e Malta presentano una condizione del lavoro femminile peggiore di quella italiana; il fenomeno della disoccupazione femminile è superiore ovviamente nelle regioni del Mezzogiorno dove il tasso di disoccupazione è inferiore di bel oltre 20 punti rispetto alle altre regioni del Paese. Se invece consideriamo l’età come parametro, allora scopriamo una differenziazione generazionale; le donne che hanno tra i 25 e i 44 anni hanno un tasso di disoccupazione elevata in media con quella europea, mentre le donne che appartengono ad una fascia più alta d’età mostrano una partecipazione al lavoro molto più bassa. Le donne italiane, dopo una certa età, smettono di lavorare e recenti indagini dimostrano che nonostante si siano raggiunti importanti risultati scolastici, hanno difficoltà a raggiungere i ruoli direttivi e che a parità di posizione professionale percepiscono un salario inferiore a quello di un uomo, un ambiente che di certo non offre un’adeguata motivazione.

Sulla Gazzetta Ufficiale, numero 175 del 28 luglio 2008 è stato pubblicato il provvedimento con il quale il Comitato Nazionale di Pari Opportunità, ha formulato il programma Obiettivo 2008, per la promozione dell’occupazione femminile, per il superamento delle disparità salariali e nei percorsi di carriera, per il consolidamento di imprese femminili, per la creatività di progetti integrati di rete. Il programma intende attuare azioni positive finalizzate a:

a) promuovere al proprio interno delle donne negli ambiti dirigenziali e gestionali attraverso specifici corsi di formazione manageriale
b) modificare gli organi d’azione del lavoro e del sistema di valutazione delle prestazioni e del sistema premiante aziendale
c) sostenere iniziative per lavoratrici con contratti non stabili, in particolari i giovani neolaureati o neo diplomate, le disoccupate e le donne di età maggiore di 45 anni
d) consolidare le imprese che hanno in prevalenza componenti femminili

E’ importante far conoscere alle donne gli strumenti di cui potersi dotare per creare anche piccole imprese; attraverso le misure di sostegno all’imprenditoria femminile si può, se si vuole, uscire dal lavoro nero e dall’esclusione sociale.

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