Cena Galeotta
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Napoli (ITALIA)

“La cena dei parenti”, come descritta nel libro “Giallo Tufo” nella cantina Sibilla al Fusaro.
Una presentazione di libro a cui ho partecipato con piacere, è quella del libro “Giallo Tufo” che collega un delitto fresco di giornata con la storia e l’archeologia di Pozzuoli e della mitica Dicearchia fondata dai seguaci di Pitagora. L’evento ha avuto luogo nella Cantina la Sibilla della famiglia di Meo e qui devo dire che ho trovato il più alto concentrato di simpatia umana suddiviso per partecipante.

Prima di tutto, per fortuna, mi sono trovata seduta vicino all’autore, Francesco Escalona, che di mestiere fa l’architetto e per passione lo storico, l’archeologo e il valorizzatore della sua terra, che conosce e ama profondamente. Ha parlato senza pedanteria ma con vera passione e io ho imparato un sacco di cose e non mi sono mai annoiata, anzi…
La famiglia Di Meo, gli anfitrioni e proprietari della Cantina, “rappresentava” i parenti, come descritto in un certo punto del libro. Parenti che per l’anglicizzato protagonista Henry organizzano una rimpatriata per fargli conoscere tutti i parenti nella zona che ha visto l’ultima volta da bambino. Organizzando perciò il tipico pranzo della domenica, che si sa quando inizia e non si sa quando finisce…, con tutte le prelibatezze del territorio.
E se vi è venuta l’acquolina in bocca è giusto così, perché quello che mamma Di Meo è riuscita a preparare con l’aiuto di altre 2 parenti, rasentava il pranzo di nozze. E non solo, la signora Di Meo, che è ancora giovane, fresca e simpaticissima, mi ha accolto con una semplicità e con un calore che…cosa posso dire…mi ha fatto sentire subito di famiglia.
Prima della cena c´è stata una visita dei vigneti e della Cantina La Sibilla .
Come guida di rilievo, una delle due pupille di mamma di Meo, Salvatore, il signorino della famiglia, che ha studiato enologia a Firenze, con stages anche in Sudamerica, prima di ritornare al vigneto natio.

Il libro “Giallo Tufo”
Il libro “Giallo Tufo”

Nonostante la giovane età, è lui ora a dire come si fa e come non si fa (parole dette con grandissimo orgoglio e una punta di sfottò da papà Di Meo). Il figlio corregge: Io cerco una simbiosi tra la conoscenza e l’esperienza dei padri e dei nonni e la consapevolezza acquisita dagli studi dei figli. Se il melange funziona, saranno ottime annate! E se la Falanghina del padre è stata accolta con grande piacere, quella del figlio, dal sapore ardito, ha un futuro più che promettente.

Per la cronaca, l’altra pupilla della signora di Meo si sta facendo le ossa da Don Alfonso 1890 a Sant’Agata dei Golfi, e scusate se è poco…
E ricordate che questo era un evento del programma, previa prenotazione, cui poteva partecipare chiunque.
E a proposito dei parenti, il responsabile/organizzatore di questo evento, il signor Di Meo, portava lo stesso cognome degli ospiti, ma non era direttamente imparentato. È che nella zona ci sono circa 10 cognomi “autoctoni” e più o meno vengono ripartiti tra gli abitanti veraci.

 

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