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La vetta più alta per un sommelier, l’oscar italiano al netto di qualsivoglia logica associativa, “Miglior sommelier 2022” al Merano Wine Festival.  Succede a chi ha lavorato anni per riconoscere le eccellenze vitivinicole nazionali, tutto questo è il nostro amico e collega, capo redattore enogastronomico di Mediterranea, Gaetano Cataldo!

Sembra passato un attimo dalla fine di settembre, cioè da quando Gaetano Cataldo è diventato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa in udienza generale, eppure non ha smesso di sorprenderci: infatti Il 5 novembre scorso, presso il Teatro Puccini di Merano, il fondatore di Identità Mediterranea e ideatore di Mosaico per Procida ha ricevuto direttamente dalle mani di Helmuth Köcher l’attestazione di merito quale Miglior Sommelier del 2022. Un riconoscimento che non premia soltanto il sommelier campano per un intenso anno di lavoro, dedicato alla capitale italiana della cultura, ma anche per la sua intensa attività di enogastronomo compassato, sensorialista e comunicatore del vino di lungo corso.

Ad accompagnare l’emozionatissimo Gaetano sul palco Roberto Cipresso, il winemaker e scrittore di fama internazionale, che detiene la paternità enologica di questo straordinario vino. Lo stesso patrón del Merano Wine Festival, nell’elogiare tale iniziativa, ha ricevuto in dono Mosaico per Procida a nome dell’Isola di Arturo e in riconoscenza per il protagonismo della Campania dell’enologia, particolarmente sottolineato a Merano per l’indiscussa storicità nel panorama vitivinicolo e per la qualità delle cantine. Gaetano Cataldo ha tenuto a ringraziare Roberto Cipresso, tra i suoi mentori, le 26 cantine e tutti i partners del Mosaico, riconoscendo che la premiazione abbia un valore collettivo maturato per la capitale italiana della cultura 2022, per la nostra redazione e per la sua terra natia. Premiazione che deve poter lasciar ben sperare gli “invisibili”, persone di valore sin troppo spesso offuscate dalla mediocrità e l’opportunismo di certi presunti esperti le cui qualità consistono per lo più nel farsi vedere sempre in giro ed avere dalla loro lobby e pennivendoli a portata di mano.

Fautore di un progetto, ricordiamolo, tanto francescano quanto eversivo, in quanto realizzato senza un solo spicciolo e completamente fuori dal sistema, creando di fatto l’inizio dell’Umanesimo del Vino con Mosaico per Procida e dimostrando che “non è dalla materia che nasce il pensiero, ma è il Pensiero a generare la materia”.

Chi è Gaetano Cataldo?

Di certo non uno sconosciuto. La sua colpa, se così si può dire, è stata quella di credere da sempre all’autoaffermazione, di evitare scorciatoie di ogni sorta e di essere poco incline alla vita associativa, ergo per niente stanziale ed abitudinario: era solo troppo occupato a girare il mondo, lo ha fatto ben 13 volte, vivendo per un brevissimo periodo in Egitto e per oltre un anno in Repubblica Domenicana, tesaurizzando un grande bagaglio di esperienza professionale ed umana, che soltanto da quando ha messo definitivamente piede sulla terra ferma sta cominciando a riversare più assiduamente sul territorio e ad essergli legittimamente riconosciuta. Parla fluentemente l’inglese e lo spagnolo, sa leggere un’etichetta di sake giapponese ed ha lavorato prevalentemente in ambienti internazionali e multiculturali ad altissima competizione nella hospitality industry. Tutto ciò non gli ha impedito di aggiornarsi costantemente nel settore enogastronomico, muovendo i primi passi nella redazione di contenuti di valore proprio con Mediterranea Online, sua rivista del cuore, e non solo…

Ha creato di fatto il manifesto di Vinoway, imprestando un articolo pubblicato precedentemente sulla nostra testata giornalistica, ha collaborato per la rivista Vitae, per Onas Review e per Foodclub.it, oltre a contribuire alla divulgazione della cultura del fermentato nipponico su Sake News, enunciando per primo una relazione tra il sake e la Dieta Mediterranea, oltre che a creare eventi, persino con personaggi del calibro di Heinz Beck.

Ancora ricorda, molto divertito nel raccontarcelo, di quando l’Associazione Italiana Sommelier, per un banale errore non gli riconobbe da subito le sue competenze nel settore ristorativo, scambiandolo per un “semplice” marittimo. Fu facile risolvere la questione con l’invio del suo già ragguardevole curriculum. È andata proprio così, ecco perché di diplomi di sommelier se ne ritrova ben due…

Dieci agosto ed annata del ’74: Gaetano è di Castel San Giorgio, un paesino nell’hinterland salernitano in bilico tra il pomodoro San Marzano, la tradizione per la pasta artigianale e la cipolla ramata di Montoro. Venendo da una famiglia di origini contadine, con padre falegname e restauratore di mobili antichi e madre casalinga, è abituato da sempre alla cucina genuina, è cresciuto coi rituali tipici della vita di campagna, come le conserve di pomodoro, il pane fatto in casa e la vendemmia soprattutto: suo nonno, di cui porta il nome, lo immerse in un tino a quattro anni per fargli pigiare le uve e da allora gli è rimasto impresso il piacevolissimo odore del mosto che non è andato più via, neanche dopo aver smesso di fare il vino per consumo domestico, intraprendendo la vita di ramingo e uomo di mare.

Infatti il suo è destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che ha svolto regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista di scuola AIS, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare, senza tralasciare la terraferma ed i legami, malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si è visto di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso, ha cucinato per personaggi quali Giorgio Andrea Grassi Damiani e Michele Puller, imponendo abbinamenti suoi ai malcapitati, oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito il brevetto di ufficiale di navigazione, la patente per il comando di navi da diporto e un master in food & beverage management, svolge consulenze per ristoranti, cantine ed attività produttive; ha ottenuto anche la patente di tecnico assaggiatore di salumi ONAS ed il diploma di sommelier certificato del sake SSA. È numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l’alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global… non a caso “Una Scuola Grande come il Mondo” di Gianni Rodari è tra le sue poesie preferite.

Il progetto Mosaico per Procida è il risultato di una ricerca scrupolosa sulle eccellenze vinicole dell’intera Campania. Un’idea che da profani può sembrare facile: l’unione di più cantine per cercare una sintesi. Ma chi lavora nel settore sa benissimo che il processo è stato come la scalata dell’Everest. Le difficoltà a mio parere sono anche di tipo culturale, Mosaico per Procida rappresenta soprattutto un’azione culturale. Ogni nuova idea deve superare i confini dello Status quo, e sappiamo quanto il settore vitivinicolo sia conservatore. Tu parli di umanesimo del vino, spiegaci meglio questa definizione.

Quando mi sono lanciato a capofitto in questo progetto, pensavo che sarebbe stato tutto semplice e che le cose avrebbero preso la giusta piega. In realtà, se Mosaico per Procida è riuscito perfettamente, lo debbo al fatto di essermi imposto che non ci sarebbe stato un piano B, flessibile ed adattativo sì ma non disposto a cedere a compromessi o ripieghi di sorta. Avevo il vino, mi mancava tutto il resto però e la notte non riuscivo a dormire. Non avevo aiuti economici né chiesto accesso a finanziamenti pubblici, sapevo però di dover fare qualcosa di spontaneo e genuino per il territorio, senza doverci lucrare sopra e dimostrare una volta per tutte che il vino dovesse tornare ad essere anzitutto un’attività umana e poi commerciale. Ero terrorizzato nel vedere che certe cose che si sarebbero dovuto compiere in maniera spontanea non si manifestavano, anzi era l’opposto e questo vuoto ha rappresentato un carico di mattoni supplementari di cui soltanto oggi non rimpiango il peso, forse necessario al conseguimento degli evidenti risultati raggiunti. Devo riconoscere che ho vissuto in uno stato di grazia e che alla fine non mi sono mancate le benedizioni delle persone che mi dimostravano affetto, anche solo con delle chiamate di sostegno, e che desideravano che ce la facessi, a dispetto di una ingente macchina da guerra che mi remava contro con tutto il peso delle logiche clientelari, dell’ostracismo dei finti paladini del territorio e di coloro che solo per loro miopia ed egoismo si sono tirati fuori dal progetto, tentando persino di sabotarlo.

Non dimenticherò mai l’umanità di tutti coloro che hanno creduto in me e che mi hanno offerto le libere donazioni per andare avanti. La famiglia Gimmelli mi ha fatto dono delle bottiglie, la Belbo Sugheri dei sigilli tecnici, la Label Global Service di Michele Melzini delle etichette e la Re Legno degli scrigni lignei. Tutti voi sapete oggi dei tantissimi patrocini morali ottenuti e delle associazioni che mai s’erano viste tutte assieme, così come di quel miracolo di “inCanto diVino”, realizzato da Carolina Albano. I fondi sono arrivati grazie a Peppe Guida e Nino di Costanzo, al Sensi Restaurant e Salvatore Di Scala, ad Alessandro Feo e Giuseppe Zaccaria, ad Antonio Monti , Pierpaolo Iovinelli ed i fratelli Maria e Gerardo Cosentino del Pappa & Poppa Hostaria, Giuseppe Iaconelli, Sabatino Cillo, Maria Provenza, Gianluigi Di Leo, Giuseppe di Martino, Nicola Scagliola, i colleghi Adele Munaretto e Giovanni Riccio, oltre che a Pasquale Persico, ad oggi l’unico cittadino procidano ad aver fatto la libera donazione, ottenendo così di essere il solo ad avere Mosaico per Procida sull’isola ed aver dato lustro alla sua terra, fermo restando l’avallo al progetto da parte dell’assessore Costagliola.

Se questa non è una grande corrente di umanità quale allora? È stata davvero una grandissima impresa “pro bono” in favore di Procida e di tutto il territorio, fortemente voluta ed apprezzata da uomini e donne di buona volontà. Abbiamo sfondato il muro dell’ipocrisia e di tutti gli interessi di sorta che si celano dietro la retorica in questo settore ove in troppi tirano l’acqua al proprio mulino e cercano di minare i progetti di valore, dimostrando cosa sia capace di produrre una sana, sincera e disinteressata passione.

Non accade tutti i giorni che un sommelier riesca a mettere assieme ben 26 cantine e per un progetto non commerciale persino, contribuendo a realizzare il primo vino di sintesi di un intero territorio, contenente in pratica tutta l’ampelografia della Regione Campania.

Non accade tutti i giorni che un sommelier si inventi una mostra di sole artiste per realizzare, con l’ausilio del MAVV Wine Art Museum, una delle etichette più belle che si siano mai viste.

Non accade tutti i giorni che un sommelier ottenga il patrocinio morale dal comune di Procida, dal comune di Castel San Giorgio, dalla regione Campania, da Città Del Vino, dall’ Associazione Nazionale Le Donne del Vino e non già dalla sua compagine campana, dal Museo dell’Arte del Vino e della Vite e quindi dall’AIS, mettendo assieme enti amministrativi e le migliori anime della sommellerie.

Non accade tutti i giorni che un sommelier tramuti una bottiglia in un vascello che veicola il meglio del comparto Agroalimentare, dell’Imprenditoria e della Ristorazione di un intero territorio.

Non accade tutti i giorni che un sommelier iscriva una Capitale Italiana della Cultura nell’elenco di Città del Vino.

Non accade tutti i giorni che un sommelier riesca a tenere in ben tre padiglioni e 30 stand una bottiglia ad una fiera del vino come il Vinitaly.

Non accade tutti i giorni che un sommelier consegni una bottiglia celebrativa nello stesso anno a due presindenti dell’Associazione Italiana Sommelier, a due presidenti delle Città del Vino, alla fondatrice dell’Associazione Nazionale Donne del Vino e al presidente dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, oltre ad altri illustri personaggi del mondo dell’Enologia, della Politica, della Cultura e dello Spettacolo.

Non accade tutti i giorni che un sommelier arrivi ad essere ricevuto da Sua Santità Papa Francesco e potergli dire che “non è la materia a creare il pensiero ma è il Pensiero a generare la materia”, ecco perché sostengo che Mosaico per Procida inauguri, in maniera inedita e per tutto questo appunto, l’Umanesimo del Vino.

Questo 2022 è stato e continua ad essere un anno fantastico, proprio perché non accadono queste cose tutti i giorni, ma a noi sono accadute, anzi le abbiamo fatte succedere. Grazie a questo spirito di coesione e di grande solidarietà. Non ho ricevuto soltanto donazioni che fungessero da legna per questa ingente locomotiva ma il bene prezioso della fiducia di tutti, dimostrando che anche le persone comuni possono affrontare un cammino straordinario, mai battuto prima ad ora.

Non deve essere stato facile selezionare le cantine, allestire la mostra che ha dato vita all’etichetta, ricevere i patrocini morali necessari, organizzare le degustazioni in tutta Italia e comunicare Mosaico per Procida, creando di fatto un caso di specie totalmente inedito nel panorama vitivinicolo, tale da diventare oggetto per tesi di laurea in wine marketing, ma a Gaetano non è mancata un’ardente pazienza ed un’appassionata determinazione pur di creare qualcosa che mostrasse a Procida gratitudine per la sua nomina e desse lustro alla regione Campania dell’enologia, del comparto agroalimentare e della ristorazione. Noi lo abbiamo seguito per oltre un anno e sin dalle prime fasi di questo progetto visionario, diventando di fatto media partner ufficiale di Mosaico per Procida.

Miglior Sommellier d’Italia, un premio che arriva senza avere alle spalle un’ascendenza nel campo, sei un outsider che si è fatto da solo. Per capire il vino ci vuole passione, esperienza, buon gusto, curiosità, una certa cultura del territorio e non solo. Qual è secondo te la caratteristica principale per fare al meglio questo lavoro?

Il diploma di sommelier non è mai un punto di arrivo, occorrono aggiornamenti e studio costanti, senza temere una certa intraprendenza, il confronto ottenibile acquisendo altre matrici sensoriali e quel sano spirito da autodidatta che non mi ha mai abbandonato. Bere, assaggiare, sperimentare tantissimo…  ammetto che i miei frequenti viaggi e le visite nelle cantine e nei ristoranti di mezzo mondo mi hanno aiutato non poco. Credo che per essere dei buoni sommelier bisogna anzitutto sradicare dal proprio cuore provincialismo, pregiudizi, gusti ed interessi personali. Oltretutto è necessario abbandonare l’idea di dover dare un giudizio sul vino e concentrarsi di più sulla valutazione: infatti col primo si tende ad essere sin troppo soggettivi, mentre la seconda ci impone un sano e costante esercizio di virtù che ci spoglia da ogni impalcatura, emotiva o psicologica, e ci preserva da ogni sorta di condizionamento. Bisognerebbe smetterla una buona volta di bere etichette, prendere a ragionare col proprio naso, piantarla con le vanterie ed immedesimarci di più nel mestiere del vignaiolo e dell’enologo: ci sono in ballo persone, economie e il lavoro di un intero anno.

Possibilmente bisognerebbe anche evitare di ragionare a compartimenti stagni: esiste una sola sommellerie e chiunque ami il vino quanto noi dovrebbe essere nostro amico, non un rivale.

Hai scritto centinaia di articoli, recensioni di vini e interviste ai protagonisti del mondo vitivinicolo regionale e nazionale. Quali sono quelli a cui tieni di più, quali gli incontri che ti hanno insegnato di più per il tuo lavoro?

Devo anzitutto ringraziare questo giornale, ospita i miei pezzi da 12 anni ormai, mi ha dato modo di conoscere molte persone e di imparare davvero tanto. Ho molti modelli di riferimento in effetti che, anche inconsapevolmente, mi hanno trasmesso tantissimo: il compianto Daniele Maestri, allora relatore della lezione sull’Emilia Romagna mentre ero imbarcato sulla Signora del Vento e frequentavo il secondo livello a Civitavecchia, mi ha insegnato che non esistono vini nobili e vini plebei, ma soltanto vini che si giustificano da soli e vini che per farlo hanno bisogno della compagnia del cibo più appropriato, aiutandomi a superare i miei gusti personali ed apprezzare tipologie di vino di cui non riuscivo neanche a comprendere l’esistenza. Lucia Pintore è stata mia relatrice al terzo livello, portato a compimento a Salerno, a lei debbo la consapevolezza dell’abbinamento cibo-vino ed il mio pensare non irregimentato, evitando la convalida della maggioranza: durante la cena didattica fui l’unico a mettere un voto scadente ad un vino blasonato la cui annata era andata storta, a differenza di altri che avevano un tantino barato, sbirciando la bottiglia in questione. Lei premiò molto sia il mio atteggiamento che la difesa motivata della mia valutazione. Mariano Murru è stato il primissimo enologo che io abbia mai intervistato: per me è tutt’ora un grande modello di persone che perseguono la territorialità e la valorizzazione dei vitigni dimenticati della sua Terra, oltre che di ferma determinazione, stile ed umiltà, malgrado la sua estrema competenza. L’incontro con Roberto Cipresso è stato determinante: ho appreso tantissimo sui vini del Nuovo Mondo, particolarmente sull’enografia dell’Argentina, e fatta mia una sua lettura fondamentale: Strategia Oceano Blu. Ho potuto cogliere moltissimo del suo essere visionario e del suo andare oltre le ingessature dell’enologia accademica, tracciando nuovi confini sia in cantina che in agronomia. Non lo ringrazierò mai abbastanza per aver realizzato l’iconico Mosaico per Procida assieme a me. Debbo qualcosa anche a Luca Gardini, infatti gli chiesi cosa potesse giustificare la mia vita di navigante e sommelier rispetto ai reciproci colleghi: ciò che disse mi convinse che mi sarei dovuto far carico io di rispondere, involontariamente è stato un po’ quello che mi ha spinto a superare gli indugi e scrivere il mio pezzo più fortunato.

Quali progetti per il futuro?

Mantenere il candore e l’irriverenza da “sconosciuto” e da spirito libero qual sono e che non ha vincoli di sorta, continuando a fare cose buone, scrivendo secondo coscienza, senza dover chiedere il permesso a nessuno o la convalida delle tante baronie del vino che deturpano questo meraviglioso mondo. Nel mio piccolo credo di aver ampiamente dimostrato che ci sono più parassiti fuori che dentro a un vigneto, sperando che ciò sia da sprone per le persone sinceramente vocate al territorio a dare sempre il meglio di sé poiché, prima o poi, la meritocrazia premia sempre il talento, la buona volontà e i giocatori leali. Sto cercando di elevare il livello di leadership tra gli imprenditori, cercando di far loro comprendere la bontà delle certificazioni in blockchain e la differenza tra comunicazione, visibilità e reputazione una volta per tutte. Bisogna diradare le nebbie da tutta questa fuffa insomma!

Però c’è una cosa che desidero tantissimo: l’anno passato, prima che l’idea del Mosaico spuntasse all’orizzonte, vinsi un bando per l’ingresso a numero chiuso per il corso di laurea triennale in Scienze Gastronomiche Mediterranee. Perché il progetto riuscisse ho dovuto immolare un intero anno accademico senza mai partecipare alle lezioni. Oggi, non so come, sto frequentando e spero di avere il tempo e la forza di portare a termine questo nuovissimo percorso, malgrado l’età e la mia testa di legno.

Insomma, viva la meritocrazia. Gaetano Cataldo ha dimostrato di essere un sommelier assolutamente non convenzionale e libero nel pensiero, guadagnandosi il titolo di Miglior Sommelier per il Merano Wine Festival con delle regole e dei parametri valutativi mai immaginati prima ed evidenziati da una organizzazione indipendente come quella fondata da Helmuth Köcher, che ha saputo osservare il silente operato di anni di lavoro lontano dai soliti circoli, senza che vi fosse possibilità di competizione alcuna. A noi giornalisti, per deontologia professionale, il dovere di non offuscare mai le cose belle, le persone ostinate che le fanno accadere ed il loro talento.

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