21 giugno solstizio destate
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Usciamo oggi, 21 giugno solstizio d’estate, esattamente come il primo numero di mediterranea nel 2007. Abbiamo usato questa data per molti anni, come augurio di cambiamento, di rinascita. Ogni numero una nuova avventura, una cura per il futuro.

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Gentili lettori di Mediterranea, dopo diversi mesi riprendiamo il nostro lavoro con più grinta e passione di prima. Il nuovo numero è dedicato al tema “La cura e la guarigione”, un argomento che ci ha coinvolti particolarmente per l’attualità e vastità di interpretazioni.

Siamo particolarmente felici di ospitare un saggio della scrittrice Giovanna Mulas, premiata a livello internazionale e più volte candidata al Nobel per la Letteratura. Il pezzo Arte come specchio, Arte salvifica: Essere, per l’Uomo, significa Soffrire?” racconta una parte della sua vita, solcata da avvenimenti terribili e soddisfazioni eccezionali per una sola vita.

Viviamo in un’epoca storica dove non è ammesso nessun difetto, la società è aperta solo a chi non presenta vizi o carenze. La salute, in questo contesto, è solo un aspetto che completa la visione di disumana perfezione che ci propone la società dei media. La salute diventa un prodotto da vendere, un modello irrinunciabile. Ma davvero viviamo questo estremo “bisogno” di cura? Oppure in molti casi si creano malattie anche dove non esistono? Si propongono decine di terapie che promettono il raggiungimento di un benessere generale indispensabile. Per ogni problema c’è una soluzione, non bisogna disperare, dice la pubblicità.

In questo modo consideriamo solo l’aspetto strumentale: la guarigione rappresenta la risoluzione di un problema, la malattia è un incidente che ci allontana dalla vera qualità della vita, come ci indica chiaramente l’Istituto Superiore di Sanità.

Ma qual è il grado ottimale di qualità della vita? Quello indicato dalle ricerche Istat, dai vari sondaggi sulle città dove si vive meglio? Il benessere che la società attuale cerca di proporre in ogni modalità? Alto, magro, realizzato professionalmente, bella famiglia, bella casa ecc.

Cosa cercano gli uomini e le donne oggi? Si cerca il benessere economico e fisico, non più la felicità come ideale, certamente impossibile da raggiungere completamente: non c’è una ricetta che ti può fornire il medico. La ricerca del piacere è più facile, non comporta scelte a lungo termine ma prodotti e servizi di consumo che soddisfano le nostre voglie immediate. Un’eterna contemporaneità che somiglia molto alla vita ripetitiva delle carceri o degli ex manicomi, vite che non progrediscono.

L’antropologa Carmen Bilotta osserva che “la cura della salute, con una più acuta sensibilità alla qualità della vita, appare una nota distintiva della nostra epoca. Nella sua evidente valenza positiva, essa presenta anche innegabili ambiguità: mentre, infatti, spinge la ricerca biomedica verso traguardi sempre più esigenti, è però motivo di una diffusa preoccupazione nei confronti di tutto ciò che è considerato una minaccia al proprio benessere, come il dolore, la malattia, l’invecchiamento. Ed ecco il paradosso: l’imperativo della salute ad ogni costo, anziché provocare una maggiore sicurezza, si sta trasformando in fonte di una nuova insicurezza, che rischia di identificare la felicità con la salute, la dignità della vita con la qualità della vita. D’altra parte, gli interrogativi sui significati di esperienze cruciali come il dolore, la malattia, la morte, rischiano di rimanere irrisolti, se le risposte si affidano soltanto alla scienza biomedica o alla tecnica. Diventa allora quanto mai importante, in particolare per chi svolge una professione di cura, la riflessione antropologica, premessa necessaria a qualsiasi riflessione bioe-tica. Chiedersi chi è veramente l’uomo appare indispensabile per cogliere il bisogno di senso che egli manifesta universalmente nell’affrontare il vivere e il morire, la sofferenza e la cura”.

E perciò il bisogno di salute, il bisogno di non sentire dolore o fastidio alcuno. Oggi la discussione sui rimedi, sulle cure, è molto vivace e coinvolge esperti di diverse scuole, analisti, economisti, scienziati e ricercatori. La medicina non è mai stata così ricca, a volte estremamente varia e difficile da capire. Difficile saper scegliere, e un medico può fare la differenza tra salute e malattia.

La medicina, pur essendo una scienza, non garantisce oggettività. La cura non corrisponde ad una formula definitiva, anzi non si può parlare di cura ma di un insieme di trattamenti, di procedure che progrediscono nel tempo.

Ma cos’è esattamente la Cura?

Curare, curarsi e guarire, ad esempio, non sono la stessa cosa. E ce lo dicono anche le loro etimologie, quel rizoma dei significati che abita la parola e ne rivela l’essenza. Curare deriva dalla radice sanscrita di cura, Ku o Kav, la stessa di Kavi, saggio. Nella sua forma latina si scriveva Coera ed esprimeva l’atteggiamento di premura, preoccupazione nei confronti di una persona od oggetto amati, il “prendersi cura di”.

La parola guarire compare nell’antico spagnolo come Guarecer, da Garir, derivante dal germanico Varian, da cui Wher, difesa, o Ware in inglese (che indica la consapevolezza, ad esempio to be aware). In antichità guarire significa preservare, difendere, salvare dal male, attraverso il guardare, diventare consapevoli. Concetto molto più profondo del più limitato far tornare in salute cui si riferisce oggi il termine guarire. E soprattutto concetto che rimanda alla osservazione: dal latino Ob-Servare, che rimanda alla radice indoeuropea Swer-Swor, che esprime l’idea del guardare, custodire, stare in guardia. Interessante sapere che il verbo “vedere” in greco, horao, originariamente significasse collegarsi con la luce del sole: qualcosa del genere “vedo perché la luce ha illuminato”. Che riflessioni ricavare da questo excursus etimologico? Innanzitutto che guarire ha a che fare con una sorta di nuova visione, di illuminazione, con la capacità di diventare consapevoli, di osservare rivolgendo gli occhi alla luce. Erica Poli, sul Fatto quotidiano

La cura come imparare a vedere meglio. Aprire gli occhi, com-prendere, prendere coscienza di una situazione o di un problema è già un primo importante passo verso il processo di guarigione, quando la malattia non è irreversibile naturalmente.

Si è sani perché si è vivi? La possibilità della morte non dipende esclusivamente dalla malattia, dice il filosofo Montaigne, raccontato dall’intuizione di Maria Luisa Petruccelli nel suo “Curarsi con montaigne: filosofia dell’equilibrio“.

Le diramazioni dell’argomento ci portano lontano. Ad esempio la medicina popolare, quasi sempre legata a credenze religiose di atavica memoria. Esiste un approccio differente alla malattia, alla cura e alla riabilitazione sociale da parte delle più importanti religioni e sette. Il legame tra regole della fede e cura esiste da millenni nelle sponde del Mediterraneo, dove è nata la scienza medica, poi diffusa in tutto l’occidente. I riti, le preghiere, “is brebus” dei curatori sardi sono ancora oggi presenti nelle nostre vite quotidiane. Due pezzi magistrali, uno di Claudia Zedda “Le regole della guarigione in Sardegna: guaritrici ed erbarias” e l’altro di Nicolò Migheli “La parola che cura“, ne parlano in modo approfondito.

Nell’affrontare una cura l’approccio alla malattia è fondamentale da parte del malato e di chi gli sta accanto. L’approccio è fondamentale anche da parte dei medici, che stanno lentamente avvicinandosi al paziente per instaurare un rapporto di collaborazione. Ancora Bilotta “nel mondo anglosassone è fondamentale la distinzione tra sickness, illness e disease: “sickness” significa il percepito di una società di fronte alla malattia o situazione di squilibrio, “illness” è il convivere con una condizione di malattia o alterazione dell’equilibrio e di qui si potrebbe indagare sulla narrazione della malattia, quindi il punto di vista del paziente, laddove invece “disease” è il punto di vista del curante rispetto alla malattia. Tre parole che fanno riferimento al medesimo contesto ma usate in maniera differente. Un esercizio utile se vogliamo che potremmo pensare di suggerire di ripetere su altre “storie” per ampliare il proprio punto di vista rispetto a se stessi, gli altri e i professionisti di scienza e cura”. Il bellissimo pezzo “Il Teatro del Vissuto. Un percorso rivoluzionario per i pazienti e i medici“, ci fa capire meglio questo metodo.

Spostandoci a sud con la nostra nuova redattrice Soumaya Bourougaaoui, ricordiamo l’importante tradizione di medicina araba, che durante il medioevo ha sviluppato una ricchezza scientifica straordinaria, in quell’epoca prima al mondo. Ce ne parla nel suo bel pezzo “La scienza e la pratica medica nell’antica Baghdad durante il regno degli Abbassidi“.

L’architettura della salute. Per fortuna oggi si progettano ospedali, cliniche, comunità terapeutiche o singoli reparti che aiutano la riabilitazione attraverso il godimento della bellezza. Ce lo illustra con maestria la docente di arte contemporanea Adriana De Angelis nel suo “La cura è arte e l’arte è cura. Di arte e artisti ne parlano nei loro articoli Maria Laura Petrilli, Barbara Picci e Carla Giannini. L’arte è una delle strade per riuscire a stabilire una comunicazione profonda tra le persone, pensiamo al caso dell’autismo descritto ne “L’arte strumento di controllo dell’empatia emotiva nei soggetti autistici “. L’arte come esperimento terapeutico alla Biennale di Venezia, la più importante manifestazione al mondo ne “Una clinica per curare i mali della società? Il Padiglione Israele per la Biennale di Venezia“. Arte e medicina in una struttura storica di eccezionale importanza, purtroppo lasciata al degrado ne “La farmacia settecentesca dell’ospedale degli incurabili di Napoli. Un luogo dove scienza, arte e storia si incontrano“.

Dalla farmacia classica allo sviluppo del mercato delle cure omeopatiche, nel bel pezzo di Francesca Violante Rosso “Gli italiani riscoprono le piante officinali“. Nello stesso filone si inserisce il pezzo “La salute al naturale: l’aromaterapia” della scrittrice e traduttrice Adriana Valenti Sabouret. Sulle piante e la ricerca scientifica ci parla Cristina Delunas nel suo pezzo attualissimo “La magia dell’Iperico dalla medicina popolare alla cura dell’HIV

Il cibo e la cucina che cura. Tanti articoli sul tema, dal primo arrivato in redazione di Cristiana Grassi “Prima che serva una cura Il nostro benessere dipende da cosa mangiamo, ma anche da come e con chi lo facciamo“, il pezzo di Veronica Matta “Sa panada, una ricetta rivoluzionaria che cura l’anima“, fino al pezzo del nostro cuoco in redazione Gianmarco Garau, che ci stupisce per la sua bravura in cucina e nell’arte della scrittura Il cibo che cura: la rivoluzione in atto in ospedale.
Il piacere sincero del vino ne “Il ruolo del vino nella società tra leggenda e convivialità” di Maria Antonietta Angioi. Dei segreti del limone ce ne parla Gaetano Cataldo nel suo “Il limone tra leggende, cure ed Istruzioni per l’uso“.

E ancora, la ricerca pedagogica ne “L’educazione dei sensi nel bambino: riepilogo di un percorso di ricerca” della nostra nuova redattrice di Tunisi Besma Mohamed. Della stessa disciplina il pezzo di Daniela Trudu L’approccio pedagogico in risposta ai disturbi specifici dell’apprendimento. L’educazione che cura“.

La bellezza del viaggio nel pezzo di Irene Melis, la giramondo per eccellenza della nostra redazione “La cura è in viaggio con se stessi“.

Spiritualità, meditazione e concreta pratica curativa ne “I ciliegi sbocceranno ancora. Il cammino verso la guarigione negli scritti di Nichiren Daishonin“, un pezzo che unisce due tradizioni religiose e culturali, di Matteo Tuveri. Di anima e corpo ci parla Elisa Casu, “L’abbraccio dell’anima al corpo.

Corporeità e dolore, salute e malattia, vecchiaia e morte, cura e compassione, sono le questioni affrontate in questo nuovo numero, non con la pretesa di fornire soluzioni, ma di offrire un’occasione per comprendersi e per comprendere.

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