maria lai
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Ho sentito per la prima volta il nome di Maria Lai un anno fa a Firenze, in occasione di una sua mostra agli Uffizi dal suggestivo titolo “Il filo e l’infinito”, mi incuriosì come questa artista sarda contemporanea, scomparsa purtroppo nel 2013, fosse riuscita a tessere il non visibile, l’eterno.

Non riuscii ad andare alla mostra perché mi fermai a contemplare il crocefisso del Giotto nella Basilica di Santa Maria Novella sempre a Firenze, non so perché ma l’infinito lo guardavo ancora dal basso e non in un filo ed un nodo del telaio sardo, tavolozza privilegiata da Maria Lai.

Tornando al presente, mancano pochi giorni al mio rientro in Sardegna, la mia vacanza annuale sta per concretizzarsi e combacia con lo studio della figura di questa grande donna, e devo ammettere che mai ho sofferto tanto nello scrivere un articolo come questo proprio per la complessità e unicità della sua arte.

Intanto chi è Maria Lai? Per l’anagrafe una donna sarda nata ad Ulassai nel 1919, paesino dell’Ogliastra cuore pulsante della Sardegna, fin da piccina di salute cagionevole e per questo affidata a due zii contadini senza figli che avevano un podere nella pianura di Gairo. Inizia in quei lunghi silenzi a contatto con la terra ed il cielo sardo, il dialogo profondo tra Maria e la natura, l’universo, l’infinito. Maria già da piccola fa spazio dentro la sua anima per accogliere il palpito ancestrale della sua terra, Mamma Terra, ma ancora di più ha un dono quasi magico, conosce il linguaggio dell’infinito, che ben ritrova nel valore evocativo della poesia e nell’antica lingua latina insegnata dal suo amato maestro di italiano Salvatore Cambosu.

Ama osservare la nonna mentre rattoppa vecchie lenzuola, lei stessa si perde nelle giravolte tessute dai fili colorati sovrapposti, un groviglio insensato all’occhio dei profani, un racconto mitologico da leggere ai suoi occhi maturi di infinito. Attraversando la storia aggrovigliata di Maria, un po come i fili dei suoi libri tessuti, emerge il percorso al Liceo Artistico di Roma nel 1939 dove attira l’attenzione di maestri di scultura come Angelo Prini e Marino Mazzacurati. In un periodo dove l’arte era ancora riservata agli uomini, lei, piccola ragazza sarda, emerge per le sue profonde intuizioni creative, ma sarà la frequenza dell’accademia delle belle arti di Venezia durante gli anni della seconda guerra mondiale a forgiare la sua unicità nel panorama artistico internazionale.

Quando lei stessa ricorda negli ultimi anni della sua vita gli anni accademici, ne rammenta quasi l’inutilità, l’estraneità nei confronti delle lezioni dell’artista Arturo Martini, anche a causa del carattere scorbutico di questo, infatti lei era l’unica donna a frequentare il corso di scultura del maestro che la chiamava scherzosamente “pupa”. Dopo il completamento degli studi accademici espone i suoi disegni a matita, apre uno piccolo studio d’arte e inizia ad essere apprezzata. Dopo il suo ritorno in Sardegna su una scialuppa di salvataggio dal Golfo di Napoli nel 1945, dove rimarrà fino al 1954, riparte per il continente. Risiede a Roma, dove dal 1961 al 1970 vive quello che viene definito un lungo silenzio artistico, una sorta di crisi poetica. Lei ricorderà invece quegli anni come i più carichi di futuro e non a torto. Sono gli anni dove si intravede ed esplode infatti la magia di questa grande donna, cosi come magica è l’amicizia col grande scrittore sardo Giuseppe Dessi (1909-1977) non a caso dirimpettaio della sua casa romana. Lo scrittore autore di leggende e miti sardi, si perde ad osservare dalla sua finestra Maria Lai che nel suo appartamento tesse tante ore al telaio e sarà proprio per lei che scriverà il racconto mitologico “Figlia di un Dio distratto” che lei stessa illustrerà in uno dei suoi preziosi libri tessuti. Fra quelle pagine la parola si trasforma in filo dai colori caldi, che disegnano bellissime figure simboliche varco di un mondo originario tra fiaba, mito e leggenda. Vale la pena riassumere la leggenda di Dessì che narra appunto di un Dio annoiato che si fa uomo in un piccolo lembo di terra dalla forma di un piede, sperduto nel mare.

E’ un Dio che vuole trovare coloro i quali dovrebbero essere in grado di sognare, ossia gli uomini, si fa lui stesso uomo ma vecchio, infatti solo chi vive con fatica riesce a desiderare e sognare l’ impossibile. Gli abitanti di quella terra sperduta nel mare hanno però smesso di sognare e vivono in perenne conflitto con se stessi e gli altri, soprattutto manca la magia della presenza della donna. In questo Dio distratto, Giuseppe Dessi vedrà il creatore di Maria, la sua magia nell’essere una piccola Jana.

Uno sciame d’api segue il Dio distratto che involontariamente con una scintilla divina trasforma in tante piccole creature femminili gli operosi insetti, nascono cosi le janas. Maria Lai sente di essere stata creata dal Dio Distratto e con emozione tesse la bellezza di queste piccole fate che giocano ad essere donne, e insegnano alle donne che sbarcano sulla piccola isola l’arte della tessitura. Le donne sarde diventano cosi grandi tessitrici di tessuti e di vita, praticando il rigore e la pazienza con gli uomini non sempre gentili con loro. Sfogliare le fiabe, le leggende di Maria Lai vuol dire credere nuovamente alla magia e ai sogni.

I titoli delle sue opere sono già di per se piccole poesie, pensiamo per esempio ai suoi racconti quali “Prendendo per mano l’ombra” o “Telaio del meriggio” appartenente al ciclo dei Telai (Collezione della Stazione dell’Arte 1970), insomma Maria Lai è la piccola jana che ci prende per mano e ci insegna che la donna, l’uomo devono ritornare bambini se vogliono recuperare il loro essere autentico, la loro anelata felicità.

La vacanza che consiglio e che anche io farò sarà dunque ad Ulassai, alla Stazione dell’arte che presenta tra gli altri, diversi esempi di “Arte di relazione,” ossia sculture all’aperto realizzate con gli elementi della natura, dove protagonista è l’uomo e la sua perenne necessità di relazionarsi agli altri uomini. In particolare nel 1981 proprio ad Ulassai Maria Lai ha realizzato l’opera “Legarsi alla montagna”.

Tutto ha inizio con una leggenda tipica del suo paese ogliastrino che racconta di una bambina che cerca riparo da un temporale in una grotta, insieme ad altri pastori. Ad un tratto si palesa nel cielo un nastro azzurro che sprona la bambina ad uscire fuori dalla grotta, nel tentativo di acchiapparlo dal cielo, sarà proprio il nastro azzurro a salvarle la vita, la caverna infatti crollerà uccidendo i pastori al suo interno.

Maria Lai al suo ritorno in Sardegna trova un paese ancora in parte dilaniato dalle faide familiari, cicatrici che riguardano anche la sua famiglia dal momento che nel lontano 1954 muore per mano violenta il fratello più piccolo Lorenzo. La sensazione è che Maria voglia ricucire i legami a qualcosa di saldo che nel frattempo la comunità ha perso, il suo senso di appartenenza. Distribuisce decine di km di nastro azzurro e chiede agli abitanti di farlo passare intorno alle case del paese, a volte si ferma e viene fissato in un nodo a causa di dissidi ancora presenti ma riuscirà, seppur con fatica ed iniziale titubanza da parte degli abitanti, a circondare tutto il paese. Rimarrà ancora un lungo tratto che due scalatori cagliaritani porteranno in cima alla montagna che sovrasta il paese, a cimentare quel legame con la montagna simbolo di solidità, di eternità. Insomma questa nostra conterranea ha avuto il coraggio di sollevare la pietra del dolore umano, per liberare l’anima dalla gravità della pesantezza esistenziale e farla vagare in arcane mappe stellari, in mondi antichi, tempi infiniti e giravolte tessute colorate.

Ha vinto dunque Maria la scommessa su cui la filosofia con le sue dissertazioni speculative ha fallito, ossia comprendere e legare l’infinito al finito. La nostra piccola jana sarda ha osato fare un sentito e coraggioso passo indietro, ossia dalla ragione è tornata al mito. Grazie dunque Maria Lai per aver illuminato la nostra notte buia della presunzione umana con la tua luce di grande saggezza e umiltà, ricordandoci che solo il silenzio attento della natura interiore umana e di quella esterna del creato è rivelatore di arcane verità.

Foto : Maria Lai archivio web.

Sitografia : http://www.stazionedellarte.com/

archiviomarialai.com

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