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“Oltre il limite” è il titolo della mostra che Sabrina Colle dedica a Vittorio Sgarbi, suo compagno. Un uomo che unisce e divide nei sentimenti che genera. La mostra, voluta dalla Fondazione Pio Alferano e Virgina Ippolito è visitabile sino al 31 agosto nella sale del Castello dell’Abate a Castellabate in provincia di Salerno.

Sabrina Colle in veste di curatrice ha scelto 74 opere di 56 artisti che conoscono Vittorio Sgarbi e che lui ben conosce per condividerlo con il mondo. Una persona, oltre che un personaggio, che si ama o si odia, ma che grazie a questa mostra si comprenderà in modo più variegato e profondo.
Vale la pena andare sino a Castellabate, salire al Castello e aggirarsi nelle colorate sale dove la mostra è allestita. Si scopre il multiforme universo di Vittorio Sgarbi e si riesce a coglierne tutti i lati della sua dirompente personalità, si incontrano gli artisti che ama e che stima, quelli che ha scoperto e valorizzato, mai viene fuori l’aggressività che a volte lo contraddistingue e che a volte ne oscura la sua cultura e la sua capacità di condivisione del sapere che con un linguaggio sempre adeguato trasmette a chi si sofferma ad ascoltarlo e sa andare al di là dei pregiudizi che ne accompagnano la sua figura poliedrica.

Anna Gardu
Anna Gardu

Si salgono le scale e ci si trova nel mondo di Sgarbi, un mondo di Amore, Arte, Passione che è anche il titolo dell’opera di Antonio Nocera. Ci sono due tele poetiche: Ragazzo e Pensieri tristi di Brancaleone Cugusi da Romana, pittore sardo della prima metà del Novecento cui il critico ferrarese ha dato visibilità in passato con una mostra e un catalogo. L’Essenza delle virtù è invece l’opera in cui Anna Gardu racconta con un urna di pasta di mandorle, zucchero e scorza d’arancia e decori in forma di grappoli uno Sgarbi Dioniso, mortale e immortale allo stesso tempo, mentre Vanitas di Bertozzi & Casoni unisce ossa e chicchi di melograno: vita feconda e morte. Il tenero acquerello di Tullio Pericoli ci mostra uno Sgarbi che si stringe in un accappatoio con uno strascico che si confonde sulla sabbia.
Vittorio Sgarbi, uno degli uomini più rappresentati e visti d’Italia, è in versione adamitica sulla copertina dell’Espresso, mentre Giovanni Gasparro lo fissa sulla tela Le connoisseur. Ritratto di Vittorio Sgarbi affacciato da una cornice, in una illusione di mani, lenti, corpi, volti e teschi.
Rocco Normanno ne fa un Ritratto doppio di ispirazione tradizionale, ma con la contemporaneità che illumina il volto grazie al telefono da cui Sgarbi difficilmente si separa. Luigi Serafini lo rende trino all’interno della sua teca Vittorio Trimegisto, in attività ermeneutica sopra il Codex Seraphinianus.
Non può mancare lo Sgarbi Capra, ed ecco allora quello in giacca blu e camicia bianca di Fatima Messana che sembra voler bonariamente e con affetto ammonire i visitatori ad andare oltre il limite delle convenzioni e dei pregiudizi. Anche Raimondo Lorenzetti, Riccardo Mannelli, Andrea Martinelli e Maurizio Bottoni che dipinge invece un caprone, hanno scelto di raccontare Sgarbi con quello che è diventato ormai uno slogan o un simbolo: la capra.

Ma è lo Sgarbi privato che si diffonde prepotente nella mostra, lo propone il ravennate Sante Ghinassi che realizza su ceramica dipinta i ritratti dello stesso Sgarbi e della sua famiglia: la mamma, il papà e la sorella. E lo troviamo anche nelle opere di Adelchi Riccardo Mantovani che ci portano ai suoi luoghi della memoria.
Lo rivelano appieno due foto: il celebre ritratto in bianco e nero che Helmut Newton scattò a un giovane Sgarbi nel 1990 con dei sofisticati giochi di chiaro scuri, luci e ombre e poi la preferita della curatrice, quella scattata da Cristina Ghergo nel 2011: Sogno e son desto. Un grande divano a righe accoglie Sabrina e Vittorio, sono fotografati come i protagonisti di un vecchio film di ritorno da una serata mondana, lei stanca che dorme con ancora il suo lucente abito giallo e lui che legge il giornale, instancabile come nella vita reale. Quando tutti sono ormai stanchi dopo una giornata piena e intensa, lui, come accaduto la sera dell’inaugurazione di questa mostra è sempre attivo e dinamico, tanto da tornare alle cinque del mattino nelle sale del Castello e aggirarsi con l’amico Santino Carta, il Presidente della Fondazione, tra le opere che lo celebrano. Le aveva già viste, si era soffermato su tutte, le aveva accarezzate con lo sguardo e con le dita, ne ha colto sicuramente l’amore che le ha scelte.
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Ci sono tanti ritratti: quelli di Giancarlo Vitali, Luciano Ventrone, Carlo Guarienti, Rinaldo Geleng, Franco Dugo, Antonio Ciccone e Giuseppe Bergomi che nel suo altorilievo in gesso lo rappresenta nell’atto di essere battezzato e poi Agostino Arrivabene che ne dipinge su tavola il candido braccio. Sembra appartenere ad un pittore del gruppo del Novecento il Ritratto di Vittorio Sgarbi, con il critico collocato all’interno di una scenografia architettonica, realizzato da Sandra Brunetti ed esposto vicino ad una natura morta dal titolo Ritorno a Crevalcore, un olio che è una citazione dell’opera di copertina del libro che Sgarbi scrisse su Antonino da Crevalcore, pittore ferrarese del Quattrocento.
Si coglie tutto lo Sgarbi amante, ricambiato, dell’arte in Via dell’anima di Natalia Tsarkova e Alexander Sergeeff: in una stanza dove regna l’horror vacui, lui con gli immancabili fogli in mano e lo sguardo che non cerca lo spettatore, ma va oltre, dietro ai suoi pensieri, circondato dal bello, nella vita, in quest’opera come pure nelle tele di Enrico Robusti (Le giornate di 24 secoli di Vittorio Sgarbi) e Antonio Pasquale Prima (Phi della vita), lo stesso che invece in un interno solitario dipinge La camicia di Vittorio appesa a una parete.
Ed ecco lo Sgarbi che va oltre il limite: lo interpreta Ivan Theimer nella sua Stele in Onore di Vittorio Sgarbi per la violazione dell’embargo in Libia. Pino Navedoro lo veste con i panni di novello Don Chisciotte e lo immortala a cavallo con il suo doppio Sancho e sullo sfondo le odiate pale eoliche. Ancora a cavallo nella statua equestre realizzata in terracotta da Dante Carpigiani. Ne coglie poi l’Anima, Emmanuele Facchiano Santagata, chiudendone il volto nei limiti di un pannello che ne mostra solo gli occhi che qui invece trafiggono lo spettatore. Ma poi ci sono tante Sabrina a cercare di tenerlo dentro il limite: la Sabrina di Notte di Aurelio Bulzatti, La modella pudica di Tullio Cattaneo, Nordwind di Aron Demetz, Femme de terre di Livio Scarpella e altre figure femminili realizzate da Botero, Giuseppe Ducrot, Roberto Ferri e i busti antichi adornati dai collier di resina colorata di Gaetano Pesce autore anche della poltrona Up 5 e 6 vestita.
Sabrina e Vittorio sono poi insieme nel pannello di Nicolò Morales che omaggia la multiforme personalità di Sgarbi attraverso Sabrina che vigila su dei piccoli Vittorio di maiolica.
Sabrina Colle con questa mostra racconta Vittorio Sgarbi e la loro storia d’amore che si augura possa durare e continuare in modo così armonioso e intenso come quella del Generale Pio Alferano e sua moglie Virginia.
Gli altri artisti che la curatrice ha selezionato per questo suo personale omaggio a Vittorio Sgarbi e che hanno partecipato con le loro opere a “Oltre il limite” sono: Giorgio Balboni, Enzo Cucchi, Gino De Dominicis, Filippo Dobrilla, Andrea Facchini, Lino Frongia, Carmelo Giallo, Gaetano Giuffrè, Cesare Inzerillo, Alessandro Kokocinski, Marco Lodola – Giovanna Fra, Stefano Mosena, Giampaolo Talani e Wainer Vaccari.
La mostra è corredata da un prezioso catalogo con l’introduzione del Presidente della Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito, Santino Carta e i testi di Vittorio Sgarbi, Sabrina Colle e Camillo Langone.
“Oltre il limite” è infatti allestita nell’ambito del Premio Pio Alferano 2016 che per questa quinta edizione, durante una serata presentata da Nicola Porro, è stato assegnato al Comune di Castelsardo, al costituzionalista Michele Ainis, alla giornalista Bianca Berlinguer, al Generale dei Carabinieri Pasquale d’Amicis, allo storico dell’arte Arnauld Brejon de Lavergnée, all’attore Moni Ovadia, all’imprenditore cilentano Giuseppe Pagano e al cantante Tony Renis. Il Premio promosso dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito con l’ideazione e il coordinamento di Santino Carta e la direzione artistica di Vittorio Sgarbi viene conferito a personalità che, in ambiti diversi, si sono impegnate a valorizzare e tutelare l’arte, la cultura, la tradizione e l’ambiente, nel rispetto della bellezza intesa come valore estetico, morale e sociale.
Sempre nelle sale del Castello dell’Abate è visitabile (dal lunedì alla domenica, 9.30-12.30, 18.30-24.00.) anche “Genius Loci”, una mostra in cui vengono esposte le opere del concorso indetto dalla Fondazione con 20 artisti, uno per ciascuna regione, selezionati per reinterpretare uno spaccato delle bellezze dei luoghi, dei paesaggi e dei volti che costituiscono il nostro patrimonio ambientale e culturale.

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