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Il termine Maktub si riferisce al destino e alla volontà di Dio. La parola si traduce in “è scritto”, “è il destino”, “Dio l’ha voluto”. Nel nome spesso è racchiuso un destino. Il Maktub, in quanto traccia, segna un collegamento fatale con tutto ciò che è accaduto e con ciò che resta a venire. A ogni felicità o sfortuna corrisponde un pre-detto e pre-destino. Il maktub combina il prima, o il passato, e il dopo, cioè il futuro. Il destino come le vestigia di un passato a venire, infesta i pensieri e i discorsi.

Raccontando ciò che è successo, l’interlocutore costella il suo discorso con l’espressione Maktub.  Il termine Maktub si riferisce generalmente a una situazione disperata, una situazione di  rassegnazione alla sorte. La parola racchiude un senso di passività, impotenza e sconfitta. C’è effettivamente un certo modo disperato di rassegnarsi alla sorte:  la voce cala e va giù; il tono è freddo, serio e distaccato. Nel mantenimento di una posizione neutro-passiva in cui non si è proprio artefici della propria vita vengono sprecate tante energie. Soggetti rassegnati e contraddistinti da scarsa vitalità pratico-emotiva non possono prendere la vita nelle loro mani e convogliare la loro vita verso canali attivi.

Il Maktub non esclude il fatto che siamo il frutto delle nostre decisioni e gli attori principali della nostra storia. Siamo i padroni della nostra vita. Bisogna marcare la propria vita con iniziative importanti, creatività, caparbietà, fantasia per non lasciarsi travolgere dal caso o dal destino e avere il controllo del suo Essere.

È vero che l’essere umano non può avere il controllo su eventi che non dipendono dalla sua volontà, non può decidere di essere immuni da disgrazie, malessere, ma deve esercitare la volontà di fare e tirar fuori il coraggio e l’energia che ha dentro; Saper gestire la propria mente per costruire scenari futuri e trasformare le proprie idee in immagini chiare e aspettative.

“Il destino è un’invenzione della gente fiacca e rassegnata”, così dice lo scrittore, giornalista, politico, saggista e drammaturgo italiano Ignazio Silone. In risposta a quest’ultima qualcuno dice: “Certo, chi non vuole impegnarsi per migliorare la propria sorte, le proprie condizioni, chi si lascia prendere dall’ignavia, scarica ogni responsabilità, come giustamente sostiene Silone, sul destino!”. Altri, invece, vedono che Ignazio Silone è stato vittima del suo destino. “Chi non percepisce il destino è sordo e cieco… Presuntuosi, arroganti e arrabbiati con lo stesso…chi non vede o crede al destino ha solo il terrore di ammettere che non c’è nulla di certo e che non c’è niente di cui si ha veramente il controllo… Illusi nelle illusioni”[i].

Ognuno è autore del proprio destino. Azioni di cambiamento, di andare al di là dei nostri condizionamenti implicano una crescita, uno sviluppo e una trasformazione continua nella nostra vita. Le decisioni determinano la sorte. La nostra vita cambia nel momento in cui prendiamo una decisione nuova. “È nel momento delle decisioni che si plasma il tuo destino”. Un vero proprio potere decisionale dentro ognuno di noi determina tutto ciò che succede a noi. Ogni azione genera un effetto differente. Ed è per questo che bisogna saper portare avanti la propria decisione nonostante le difficoltà, invece di accampare scuse e dare la colpa a coloro che si ha intorno.

Il Maktub dipende in gran parte dalla nostra capacità e dal nostro coraggio di seguire fino in fondo i nostri sogni. Bisogna prendere decisioni sulla base delle aspettative future e non solo sulla memoria del passato. Bisogna coltivare la memoria delle aspirazioni positive e delle speranze. È la memoria del bruciore che tiene lontano il bambino dal fuoco. L’uso adeguato e funzionale della memoria permette di girare la situazione a nostro favore senza costruire intorno a questa esperienza tutta la propria vita.

La fortuna si realizza dall’intersezione d’infinite pianificazioni, futuri desiderati e progettati. Il futuro desiderato determina il nostro agire quotidiano. Ricordiamo a tale proposito il concetto di profezia che si auto-adempie, introdotto in sociologia da Robert K. Merton nel suo libro Teoria e struttura sociale: “Una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità”.

Il fatto di aspettare una cosa la rende reale; un’aspettativa si realizza per il solo fatto di essere espressa. A tal proposito dice William Thomas: “Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”. L’effetto positivo della profezia viene chiamato effetto pigmalione.

È importante parlare bene a se stessi e formulare pensieri e parole in positivo. Sono già un punto di partenza per suscitare in noi emozioni positive e rendere l’obiettivo più raggiungibile. L’uso di termini che arrivino positivamente alla mente inconscia ci dà l’opportunità di attingere alle risorse necessarie per superare il disagio e motivarci più rapidamente all’azione.

L’immaginazione ci permette di misurarci con il futuro positivo desiderato. I futuri immaginati partecipano al processo decisionale. Le nostre aspettative rispetto a un avvenimento possono condizionare il nostro comportamento. Il dedicarsi a ciò che si ama con decisione e buona voglia permette di fare un passo verso il cammino del proprio destino più autentico. Il destino è ciò che decidiamo di essere, non quello che è successo, non quello che è capitato, che ci ha segnato, che ci ha stravolto. Un morso alla volta, un sospiro alla volta, un sorriso  alla volta, poco a poco.. Non hai idea di che panorama mozzafiato vedrai una volta raggiunta la cima.

Grazia Deledda è l’incarnazione di una volontà decisa e marcata. È una donna che, grazie al suo atteggiamento positivo,  ha costruito la sua asserzione di scrittrice, senza mai rassegnarsi alla volontà altrui o alla fatalità. La storia di Grazia Deledda, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 1926, ci dimostra che, con la passione e il coraggio, si può realizzarsi al di fuori di ciò che la società pretende e impone.

La Deledda scava nel vivo delle coscienze per riflettere sul dramma eterno dell’uomo, vittima passiva del destino. La scrittrice cerca di cogliere l’essenza della vita nella sua tragicità. Il senso del peccato e della colpa e la coscienza dell’ineluttibile destino impregna la narrazione e svolazza su tutte le storie.

Come le canne sono indifese alle raffiche del vento che le frusta, così è l’essere umano di fronte al destino. Il destino inesorabile, il fato, insignisce gli uomini e li travolge. Per uomini fragili come “canne al vento”, l’unica soluzione sembra racchiudersi nella rassegnazione e nella sopportazione..

Leggere Grazia Deledda oggi giorno, in un era contraddistinta dalla libertà personale e di scelta, è come fare un balzo indietro, rivedere la ristrutturazione della società patriarcale: una società orientata all’obbedienza e alla sottomissione. La passiva accettazione della disciplina e la sottomissione si nutrono da una cultura di credenze basata sulla superstizione e sulla paura.

La Sardegna antica, con le superstizioni, le maledizioni e le preghiere, è il vero tema dei libri di Grazia Deledda e lo scenario di quasi tutte le sue opere. La natura tradizionalistica e ancestrale della società sarda si conserva nell’opera della scrittrice nuorese. I ritmi della colpa, del fato, del peccato e della punizione rivivono nella Sardegna da lei raccontata.

L’essere timorosi, timidi e il fatto di mordersi la lingua, piuttosto  che indicare puntualmente il dissesto, non creano cambiamenti. I cambiamenti richiedono un’azione quotidiana, uno sguardo lungo e coraggio: quella forza d’animo che si manifesta nel non stancarsi mai di urlare NO tutte le volte che regna la cultura dell’obbedienza assoluta. Il coraggio, infatti, ci rende liberi.

I personaggi deleddiani accettano una dura disciplina, somministrata dai padri anche con la violenza. In Canne al vento, don Zame rappresenta la cultura dell’obbedienza. “Don Zame dopo la morte della moglie, prendeva sempre più l’aspetto prepotente dei baroni suoi antenati, e come questi teneva chiuse dentro la casa, quasi fossero schiave, le ragazze in attesa dei mariti degni di loro. E come schiave esse dovevano lavorare, fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro roba: e soprattutto non dovevano sollevare gli occhi davanti agli uomini, né permettersi di pensare ad uno che non fosse destinato loro come sposo. Ma gli anni passavano e lo sposo non arriva. E più le figlie invecchiavano, più don Zame pretendeva da loro una costante severità dei costumi”.

La letteratura deleddiana rappresenta la condizione femminile condannata dall’ineluttibile destino a subire le disgrazie e le avversità del quotidiano, come se queste ultime fossero conseguenza inevitabile del fato.

Deledda è figlia di quel mondo leggendario, ma ha saputo lottare contro gli stereotipi e i pregiudizi che pesavano sulla sua persona. “Sono nata in Sardegna. La mia famiglia era composta di gente savia, ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei”.

Grazia Deledda, dice lo scrittore Marcello Fois, “ha il problema di essere donna. E donna nel solito universo in cui le questioni di genere inficiano le pari opportunità”. La Deledda ha saputo superare i limiti di una donna il cui destino non poteva che essere la casa e i figli. La ribellione nella Deledda si manifesta nel sapore di autonomia, nei sogni realizzati, una ribellione intessuta in trame di romanzi ancora oggi letti e riletti.

È meglio esemplarsi alla Deledda che continuare a maledire la malasorte.


[i] https://aforismi.meglio.it/commenti.htm?id=2119

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