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Molti di noi non se ne rendono conto o semplicemente non siamo abituati a pensare ad un mondo iperconnesso.

Lo releghiamo ad un futuro che deve ancora accadere, un futuro fatto di robot e macchine volanti, come nei tradizionali film di fantascienza. In realtà il futuro è già qui. Tutti noi disponiamo di almeno un oggetto tecnologico che rientra nel mondo dell’internet of things.

Questo termine, letteralmente l’internet delle cose, è stato coniato ed utilizzato per la prima volta vent’anni fa e da allora lo sentiamo ripetere spesso, per indicare beni di utilizzo quotidiano e anche macchine industriali. Una vera e propria rivoluzione degli oggetti, che sembra quasi animarli.
Che cosa sono questi oggetti? Non devono essere per forza macchine futuristiche, possono essere tranquillamente oggetti di uso comune, come gli orologi o le auto, che attraverso un indirizzo IP e un software si connettono ad internet e scambiano dati con altri oggetti.

Secondo alcune ricerche più recenti, i dispositivi connessi si aggirano tra i 5 e i 10 miliardi, ma molto probabilmente nel giro di qualche anno gli oggetti connessi ad internet saranno circa 40 miliardi. Una vita sempre più smart dunque, sempre più connessa, sempre più semplificata e ricca di dati. Grazie a questi strumenti, alla connessione internet, la nostra vita quotidiana è automatizzata, dunque si presume più ricca di informazioni e dunque semplificata.

Funziona davvero così o c’è un retroscena nascosto? Una cosa non esclude l’altra in realtà. È vero che il mondo degli oggetti collegato ad internet ci aiutano a capire qual è il giusto percorso da fare, calibrano e monitorano le nostre ore di sonno, hanno rivoluzionato i metodi di produzione e sempre più condizionano anche pubblicità e gusti personali.
Fin qui niente di male, in fondo aiutano davvero la nostra vita frenetica ad essere più semplice e più organizzata. Il problema sorge se ci si ferma a pensare alla quantità di dati che viene raccolta. Dove finiscono questi dati? Da qui sorge il dilemma della privacy. Se questi dati finiscono nella rete globale da chi e come possono essere usati. Se è vero che la morsa della legge sulle grandi aziende tecnologiche e sulla loro trasparenza si è fatta più stretta, gli utenti del web e i possessori di oggetti IoT devono ancora prestare attenzione e tutelare la loro privacy. Con gli oggetti intelligenti infatti si rischia di perdere il controllo dei dati. Proprio per questo è necessario capire che limiti porre alla costruzione di questa nuova società smart, e nel frattempo utilizzare strumenti che proteggano le nostre connessioni, come le VPN, e sistemi di crittografia che salvaguardino i nostri account.

Certo è che il futuro che abbiamo davanti è sempre più smart, ma dovremmo essere noi a costruire una società intelligente in grado di gestire l’internet of things.

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