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Il buono, il vero, il bello. E’ su questi tre grandi temi che si è scandita la riflessione della terza edizione del Festival di filosofia che si è svolto a Cagliari, al Teatro Massimo, dal 2 al 4 maggio 2014. Tre giorni di incontri intensi dove i dialoganti ci hanno condotto per mano attraverso un emozionante viaggio fra le idee, un percorso a tratti chiaro e a tratti tortuoso così come intricato è l’incedere del pensiero che conduce al disvelamento della realtà.

Sullo sfondo i grandi temi della drammaturgia, secondo una formula vincente già sperimentata dal festival, che prevede una stretta connessione fra gli argomenti oggetto di discussione e l’opera teatrale che ogni sera si replica. Quest’anno è stata l’Elena, nella rivisitazione di Euripide, e messa in scena dal Teatro Sardegna per la regia di Guido de Monticelli, a offrire agli ospiti un denso materiale su cui riflettere, a partire da quella che suona quasi come un’ammonizione dell’Elena euripidea, la quale pare metterci in guardia dai rischi di un vedere che si svela ingannevole e di un sapere che si mostra fallace.

E’ la stessa Roberta de Monticelli, curatrice del festival con Pier Luigi Lecis, che ci svela le trame che legano gli argomenti dei dialoghi ai temi del testo del grande drammaturgo greco e lo fa ricordando alla platea che all’origine dell’avventura dell’Elena euripidea c’è il conflitto giocoso delle divinità che per gli uomini è il tragico conflitto di valori. Il richiamo è alle divinità Era, Atena e Afrodite, che rappresentano rispettivamente i tre blocchi tematici in cui il festival si è articolato: Potenza, Ragione e Bellezza, temi che ruotano attorno alla questione più generale su Il conflitto dei valori. La bellezza creata e la bellezza dissipata, come suona il titolo del festival.

POTENZA

De-Monticelli-Colombo2La Repubblica siamo noi è il titolo del primo dialogo che ha aperto il festival e ha portato sul palcoscenico del teatro Roberta de Monticelli con l’ex magistrato Gherardo Colombo. La riflessione si è articolata sul tema del potere e della legge, sui fondamenti di legittimità della polis e delle regole che la governano, a partire dalla famosa disputa tra Socrate e Trasimaco, avente come oggetto la giustizia e presente nel I libro de La Repubblica di Platone. Cosa fonda le legge? Quando la legge è giusta? “Sono queste le domande implicite nella prima parte del festival e a seconda delle risposte date a questa domanda si sono definite le varie filosofie”, afferma Roberta de Monticelli. “Un tema centrale questo nella storia della filosofia strettamente connesso alla domanda ‘chi siamo?’, dalla cui risposta dipende il tema della giustificazione della legge – ribadisce Gherardo Colombo. –  E in riferimento al tema della legge – continua l’ex magistrato – ha una notevole importanza l’esperienza, cioè quel che si è passato e percorso prima di arrivare al punto in cui siamo”. Un’esperienza che non deve essere letta, così come presente in certa parte della storia della filosofia, come valida per lo più, insiste la curatrice del festival, ma come “ciò che ci dice se i nostri giudizi sono effettivamente veri, fino a prova contraria”. Infatti i valori, lungi dall’essere proiezioni soggettive, si scoprono a poco a poco così come i modi di funzionare della natura. E’ lo stesso artefatto che impone la sua regola e i nostri modi di essere sono delle condizioni che emanano doveri e obblighi da un lato e diritti dall’altro. E proprio su Parole e diritto hanno conversato Stefano Rodotà e Giuseppe Lorini nel dialogo successivo a partire da una citazione tratta dall’Elena di Euripide: “il nome può stare ovunque, il corpo no”. Il tema è quello del rapporto fra le parole e le cose, dicotomia questa presente nella storia della filosofia, pensiamo al Wittgenstein del Tractatus Logico-Philosophicus, ma che – afferma Lorini – “sembra essere superata nel diritto”. Diritto che Rodotà definisce “creazione artificiale” e se nella parole di Montaigne la vita è un movimento ineguale, irregolare e multiforme, la sfida dei giuristi diventa quella di ridurre al massimo le discriminazioni: “in questo senso – afferma Rodotà – il diritto deve puntare all’eguaglianza, alla regolarità e alla ricerca di caratteri comuni e universali”.

RAGIONE

Remo-Bodei-Pier-Luigi-LecisFalsa l’idea della Grecia come luogo di armonie incontrastate, suggerisce il filosofo Remo Bodei nel dialogo intitolato Europa: la patria della ragione e affascinandoci con la sua consueta generosità nel trasferire le conoscenze, mostra attraverso l’etimologia delle parole e i richiami alla storia della filosofia, come per secoli l’Europa si sia presentata come Ragione e Potenza, Atena vestita con un’armatura e la lancia, per poi concludere come nella realtà l’Europa che oggi conosciamo e viviamo assomigli di più a “un nano politico e militare”. Bodei afferma che l’Europa è il continente potenzialmente più ricco del pianeta, se solo fosse una vera unione economica e politica. Ciò di cui siamo sicuri di poter affermare oggi, è che non è mai esistito nella storia d’Europa un periodo così lungo di pace: dalla Grecia antica fino alla fine della seconda guerra mondiale. Un record che dobbiamo in gran parte all’intuizione dell’idea di Europa che hanno avuto i padri fondatori dell’Unione Europea che scrissero il Manifesto di Ventotene.

“Possiamo fare riferimento a tre grandi immagini filosofiche della fisionomia europea legate all’orizzonte interculturale” esordisce Pier Luigi Lecis, in dialogo con Bodei: la fusione di orizzonti in Gadamer, la fragilità dell’intreccio in Ricœur e il decentramento e apprendimento reciproco in Habermas. Nell’illustrare queste tre immagini contemporanee dell’identità europea, il professore dell’Università di Cagliari, indica il percorso che ha portato da un’oggettivazione dei valori presente nel mondo antico, a una soggettivazione dei valori nel mondo moderno, la quale ha determinato, tra le altre cose, una trasformazione dell’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura.

Quanto, in generale, è importante per il futuro dell’Europa riflettere sulla storia e sulla filosofia della Grecia antica, sulle radici storiche e culturali e sui valori sui quali è costruita? Questa sembra essere la domanda implicita nel dialogo fra Maria Michela Sassi e Elisabetta Cattanei dal titolo Il senso della cittadinanza: pensando a Socrate, alla polis e ai tiranni, che ci riporta nella Grecia del V secolo, la culla dell’Europa e della filosofia. Con sapiente maestria le due studiose del mondo antico ci conducono alla ricerca del significato del termine giusto a partire dalla domanda: cos’è un’azione giusta? Ripercorrendo il percorso che Platone fa fare a Socrate nei dialoghi che lo vedono come interlocutore centrale, Maria Michela Sassi presenta la vita esaminata di Socrate devoto alla legge, mentre la riflessione di Elisabetta Cattanei si snoda a partire dalla domanda: c’è nella polis un anti-Socrate? La risposta la troviamo nel libro VIII e IX de La Repubblica dove Platone tratteggia la genesi dell’uomo tiranno come antitesi dell’uomo giusto, rappresentata dal filosofo greco come trasformazione dell’uomo in lupo. Così come nella polis policroma convivono razionalità e irrazionalità, allo stesso modo in ogni uomo convivono entrambe queste nature e solo dall’azione degli uomini dipende la riuscita del progetto, illustrato da Platone ne La Repubblica, di fare una città bella, armonica, proporzionata.

BELLEZZA

E con il richiamo a Kallipolis, la città bella di Platone, arriviamo all’ultima giornata del festival dove Salvatore Settis, assente per un improvviso malore, è stato sostituito da Remo Bodei nel dialogo con Antonello Sanna su Paesaggio e bellezza. Il dialogo ha preso l’avvio dalla lettura, affidata a un attore, di uno scritto di Salvatore Settis il quale sostiene come il tramonto dell’idea del bene comune sia testimoniato dallo sfacelo del paesaggio. Allora il dialogo su paesaggio e bellezza non poteva che prendere le mosse proprio dalle domande che mirano a indagare tali concetti. “Cos’è il bene comune? È ciò che appartiene a tutti in modo indiviso e di cui ciascun cittadino ha diritto”, afferma Remo Bodei. E ancora cos’è il bello? Diderot sosteneva fosse come il tempo per Agostino, crediamo di sapere cosa sia, ma se ce lo chiedono siamo in confusione perché il bello non ha una definizione unica. Dal nostro modo di esperire la bellezza deriva la forma e la riflessione sulla natura e sul paesaggio urbano, sostiene Antonello Sanna.

L’analisi si sposta così sulla funzione sociale della bellezza, valore etico prima che estetico, argomento questo che ci conduce al sesto e ultimo dialogo tra Vito Mancuso e Pierpaolo Ciccarelli: Salvezza e perdizione nel rapimento estetico. Nel dialogo che chiude il festival Vito Mancuso ci riporta dalla terra al cielo nella sua analisi sulla bellezza come rapimento estetico che dà salvezza, mentre Pierpaolo Ciccarelli propone una lettura filosofica dell’Elena di Euripide e della tragicità della sua bellezza.

E così si è conclusa anche questa edizione del festival che ha visto una grande affluenza di pubblico e di partecipazione ai dialoghi, un successo che dimostra quanto sia urgente e sentita oggi la necessità di ricreare spazi di riflessione condivisi su temi importanti che riguardano la vita e il vivere in società.

“Dunque è così: collimano i discorsi. Il vero essa m’ha detto” afferma Menelao abbracciando Elena e a coloro che ancora sostengono l’inutilità della filosofia rispondiamo con le parole di Aristotele: “la filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile”. Sapere che non fornisce risposte certe e valide una volta per tutte, ma che a partire dalla domanda originata dal dubbio ci insegna a riflettere sulle nostre azioni e a praticare quella giurisdizione della ragione, come direbbe il filosofo Husserl, ossia quel ricciolo, quel dubbio socratico che ancora ci fa dire: ma sarà giusto?

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