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Afflitti dalla rincorsa alla realizzazione, alla produzione e alla fama, per l’appunto morti di fama o affetti dal moto perpetuo di una società iper tecnologizzata e sempre in salute, sentiamo arrivare l’acciacco, il dolore, la malattia (spesso e volentieri autoimmune) e li guardiamo con sospetto: viziati – per fortuna – dai grandi passi compiuti dalla scienza, non più abituati al senso della nostra finitezza, e ancor meno a quello dell’impermanenza, specie se applicata al corpo; nostro e degli altri, ci spaventiamo così tanto davanti all’imperfezione, alla patologia, o alla morte, da rimanere annichiliti, da rimuoverne la rappresentazione o da ricorrere a cure in totale segretezza, qualche volta all’insaputa anche di parenti e amici.

Spesso inventando, negando o ignorando la scienza; sovente rifiutando le conseguenze delle nostre azioni, rivolgendoci ad un Dio distratto ed esoterico al quale attribuire decadimento, disgrazie e delegare responsabilità.

Approssimativamente fra il il 566 a.C. e il 486 a.C. il Buddha Śākyamuni, conosciuto anche come Siddhārtha Gautama o Buddha Storico, si pose il problema delle quattro sofferenze dell’essere umano: la nascita, l’invecchiamento, la malattia e la morte. Riservò a tali punti fermi dell’esistenza lunghi anni di meditazione lasciando ai suoi discepoli pensieri e discorsi che furono raccolti, prima oralmente e poi per iscritto, nei Sutra.

Del Buddha Storico troviamo traccia anche in Italia nell’affresco trecentesco nella sesta sala del Museo Civico di Palazzo Corboli ad Asciano, che raffigura la storia di Barlaam o Iosafat, che altro non era che Siddhārtha, o nel Battistero di Parma di Benedetto Antelami. Tracce del Buddha sono rintracciabili anche nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine e in alcune opere di Bernardo Pulci e Lope de Vega.

Dall’esperienza umana, mistica e filosofica del Buddha Storico nacquero svariate correnti o scuole buddiste, differenti risposte a quelle domande ineluttabili e cruciali sulla natura del mondo e sull’umana vita. Tutte legate da tre parole che è spesso difficile declinare nella società in cui ci troviamo a vivere: consapevolezza, responsabilità e compassione.

Nichiren che chiamò per nome la natura umana

Nichiren Daishonin, monaco buddista riformista nato in Giappone nel 1222 presso una famiglia di poveri pescatori, dopo lunghi e attenti studi dei Sutra e dei commentari, individuò la via della verità nella Legge Mistica (la Vita stessa, la natura illuminata, energia pulita e profonda alla quale tutti gli esseri partecipano) contenuta nel Sutra del Loto (ultimo insegnamento del Budda Storico Shakyamuni). Il monaco, grazie a una suprema intuizione – “gioiello di saggezza splendente” – vide pertanto nel culto di Nam-Myoho-Renge-Kyo (Sutra del Loto della Legge Meravigliosa) la possibilità per l’essere umano di uscire dall’oscurità fondamentale per richiamare la luce intrinseca in ogni individuo (la Buddità, ovvero l’illuminazione, la felicità assoluta, la libertà da tutte le paure).

Se il Buddha storico aveva individuato l’esistenza di una legge che regolava la vita del mondo, Nichiren – chiamato il Buddha Originale – ne scoprì il nome nel titolo del Sutra e chiese ai suoi discepoli di chiamare quella legge per nome.

Poichè è possibile richiamare l’attenzione di una persona solo chiamandola per nome, è così possibile richiamare la profonda natura umana partendo dal suo stesso nome.

Nel Giappone diviso e confuso dei signori feudali individuò in un umanesimo onesto e rigoroso la via per la salvezza del paese. Decise pertanto di divenire “pilastro del Giappone” e scrisse il trattato, intitolato “Adottare l’insegnamento corretto per la pace ne paese” (1260), inviandolo a più riprese nella sua vita a tutti i governanti. Fu uno dei primi esseri umani del suo tempo ad affermare come tutti gli individui siano legati fra loro da una stretta interdipendenza: divisi da censo, denaro e ciechi interessi, essi dimenticano che quando uno solo di essi è in difficoltà, in stato di sofferenza o pericolo, anche tutto il tessuto sociale e umano lo è. Nessuno è salvo se l’altro patisce: “se vi preoccupate anche solo un po’ della vostra sicurezza personale, dovreste prima di tutto pregare per l’ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quadranti del paese.”

A causa di queste rimostranze fu vittima di persecuzioni e agguati, fu condannato a morte (sentenza mai eseguita), a due esili e vide morire discepoli e persone che in lui riponevano fiducia. Giunto nel suo secondo esilio sulla fredda e inospitale isola di Sado (1271) affrontò malattie, disagi e attacchi rispondendo ai duri colpi della vita con la forza della fede.

Nel 1279 iscrisse il Gohonzon, una pergamena raffigurante il suo stato vitale, caratterizzato da forte fede nella Legge Mistica, insita in ogni essere vivente: l’energia che ogni essere possiede e che rende ognuno di noi degno di rispetto e considerazione. Il Gohonzon è la rappresentazione grafica dello stato di illuminazione del monaco ed è composto dalla cosmogonia buddista che ruota attorno al nome della Legge Mistica. È un oggetto di culto dal folto testo e sottotesto (linguistico, storico, mitologico, religioso e filosofico) che sottende una forte fede e un attento studio dei Sutra.

Daisaku Ikeda. Il Maestro, l’Italia e i valori della pace

A raccontare la storia, la filosofia umanista e la fede di Nichirem Daishonin non solo lui medesimo con i suoi trattati e le lettere – denominati Gosho (ovvero Scritti onorevoli) – ma anche studiosi, storici, monaci e soprattutto il filosofo, educatore, maestro buddista e attivista giapponese Daisaku Ikeda. L’eloquenza e la capacità di comunicazione di quest’ultimo, Presidente della Soka Gakkai Internazionale, hanno permesso il diffondersi e l’attualizzazione della figura e del messaggio di Nichiren Daishonin e del culto di Nam-Myoho-Renge-Kyo.

La Soka Kyoiku Gakkai (società educativa per la creazione di valore), divenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale semplicemente Soka Gakkai (società per la creazione di valore), è stata fondata nel 1930 da Tsunesaburō Makiguchi, filosofo, educatore e attivista giapponese, incarcerato insieme al secondo presidente della Soka Gakkai Jōsei Toda per essersi opposto al regime militarista.

L’istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato riconosciuto con decreto del Presidente della Repubblica del 20 novembre 2000 e conta oggi in Italia 85.000 membri. Il 14 giugno 2016 il Parlamento italiano ha approvato l’Intesa con l’istituto buddista (Gazzetta Ufficiale nr. 164). La Soka Gakkai, che si propone di divulgare la dottrina di Nichiren Daishonin, si prefigge inoltre di diffondere i valori della pace, della cultura e dell’educazione e organizza convegni, dibattiti e conferenze interreligiose aventi come tema la pace e il rispetto dei diritti civili e umani. Organizza la mostra itinerante SenzAtomica che, attraverso una riflessione in immagini e parole sulla tragedia rappresentata dalla bomba atomica, intende creare “un movimento di opinione per la ratifica da parte di tutti gli Stati del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari approvato all’ONU il 7 luglio 2017”.

Nel 2013 la mostra SenzAtomica si è svolta a Cagliari, presso la Fiera Internazionale della Sardegna; mentre nel 2017 è approdata a Cagliari la Peace Boat, la ONG giapponese che “dal 2008 invita annualmente i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (hibakusha) a partecipare a un viaggio globale per un mondo libero dal nucleare” (fonte: https://www.senzatomica.it/).

Al Centro Culturale Ikeda per la Pace di Milano, il 9 giugno 2019 si è tenuta la manifestazione dal titolo “Il Sole dei Diritti Umani – Il mio ruolo per cambiare il mondo” in cui attivisti, giornalisti e artisti hanno cercato di rispondere a tale domanda. Daisaku Ikeda, già insignito della Livornina d’Oro e di numerosi alti riconoscimenti, ha ricevuto nel 2019 il Premio Internazionale Ali sul Mediterraneo Cultura della Pace e dell’Umanità (San Pietro a Maida).

Il Maestro buddista ha più volte sostenuto che «la rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità». Egli invia ogni anni una “Proposta di Pace” alle Nazioni Unite e a personalità di tutto il mondo. “Al centro del suo pensiero si trovano riflessioni sulla pace, sulla convivenza degli esseri umani nel pianeta, sul rispetto per l’ambiente e per ogni forma di vita, sull’abolizione delle armi nucleari, della guerra e della violenza, sul rafforzamento delle Nazioni Unite.” (fonte: https://www.sgi-italia.org/).

Malattia e morte nel passare dei giorni

“Come passano rapidamente i giorni. Questo ci fa capire quanto sono pochi gli anni che ci rimangono.” Così scrive il monaco Nichiren al discepolo NiiikeSaemon-no-jo nel 1280: “Gli amici con i quali una mattina di primavera ammirammo la fioritura dei ciliegi sono stati spazzati via insieme ai fiori dal vento dell’impermanenza, lasciando dietro di sé nient’altro che i loro nomi. Benché quei fiori siano scomparsi, la prossima primavera i ciliegi sbocceranno ancora”.

Questa la riflessione di Nichiren davanti al passare dei giorni e degli anni vissuti dall’uomo: tempo dominato dalla continua mutazione, dalla malattia e dalla morte. Egli sa che il discepolo fatica ad accettare queste condizioni umane e gli offre compassione per le sue paure, consapevole che solo essere capiti e confortati può incoraggiare nell’affrontare qualcosa di ineluttabile. Il monaco chiama questa condizione “tigre dell’impermanenza” e non c’è tecnica o studio, per quanto utile e lodevole, che possa evitare di affrontarla se non quella delle fede nel fatto che i ciliegi sbocceranno ancora.

La malattia secondo Nichiren Daishonin

Nella lettera di riposta al prete laico Toki, Nichiren parla così della malattia: “Le malattie degli esseri umani possono suddividersi in due categorie generali: la prima, quella delle malattie del corpo, comprende i centouno disordini dell’elemento terra, i centouno dell’elemento acqua, i centouno dell’elemento fuoco e i centouno dell’elemento vento, per un totale di quattrocentoquattro malattie. Per guarirle non è necessario un Budda; possono benissimo guarire con le medicine prescritte da abili medici”.

Il monaco si riferisce senza dubbio alle teorie secondo le quali la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria (il vento) componevano le cose e le persone, mentre per le malattie della mente, ovvero quelle non dipendenti da tali elementi costitutivi, parla di tre veleni e ottantaquattromila varietà (per indicare un numero illimitato). Per i tre veleni egli intende Collera, Avidità e Stupidità richiamandosi con questo agli studi del Gran Maestro T’ien-t’ai, di Miao-lo e Dengyo e alla teoria dei Dieci Mondi e del loro mutuo possesso.

Sono dunque malattie insite a livello più profondo quelle di cui ci parla Nichiren, quelle relative alla mente o quelle cosiddette karmiche, che scaturiscono dalle vite passate o da quella presente: dalle azioni, dalle parole e dai pensieri che offendono la luminosa natura degli esseri viventi.

Fondamentale appare, dunque, non solo il culto quotidiano, composto da Daimoku e Gongyo (ovvero la recitazione di Nam-Myoho-Renge-Kyo e di alcuni estratti dal Sutra del Loto), ma anche una grande fiducia nella scienza – che tanto ha fatto e fa per l’uomo – e una forte decisione di voler guarire, di voler risolvere il problema, sia a livello fisico, sia a livello più profondo.

Devozione, studio e fede si fondono in un “inedito” culto in cui la dicotomia fra divino e umano viene superata e in cui primaria appare la volontà di chi crede a riconoscere in ogni istante la sua stessa centralità.

Lo stesso impegno: il balzo del leone

Nella lettera alla piccola Kyo’o (1273), Nichiren Daishonin scrive: “Si dice che il leone, re degli animali, avanzi di tre passi, poi si raccolga su se stesso per saltare, sprigionando la stessa potenza nel catturare una piccola formica o nell’attaccare un animale feroce.”

Con la metafora del leone il Buddha Originale esprime il concetto cardine della sua dottrina: niente è più forte nel processo di guarigione della centralità assoluta del proprio autentico io che compie il balzo verso la felicità assoluta: paure, gioie, rabbie, odi, amor, amicizie, perplessità, dubbi, forze e debolezze concorrono tutti insieme a delineare il proprio unico e irripetibile mondo che “non è stato forgiato, che non è stato migliorato, ma che esiste così come è sempre stato”.

Perfetti alla fonte, forti nel percorso e vittoriosi nell’affrontare ciò che è necessario in quel ciclo infinito di nascita e morte in cui l’entità della vita umana non viene né generata né distrutta.

Non avviliti, non abbandonati, non in attesa, ma pronti al balzo del risanamento, della comprensione, del dialogo e, infine, della morte, gli esseri umani non trovano la loro meta nella guarigione ma nelle piccole infinite verità apprese durante il cammino verso di essa.

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