Pannello fotovoltaico
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di Marta Capiluppi

Ultimamente ho sviluppato una forte coscienza ecologica. OK è molto facile in questo periodo; essere eco (sostenibili, compatibili, ecc.), bio, green è la moda del momento. Sicuramente l’anno trascorso in Svizzera mi ha anche insegnato che è molto facile avere un occhio di riguardo in più per l’ambiente. Quando sono rientrata in Italia mi sentivo in colpa a buttare un pezzo di carta tra i rifiuti misti, aborrivo l’idea di gettare le bottiglie di plastica insieme agli scarti di cibo e guardavo malissimo chi faceva cadere una gomma da masticare o un mozzicone di sigaretta per terra (per questo “reato” in Svizzera c’è una multa salata! e c’è sempre un vigile pronto a coglierti in flagrante).

Poi anche qui abbiamo cominciato a pensare di più al mondo che ci circonda e ci siamo accorti che è molto facile. Grazie agli svedesi abbiamo scoperto i bidoni bipartiti, in cui possiamo raccogliere carta e plastica separandole. Le società di raccolta e smistamento dei rifiuti ci hanno dotato di raccoglitori di tutti i generi, ci hanno spedito volantini e sacchi biodegradabili, ci hanno insegnato che ci sono un sacco di bidoni differenziati. Abbiamo cominciato a vedere che i rifiuti contenuti in questi bidoni non arrivavano tutti nello stesso luogo… eh sì, perché all’inizio era proprio così! E ci dicevamo: ma chi me lo fa fare di separare tutto, quando poi ci pensano loro a riunire? Così ci hanno mandato a casa l’elenco dei siti di stoccaggio e riciclaggio. Vediamo che passano camion diversi a ritirare i diversi tipi di rifiuti. E’ però da notare una cosa: le tecniche di smistamento dei rifiuti si sono anche evolute, proprio per essere più “eco”. Perciò non dobbiamo stupirci se alcuni rifiuti vengono raccolti insieme. Una volta portati nei siti di stoccaggio questi rifiuti subiscono alcuni trattamenti: dal lavaggio alla centrifuga, passando per alcuni addizionanti. Attraverso questi metodi è possibile separare i materiali, secondo la pesantezza (o peso specifico) e l’umidità (o livello di idratazione).

Questi ovviamente sono solo alcuni dei metodi usati. Purtroppo non tutta l’Italia è uguale, non in tutti i posti ci sono le stesse tecnologie e non è possibile verificare se in assoluto la raccolta differenziata che noi facciamo a casa vada a buon fine. Ancora oggi, mentre nelle grandi città (anche al Sud, non facciamo le solite distinzioni) la raccolta differenziata si sta consolidando, nei paesi in mezzo alla campagna è più difficile far arrivare quest’usanza. E’ solo da un anno, per esempio, che nella campagna umbra stanno tentando un esperimento: le grandi case coloniche sono state dotate di contenitori specifici per la raccolta di carta, plastica e umido; si è avviata una campagna di raccolta ciclica dei differenti materiali; al proprietario della tenuta viene solo richiesto di mettere in strada il contenitore giusto nel giorno giusto. Di sicuro è molto più difficile che non scendere e buttare il sacco nel contenitore sotto casa. Per questo motivo ci stanno tartassando per farci entrare in testa che questo minimo sforzo ci aiuterà non solo a preservare le nostre belle terre, ma anche a risparmiare!

E’ un progetto a lungo termine, certo, ma in questi tempi di magra tutto fa brodo! Com’è possibile? Due sono i motivi principali. Una volta assestati i processi di riciclo, i materiali riciclati sono più economici: tutti i procedimenti di recupero delle materie prime, trasporto e raffinamento sono molto più costosi del riciclaggio stesso, che nella maggior parte dei casi può anche essere fatto in loco. Oltre al risparmio per l’acquirente e per il produttore, anche l’ambiente ne trae beneficio, perché diminuiscono le immissioni tossiche dovute al reperimento, lavorazione e trasporto delle materie prime. Il secondo motivo di risparmio è dato dal fattore energetico. La separazione dei materiali di scarto consente di reinvestire i rifiuti nel processo energetico. Il tanto discusso termovalorizzatore funziona a pieno regime solo a valle della raccolta differenziata.

Per chi fosse interessato in questo sito viene descritto come funziona un termovalorizzatore. In breve è un inceneritore che viene modificato affinché il calore prodotto dalla bruciatura dei rifiuti venga convogliato in una turbina per la produzione di energia elettrica e/o in tubature specifiche per il teleriscaldamento. Al fine di massimizzare la produzione di calore devono essere eliminati quei materiali che bruciano troppo in fretta (carta) o per niente (vetro e alluminio), causando scarso rendimento. Devono inoltre essere eliminati i materiali che producono molta umidità e quelli che producono molti rifiuti tossici (plastica), difficili da eliminare del tutto. Questo, nonostante i termovalorizzatori di moderna generazione (Brescia, Milano, Bologna, Piacenza) siano dotati di efficaci sistemi per diminuire gas di scarico e polveri sottili. Una piccola nota da chi ha visitato questi prodigi della tecnica: attorno ad un termovalorizzatore NON c’è puzza!

Veniamo così ad un tema molto discusso in questo periodo: le energie da fonti rinnovabili, di cui la termovalorizzazione dei rifiuti è un esempio. Purtroppo le quantità di energia ricavate da queste fonti sono infime rispetto alle necessità della popolazione. Il termovalorizzatore di Bologna, ad esempio, raccoglie tutti i rifiuti della città e provincia, ma produce energia (e riscaldamento) solo per un piccolo paese, al massimo della sua produzione (ovvero quando raccoglie molti rifiuti). Lo stesso dicasi per l’energia eolica e solare. Diversamente l’energia idroelettrica è più potente. Tuttavia non si riesce ad eguagliare le quantità prodotte utilizzando il petrolio.

Il discorso però è diverso se si pensa individualmente. Se ognuno montasse dei pannelli fotovoltaici (c’è differenza tra fotovoltaico e solare) o una pala eolica vicino alla propria casa, il risparmio sarebbe notevole, perché l’energia prodotta basterebbe probabilmente ad una famiglia.
Infine, l’energia più pulita in assoluto, è quella a idrogeno. Purtroppo fino ad oggi, l’esigua produzione di idrogeno attraverso fonti biologiche ha bloccato lo sviluppo di questa tecnica. Inoltre l’energia ottenuta dall’idrogeno prodotto attraverso reazioni chimiche o combustione non giustifica l’elaborato processo, cioè non è economicamente ed energicamente efficiente (si spende, sia in termini di denaro che in termini di energia, più a produrlo di quanto produce). La produzione di idrogeno, inutile negarlo, si ottiene attraverso fusione nucleare, ma la parola nucleare fa ancora troppa paura! Alcuni ricercatori dell’Università di Verona stanno, però, studiando piante geneticamente modificate che riescono a produrre grandi quantità di idrogeno. Chissà che in un futuro questi esperimenti abbiano un risvolto ecologico importante.

Per il momento, nella nostra area mediterranea, l’energia solare e quella eolica sono le più indicate per il tipo di clima. Senza dimenticare l’energia prodotta dai rifiuti, dopo la raccolta differenziata. Le politiche di incentivi, perciò, stanno spingendo la gente in questa direzione e non è unicamente una moda o un business, ma è un vero tentativo di cambiare la mentalità, verso una maggiore sensibilità all’ambiente e al risparmio, personale, non solo energetico.

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