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Mediterranea | July 21, 2019

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Cabudanne de sos poetas – Settembre dei Poeti, Seneghe 4/7 Settembre 2014 - Mediterranea

Cabudanne de sos poetas – Settembre dei Poeti,  Seneghe 4/7 Settembre 2014
Gabriella Dessi
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Non ci tentare nemmeno. Non cercare di capire al primo sguardo chi sia il poeta e chi il barista, l’allevatore, il musicista discreto. Ehi, qui siamo a Seneghe, Montiferru. Non è così facile. La poesia scende dal palco e si fa un bicchiere.
Segui il consiglio, lascia stare tutto ciò che sai, fai un pacchetto di quello che credi, arriva vuoto da pensieri, libero di giudizi, scevro da convinzioni. E poggia le mani sulle pietre di basalto che formano case, vicoli, scorci. Respira e ascolta.
Ascolta.
Sono le parole.
È pieno di parole, vagano libere, come colombe in un giorno di nozze, si posano, svolazzano, colpiscono al cuore. Picchiettano in limba, they speak english, seducono en français. E può essere facile perdere il senso dell’orientamento da “Sa ruga de Putzu Arru” a “Sa partza de sos ballos” se hai incastrata in un orecchio la voce di Roberta Sireno che ti penetra fin dentro le ossa dolenti. Le sue parole sono taglienti e dure, sono stiletti che si toglie dal cuore e ti mostra,
sanguinante
e viva.
Ti strazia l’animo, ti incute tormento. Ti dice che poesia è mettere per iscritto i propri fantasmi.
Poi sorride e pensi che dolcezza e potenza hanno trovato casa.
Ti muovi fra pietre e sole caldo mentre le parole – le parole! – non ti lasciano solo. Il Settembre dei poeti è anche questo. È un perdersi ad orari fissi. È prendere appuntamento con porte che danno l’accesso a mondi fatti interamente di parole. Ti ritrovi con in mano un programma dalla grafica accattivante, ti siedi in una piazza e quando le parole iniziano a fluire, senza rendertene conto smetti di essere individuo e diventi orecchie, occhi, cassa armonica. E se ti chiedi se ascoltare poesia abbia un senso, la risposta la puoi udire da voci precise. Jamie McKendrick ti dice che la poesia è un furto, che ha una base orale da cui non si può prescindere. E mentre legge ‘Unfaded’ capisci la bellezza della musicalità dei suoni. Apprendi che la traduzione – come aggiungerà bene Martin Rueff in un incontro pieno di elegante dolcezza – è una nuova lettura.
È lettura.
Mentre leggiamo facciamo nostre parole altrui, le assembliamo e le incaselliamo in personali percorsi che le rivestono di luce nuova. La traduzione è, con parole di Pierluigi Cappello in un toccante e mai affettato film documentario di Francesca Archibugi dal titolo “Parole povere”, trasportare nel tempo, dire attraverso il tempo. Tra-dire.
Gli incontri sono serrati, a Seneghe, l’agenda fitta, la cesta già si riempie di suoni raccolti ad ogni piazza gremita, ad ogni parola suonata, riversata, assorbita. Non esiste un fil rouge se non nelle parole stesse e nell’impossibilità di tradurle. Quindi nella bellissima possibilità di accrescerle e di vederle cambiare. Piero Marras in un dialogo rilassato e franco con Bachisio Bandinu afferma di aver capito presto che le parole una volta partorite non appartengono più all’autore ma vengono consegnate e lasciate libere. Chi ascolta fa suo, e stravolge. Marras dice di non poter far altro che assistere a questo processo che in fondo è giusto e doloroso. Perché le parole mutano e ne muta il senso laddove chi le ascolta le rende proprie. Martin Rueff, in una dolce conversazione con Mariangela Gualtieri ammette di aver scoperto nascosta bellezza nella propria lingua, il francese, nel momento in cui ha iniziato a tradurre dall’italiano. Una lingua spinge a conoscere l’altra. Antonella Anedda riscopre la lingua sarda nel momento in cui deve parlare di Roma. Non riuscendoci ha sentito crescere in lei il bisogno di una prospettiva diversa. È nata così una poesia che parla di uomini, sardi, in cerca di giustizia. E nasce in una lingua madre appresa da una zia bàlia. Una lingua che arriva in soccorso nel momento in cui le parole hanno bisogno di respiro più ampio. Ed ecco l’amarezza di versi che sembrano arrivare a noi attraverso millenni assolati. Reghet su mele: limba ‘e sale, gardu, lidone. (Resiste il miele: lingua di cardo, corbezzolo, sale. – Da “Lumene”)
In un momento di forte dibattito in Sardegna sulla limba e sui codici, il festival inocula un sentimento di apertura che può solo giovare. Bisogna essere aperti al mondo per trovare la propria libertà dice ancora Roberta Sireno in un pomeriggio e gli fa eco il portavoce de Su cuntrattu de Seneghe dicendo che lo scambio e l’apertura sono l’unica possibilità di fare poesia. Nessun filo conduttore, quindi, ma tanti fili che avvolgono i protagonisti della manifestazione. I protagonisti, cioè tutte le persone che hanno fatto e ascoltato poesia, tutti quelli che hanno prestato un bicchiere per gustare i vini, tutti quelli che hanno aperto le proprie case, sono stati legati da fili sottilissimi. Da parole mutevoli. Da silenzi.
Il silenzio come spazio bianco dove le parole si infilano – ancora Cappello – il silenzio come rispetto verso la Parola e chi la porge. Il silenzio che viene interrotto dalle campane della vicina chiesa o dal volo di uccelli che cercano riparo per la sera, proprio mentre Gavino Murgia diffonde la sua eco nuragica. Il silenzio tangibile e preparatorio, come mantello steso, come cielo stellato in docile attesa. Questo è il Settembre dei Poeti. Questo cabudanne dove i dialoghi raccolti in passaggi veloci fra strette pietre e architravi di basalto decorato, sono sorprendenti quasi quanto quelli ascoltati dal palco. A settembre, a Seneghe, puoi ricevere la buonanotte da John Vignola che strizza l’occhio alla luna intessendo un ricamo di musica che va da Elvis a Nick Drake, passando per Björk e Jannacci con una naturalezza che ti fa venir voglia di chiedergli di non smettere mai di intessere parole, di affabulare musica. Di tradurre per orecchi pagani. A Seneghe, a Settembre, ti ritrovi a notare che Pierluigi Cappello e Franco Arminio hanno entrambi terremoti sui piedi e poesie sulla punta delle labbra. E laddove uno scava nell’animo l’altro conduce un’incessante lavoro di etnografia dei paesi. Un ‘paesologo’ che offre poesie e le baratta con la marmellata. A Seneghe, nel Montiferru, puoi scoprire che ascoltare storie è bello come quando eri bambino e ti ritrovi a pendere dalle labbra di Emanuele Trevi che ti trasporta in pieno amor cortese, che ti svela il finale prima ancora di cominciare senza per nulla rovinare la bellezza dell’ascolto. Perché la salvezza non è cavarsela, ma compiere il proprio Destino. E la bellezza sta nell’affrontare il viaggio pur sapendo dove ci conduce.
Al Cabudanne sos poetas sono i cacciatori che scherzano al bar e le loro voci si inseriscono in un contesto ampio, in un’atmosfera che in certi scorci riporta a fondali di vecchi film. Ma è tutto reale, come le pietre. Come i cani che annusano i pomeriggi, fermi e pacifici ad aspettare che i loro padroni si bevano le parole, si dissetino di poesias. È tutto reale: le melodie seducenti di Succi, oniriche e intime. Le parole giovani e già precise di Nicola d’Altri.
La bellezza, nel Montiferru si avvolge della timidezza di Francesco Balsamo le cui parole sono ritmate gocce di pioggia su un tetto. Dove la neve dei suoi versi diventa foglio bianco che aspetta parole. Ascoltarlo è come avvolgersi in una coperta mentre si guarda fuori dai vetri della propria malinconia.
l’inverno lo snidiamo così
coi piccoli falò delle frasi
– da Ortografia della neve (incerti editori, 2010)
E così i giorni passano, fra incontri e vini offerti da un viticoltore che pensa che coltivare è sempre fare violenza alla terra, ma che lo si può fare in modo da essere un tramite di bellezza. Lavorare con la terra non contro. E mentre Gianfranco Manca spiega la sua idea di vino, legge poesie e si pone domande. Questo è Seneghe. Non il festival di poesia, no. Seneghe è il festival perché il Cabudanne altro non è che il risultato di gente che ama i luoghi, le parole, la condivisione. Il Cabudanne è cooperazione e voglia di non arrendersi. Come dice Trevi incontrare la bellezza è come incontrare la forza di gravità. Non si può lottare ma solo lasciarsi attrarre.
E quindi Cabudanne è arrivare completamente vuoti, camminare su questi intricati viottoli di pietra e raccogliere parole. È guardare i bambini in biblioteca che imparano parole poetiche disegnando cuori e facendosi coraggio nell’esprimere qual è il loro chiodo di cielo, prendendo a prestito le parole di McKendrick. È osservare quella farfalla leggera e meravigliosa che ha nome Mariangela Gualtieri – che cura la direzione artistica de su Cabudanne 2014 – posarsi sulle parole e sulle persone come fosse fatta di leggerezza infinita. È osservare piedi fermi in attesa di volare, fra quelle sedie in piazza. Seneghe è accoglienza, fierezza, giovani come formichine laboriose, pubblico e poeti che si scambiano le parti, diventanto pubblico di se stessi (D’Altri). È farsi colpire al cuore dalla voce atavica di Gavino Murgia, dalla dolente e provocatoria performance di Danio Manfredini. Dalla presenza “antica” di Marco Munaro. Sono i libri usati per sostenere il fondale del palcoscenico. Libri che sostengono, parole che costruiscono. Letteralmente.
È la partecipazione di persone assenti. Sergio Atzeni, evocato e reso vivido da un potente Marcello Fois. Giovanni Lilliu, che nella circolarità della nostra cultura viene ‘fatto sedere in piazza’ da Bachisio Bandinu e Piero Marras. È il giovane Antonio Facenna, eroe nascosto nella quotidianità della terra che amava.
La piazza si popola di poeti non presenti, le parole vorticano, lo scambio ora è talmente lucido e fluido che non si distinguono più i mandanti. Ognuno acchiappa il suo pezzo di cielo, ad ognuno è riservato stupore. E quello che è iniziato giorni prima con metodica lentezza e organizzazione, impercettibilmente e irreversibilmente si trasforma in frenesia. I Tumbarinos di Gavoi interpretano l’attesa e iniziano a sciogliere i passi. I ballerini si gettano in quella che da millenni è la Danza. Seria, liberatoria, con regole precise e passi cadenzati. Ma che fa brillare gli occhi, che invoglia a lasciarsi trascinare. È tutto magico e completamente avulso dal tempo. Launeddas e cori a tenore si alternano, la festa al suo apice.
Una lieve scia di preoccupazione per l’eterno conflitto fra bisogno di bellezza e cultura e la necessità di ricevere sostegno ombreggia per qualche tempo sulle spalle. Ci sarà qualcuno che sosterrà la cultura?
Prima di andare via la conversazione spiccia e quasi irreale udita frammista alla corsa di due bambini, mi ha fatto capire che il Cabudanne non cederà. In questo scambio di battute che pare essere estrapolato da un libro di Cormac McCarthy c’è tutta l’essenza del Cabudanne:
– Devi scalare il campanile. –
– Lo so –
– Non ci riuscirai mai –
– Appunto per questo voglio provarci –

Ho lasciato il Montiferru con la mente piena di parole. Con le orecchie risonanti di musica, gli occhi stupefatti di un bambino incredulo. Le parole, tutte, sedimentano e ribollono.
Probabilmente tracimeranno.
Il Cabudanne è anche questo.
Mi chiedo se tutti abbiano preso così tanto, abbiano così tanto portato a casa.
E i poeti? Finiscono le parole, i poeti?
Le hanno cedute con schiva tenerezza.
Andranno via lasciando scie incandescenti ad animi irrequieti.
Che farne, ora? Ora che ne siamo pieni mai sazi.
Ora che vorticano in granelli di neve, ora che cangiano in idiomi splendenti, che levitano grevi e perentorie.
In questo Cabudanne che mi ha incollato scarpe e lingua di inadeguato stupore, viaggeranno leggeri i poeti?

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