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Mediterranea | June 26, 2019

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Bere secondo cultura: simboli, ritualità e pratiche del vino - Mediterranea

Bere secondo cultura: simboli, ritualità e pratiche del vino
Carmen Bilotta
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… in dono al misero
offre non meno che al beato, il gaudio
del vino ove ogni dolore annegasi”
Euripide

Se la prima uva ammostata non avesse fermentato spontaneamente originando una bevanda piacevole ed inebriante, la vite non avrebbe conosciuto una grande estensione nel mondo ed avrebbe condiviso la sorte di molte altre piante. E’ stato proprio il vino a salvarla, stabilendo così un legame vitale fra i tempi antichi e l’oggi. Utilizzato come merce di baratto e oggetto di fiorente commercio, il vino è diventato nel corso dei millenni, un messaggio di cultura e un importante elemento di identità e di storia. In esso si ritrovano aspetti simbolici che toccano profondità individuali e collettive e da un punto di vista culturale, è stato caricato di elementi rituali, di rilevanza sociale e tradizionale. Le società che ne hanno adottato l’uso hanno sempre operato complessi interventi di plasmazione culturale, attribuendogli una posizione di centralità economica ed alimentare che, con il progressivo accrescimento dei consumi, è andata via via ampliandosi fino ad oltrepassare i confini della sfera dei bisogni, spingendosi nel campo del mito, delle pratiche religiose, dell’arte, della musica, dell’immaginazione poetico-letteraria. Per le sue qualità metamorfiche il vino è divenuto al contempo simbolo di abbondanza e raffinatezza, consolazione e rigenerazione, ispirazione artistica, convivialità e comunione divina.

Se le moderne conoscenze oggi ci consentono di ridurre a razionalità un processo chimico del tutto naturale, nel passato pre-scientifico questo stesso processo si è configurato all’esperienza dell’uomo come elemento carico di incognite e insondabile mistero, tant’è che molti popoli gli hanno attribuito un alto valore simbolico, fino ad assumerlo ed integrarlo nella propria tradizione culturale e per alcuni anche religiosa. Non è casuale che le culture sumera, egizia, ebraica, fenicia, greca, etrusca, romana, abbiano provveduto ad elaborare su di esso una ricca costruzione mitologica tesa a spiegarne l’essenza in termini sia religiosi che magici. Sono molti i miti del Vicino Oriente e dell’area mediterranea che hanno elaborato narrazioni fantastiche volte a spiegare l’origine della vite e del vino. Per gli antichi egizi il vino era considerato un’invenzione di Osiride, mentre in Grecia questa stessa invenzione era posta sotto il segno di Dioniso e di Zeus. In area latino-romana, sarebbe stato Saturno a far dono del vino agli uomini ignari dei suoi possibili effetti che scambiarono per una intossicazione. Con Orazio e Virgilio il vino entra nel regno della poesia: nelle Georgiche Virgilio descrive la viticoltura come la più difficile delle arti agricole, mentre Orazio nel Carpe Diem canta il vino quale rifugio e sollievo per i mali della vita, elemento di equilibrio e misura della felicità. Nel Medioevo il vino assume valore simbolico come sangue di Cristo, ragion per cui nei conventi si conserva la cultura del vino che diviene status simbol sulla tavola dei ricchi, dei potenti e degli ecclesiastici.
Nell’ebraismo, fin dall’antichità il vino ha costituito un segno forte per la vita del popolo d’Israele. Nella Bibbia più volte si fa riferimento alla vite, tuttavia, il vino degli ebrei, è diverso dagli altri: coltivato e prodotto seguendo specifiche regole di Kasherut non può essere mischiato con quello degli altri popoli, destinato alle divinità pagane, esigenza questa che favorì lo sviluppo di peculiari tecniche, volte a produrre una viticoltura esclusiva. Il cristianesimo eredita dalla tradizione ebraica questa cultura, pur attribuendole un significato completamente nuovo: esso è, infatti, indissolubilmente legato al sangue di Cristo versato sulla croce e segno tangibile della sua presenza nella Chiesa, mediante l’Eucarestia. Anche la religione Islamica, sebbene vieti ai suoi fedeli il consumo del vino, conserva una tradizione mitologica tesa a spiegare l’origine e la successiva negativizzazione di questa sostanza. Tale narrazione attribuisce all’arcangelo, preposto di accompagnare i due progenitori dell’umanità fuori dal paradiso, il merito di aver dotato l’uomo di un “viticcio” sottratto dal paradiso. Ma la maledizione scagliata da Iblis nei riguardi dei frutti germogliati “sulla verga inumidita dalle lacrime di compassione dell’angelo” provocò l’irrimediabile tabuizzazione del vino, da allora precluso per sempre al consumo dei mortali.

Per via degli effetti che è in grado di produrre, il vino si è altresì offerto ai più diversificati utilizzi extra-alimentari, trovando diffusa applicazione nei campi delle pratiche igienico-terapeutiche e dei procedimenti magico-religiosi volti a propiziare, o scongiurare, il manifestarsi di eventi ritenuti di grande importanza per la vita e il benessere fisico dell’uomo, nonché degli animali. Il rapporto millenario tra vino e salute, sancito dal detto “il vino fa buon sangue”, viene delineato con una serie di riferimenti storici e letterari che spaziano dall’epopea di Gigalmesh, fino alla medicina assiro-babilonese. Il vino era presente anche nella singolare farmacopea egiziana come eccipiente: le medicine, infatti, erano tutte a base di grasso, acqua, latte, vino o birra, ai quali si aggiungeva, per renderli più graditi, un po’ di miele. Inoltre, esso era utilizzato come anestetico, disinfettante di ferite e piaghe e nei riti di imbalsamazione.

Il vino è stato la più importante sostanza medicale fino al XIX secolo; poi altri composti curativi, isolati e depurati con metodi chimici o sintetizzati, hanno cominciato a detronizzarlo sebbene, le varie medicine “ufficiali” che si sono succedute nel corso dei secoli hanno sempre considerato il succo della vite come una sostanza in grado di intervenire efficacemente nel discorso salute-malattia. Se dal campo della medicina ufficiale ci trasferiamo in quello della medicina e della farmacopea popolare, constatiamo che al vino sono state riconosciute qualità di indiscussa efficacia terapeutica, tanto da essere adoperato per risolvere le più eterogenee patologie: artrosi, peste, mal di denti, difficoltà respiratorie dei bambini, febbri intermittenti. Qualcosa di questi impieghi terapeutico-sanitari è rimasto tuttora in uso nella sfera dei rimedi empirici popolari: si pensi all’utilizzo di vino cotto che, addizionato con chiodi di garofano ed altre sostanze speziate, trova impiego nel lenire i sintomi del raffreddamento o dell’influenza, o alla pratica, viva ancora nell’Italia rurale e contadina fino agli anni ’60 del ‘900, di lavare con il vino gli arti inferiori dei neonati con lo scopo di renderli più robusti e di disinfettare la pelle da eventuali infezioni.

Per i noti effetti psicoattivi che è in grado di produrre sull’uomo e la forte carica simbolica, il vino è stato costantemente assoggettato a precise regole culturali che ne hanno specificato modalità, tempi e situazioni di consumo. Gli esempi più arcaici che conosciamo ci provengono dall’Egitto del III millennio, dove bere vino era una pratica che poteva avvenire solo in occasione di libagioni offerte alla divinità e solo all’interno delle classi sociali più elevate. Nella Grecia del V secolo a.C. il simposio era il contesto più adatto in cui poter far consumo di questa bevanda, un consumo che le regole sociali dell’epoca declinavano fortemente al maschile e, soprattutto, relegavano all’età adulta. A Roma, almeno fino in età repubblicana, le regole culturali stabilivano che fosse buona norma consumare il vino soltanto a fine pasto: solo i barbari e gli ingordi si riteneva che ne facessero uso tra una porzione e l’altra. Un’altra regola che definiva le giuste modalità del bere era quella che ne vietava l’uso agli uomini al di sotto dei 30 anni e, in via più generale alle donne. Grazie a Gellio, si è a conoscenza di una consuetudine assai diffusa, lo ius osculi, con la quale l’uomo, al suo rientro in casa, baciava la sua donna sulle labbra per verificare se avesse bevuto in sua assenza. Laddove la prova dimostrava che lo aveva fatto, egli aveva il pieno diritto di agire punitivamente. Simili esempi a parte, c’è da dire che tutte le culture e le differenti epoche storiche hanno costantemente individuato precise modalità sociali di accesso al vino e, praticamente ovunque, hanno condannato l’uso smodato e solitario del bere, mentre hanno favorito quello cerimoniale e collettivo, perché il vino è sempre stato concepito come simbolo di convivialità e strumento di aggregazione tra gli uomini. Quasi ovunque, inoltre, le regole sociali hanno individuato per il vino precise situazioni di consumo (i pasti quotidiani, l’accoglienza di ospiti, i momenti di convivialità), considerando le altre come scorrette o poco consone ai dettati della cultura e della morigeratezza dei costumi. Hanno inoltre stabilito le giuste dosi da assumersi in base all’età e alla professione svolta, riservando le porzioni migliori e più abbondanti agli uomini e limitandone, o proibendone, il consumo alle donne e ai ragazzi.
Nell’ottica di un bere secondo cultura il significato del consumo del vino è molto vario e per molti il suo consumo fa parte della vita sociale di ciascuno. Il vino è ritenuto componente essenziale della comunicazione, perché le occasioni di consumo sono per natura collettive (e nell’incontro fra soggetti consentono la trasmissione dei saperi), ma soprattutto emotive, favorendo il contatto mediante la conversazione, l’atmosfera di allegria, la condivisione di piaceri o la rinascita di valori come quello dello scambio e del dono.

Ogni aspetto legato al vino ha avuto, e continua ad avere, i suoi momenti e significati rituali, a partire dalla raccolta dell’uva. Per molti aspetti, la vendemmia assume ancora oggi un momento rituale, ha un significato sociale e di comunione piuttosto forte, nel quale uomini e donne si riuniscono e insieme lavorano per il medesimo obiettivo, per poi festeggiare con un ricco banchetto fatto di piatti speciali e in cui il vino non manca mai. Bere insieme è un rito sacro, quasi religioso; nella solitudine del monte, bere della stessa bottiglia era, ed è, per i pastori un segno di ospitalità che non si può non offrire e che non si può non accettare. In passato erano in particolare le feste legate al ciclo della vita e dell’anno a rappresentare riti locali di reintegrazione. Vivi, morti e divinità celebravano la propria unicità ogni anno attraverso la festa collettiva, il culto e il pasto principale in cui veniva distribuito anche il vino. Tutti si percepivano come un’unica grande comunità e, partecipando al rito, si assicuravano aiuto reciproco e solidarietà, dal momento che anche i legami istituzionalizzati e stabili correvano continuamente il pericolo di deteriorarsi e di lacerarsi, creando così zone grigie in cui potevano prendere forma influenze imponderabili dalle conseguenze imprevedibili, cui appunto si ovviava attraverso misure di controllo rituali. Tali momenti critici erano costituiti da quei periodi in cui aveva luogo un cambiamento di condizione o di status (matrimoni, nascite, morti), ma alla fine ciò che univa e riuniva i membri della comunità che erano rimasti isolati per un periodo più o meno breve a causa di un qualche cambiamento esistenziale era sempre un pasto festivo comune accompagnato dal vino. Si salvaguardava ciò che il gruppo riteneva necessario serbare vivo nel ricordo, nella misura in cui lo si celebrava mangiando e bevendo insieme e in forza di questo antichissimo rito elementare di rafforzamento dei legami e dei vincoli, lo si sottraeva al tempo, rendendolo, in casi specifici, ciclico. Anche i festeggiamenti del carnevale, unica festa calendariale non collegata alla liturgia cattolica e dalle evidenti funzioni sociali, tradizionalmente sono sempre stati accompagnati dalla distribuzione di abbondanti quantità di vino.
Simbolo di sacralità, di gioia e di divinità, il vino rappresenta, dunque, un fattore di unione e di comunione degli uomini tra di loro e con Dio. Oggi, significati religiosi a parte, i momenti rituali legati al vino e praticati da qualunque appassionato, vedono nel momento dell’apertura della bottiglia e del suo servizio la massima espressione. Questo è evidente a partire dal momento nel quale la bottiglia è presentata e tutti si attendono, con una cerimonia più o meno formale, la rimozione del tappo che precede la libagione. È proprio l’estrazione del tappo il momento più suggestivo, quello che lascia i presenti quasi con il fiato sospeso nell’attesa di avere la conferma, per esempio, che il vino non sia alterato dal temibile odore di tappo, evenienza che lascia delusi e scontenti. Sembra paradossale, eppure l’esito di questo delicato rito è legato a un piccolo cilindro di sughero, alla sua estrazione e al modo con il quale si procede alla sua rimozione, compresi gli strumenti e le tecniche utilizzate.

In Sardegna, tuttavia, sopravvive ancora un singolare rituale del bere: “su ziru”, il “giro di bevande”(Solinas, 2008), caratteristico soprattutto dell’area agropastorale, oggi completamente diversa rispetto al passato. Esso avviene all’interno dei “bar meglio conosciuti come tzilleris, termine nuorese e logudorese che indica la bettola, la taverna”(Solinas, 2008), da sempre considerati in questa zona un importante luogo di socializzazione. Un mondo a se stante quello de su ziru, con un proprio codice di norme e comportamenti, spesso retaggio di una realtà che ormai non esiste più, e che prevede che ognuno paghi a turno da bere per tutti cosicché non si creino penalizzazioni (a livello economico) per nessuno. “La tradizione vuole che tutti i componenti bevano in piedi davanti al barista sempre pronto ad esaudire le richieste dei componenti (Solinas, 2008). Se arriva uno “straniero”, istranzu, ossia una persona esterna alla società (che provenga da Nuoro, da Roma o da Londra non ha importanza), i partecipanti lo inviteranno a bere in loro compagnia, non potrà mai pagare il giro agli altri e sarà bene che accetti l’invito per non offendere coloro che lo hanno incluso nel rituale. In quanto esterno, “su istranzu rappresenta, infatti, un possibile pericolo al buon equilibrio delle relazioni sociali, specie quando s’intromette, indaga o fa semplici domande” (Solinas, 2008). Tradizionalmente, infatti, anche in Sardegna dopo aver appianato controversie personali, rivalità o rapporti concorrenziali sleali o per favorire la formazione di compagnie e affratellamenti fidati con gli “stranieri” esisteva un metodo infallibile per suggellare la nuova amicizia e per assicurarsi ritualmente eterna fedeltà: mangiare e bere insieme. Chi condivideva il vino con qualcuno (esattamente come con il pane) diventava per così dire “compagno”; il vino consumato collettivamente, diventava, dunque, un meccanismo di inclusione, di integrazione e di relazione tra autoctoni e “stranieri”.
Attraverso questo esempio abbiamo voluto chiarire come la cultura del vino sia strettamente collegata al territorio di cui ne è una risorsa e ancor più ne rappresenta e testimonia nel tempo l’identità del suo popolo.

Fonti:

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