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Una chiatta discende lentamente il Danubio; partita dalla Bulgaria arriverà fino in Germania dove quel lungo fiume, che attraversa l’intera Europa centrale per gettarsi, al confine tra Romania e Ucraina, nel Mar Nero, ha origine. L’imbarcazione trasporta un’unica cosa che ne occupa quasi interamente la superficie: una enorme statua in marmo bianco di Lenin disteso, come fosse morto, a testa in su a guardare il cielo. Il candore della scultura spicca in modo quasi sinistro contro il grigiore del paesaggio e il nero dell’imbarcazione.

Siamo nel 1995; il muro di Berlino è stato abbattuto da sei anni, l’Unione Sovietica si è dissolta già dal 1991 e nei Balcani la guerra, che infuria da quattro anni, sta giungendo finalmente al suo epilogo. È la fine di un’era, di un’ideologia, quella marxista, in cui tanti hanno creduto fermamente e per tanto tempo ritrovandosi poi con nient’altro che l’amaro in bocca e l’incapacità di continuare a credere in qualunque cosa a seguito della tremenda, inesorabile disfatta.
La navigazione è perfettamente silenziosa; non c’è bisogno di proferir parola (e del resto le parole non riuscirebbero in nessun modo a rendere l’amarezza infinita): sono le immagini, tramutatesi in monumento, a parlare. Il fiume, che nel suo percorso attraversa ben sette nazioni ex comuniste, per Theo Angelopoulos, regista del film Lo sguardo di Ulisse da cui la scena è tratta, assurge a simbolo dello scorrere lento e inesorabile della Storia che si lascia alle spalle un mondo in disfacimento, ridotto in pezzi, smembrato, sbandato, che non è altro ormai che un ricordo, le cui vestigia, abbattute come quella effige di Lenin che tanto posto e significato aveva avuto nell’immaginario collettivo, hanno perso qualunque valore e senso.
Le persone che casualmente si trovano sulle sponde del fiume guardano attonite quell’immensa icona bianca – ora così fragile ed indifesa – che scivola via insieme al loro mondo, al loro modo di vivere, alla struttura sociale nella quale erano nati. Non è più la solidità, l’immobilità, l’iconicità e la monumentalità della scultura, così tanto amata, insieme all’architettura di cui condivide le caratteristiche, dai regimi totalitari per la sua capacità retorica di imporsi sulle folle, a condensare nella pietra i sentimenti e le idee, ma sono le più libere ed ariose sequenze cinematografiche ad interpretare il pensiero di chi descrive con forza seppure con un tono che sembra un bisbiglio in confronto a quello magniloquente dei dittatori, ciò che i sui occhi, la sua mente e il suo cuore riescono a carpire da quella realtà sconvolta che lo circonda e di cui si sente parte.

Se è indubbio che questa particolare scena e tutto Lo sguardo di Ulisse raccontino il tracollo di un’immensa impalcatura ideologica che non aveva interessato unicamente le nazioni così dette socialiste ma l’universo intero, è anche vero che essi sono la prova evidente che nella nostra contemporaneità un linguaggio artistico diverso, composto da immagini, fotografiche, cinematografiche e non solo, ha acquisito un peso enorme, lo stesso peso ricoperto, fino alla seconda metà del secolo scorso, dalla pittura e dalla scultura nel raccontare e tramandare i momenti cruciali della Storia.
Ne è prova anche l’opera dell’artista contemporaneo cinese Gao Shiqiang che con il suo video Red (2008), della durata di circa un’ora, erge un colossale, umanissimo monumento al ricordo di quella che fu per un intero popolo la Rivoluzione cinese, con tutte le sue valenze politiche, i suoi ideali, le sue immani tragedie.

Gao Shiqiang, Scene dal video Red, 2008.
Gao Shiqiang, Scene dal video Red, 2008.

Angelopoulos, finché è vissuto, ha realizzato film che erano delle vere e proprie opere d’arte rappresentative della memoria del popolo greco dall’inizio del XX secolo fino ai nostri giorni, così come avevano fatto prima di lui i fratelli Manakis. Questi ultimi, detti i “Lumière dei Balcani”, sono, insieme alla caduta del comunismo, i protagonisti de Lo sguardo di Ulisse. È, infatti, a seguito della ricerca di tre bobine cinematografiche, girate dai Manakis all’inizio del ‘900 e che si credevano perdute, che l’attore principale intraprende un viaggio epico attraverso quei Balcani ai quali la Grecia è strettamente legata dalla storia, un viaggio che spazia dalla Bulgaria alla Macedonia per finire in Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo, dove, come in un brano di memoria che ritorna, si combatte esattamente come 80 anni prima, quando, nel 1914, era scoppiata la Prima guerra mondiale. Le preziose bobine vengono miracolosamente ritrovate grazie ad un vecchio proiezionista che le ha gelosamente conservate nell’utopico tentativo di preservare la memoria storica del suo paese in disfacimento.
E in disfacimento è anche lo spazio urbano di Napoli, significativo di una realtà italiana altrettanto allo sbando, protagonista delle Sette Stagioni dello Spirito, un progetto biennale legato alla memoria collettiva, pensato da Gian Maria Tosatti di cui solo due atti sono stati fino ad ora realizzati: 1_ La Peste e 2_Estate.

Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, Largo Banchi Nuovi, Napoli
Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, Largo Banchi Nuovi, Napoli

La prima tappa del percorso che il giovane artista si è prefisso di percorrere è stata realizzata nel settembre 2013. Il fulcro centrale dell’opera è un monumento che, come purtroppo centinaia di altri in città, è stato completamente abbandonato e dimenticato: la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, posta in pieno centro storico, nella Napoli greco-romana dei decumani, in Largo Banchi Nuovi.
Chiusa sin dalla Seconda guerra mondiale e riaperta proprio per interpretare il ruolo di protagonista dell’installazione di Tosatti, la chiesa, una volta dedicata al culto, viene presentata dall’artista come un grosso “scrigno della memoria”, un vero e proprio monumento a se stessa, nel quale, in modo altamente mimetico, disporre singoli elementi che ne sottolineino la storia contribuendo a ricollegarla sia alla più vasta realtà napoletana che a quella più ristretta del quartiere in cui sorge. Tutti e tre, infatti, chiesa, città e quartiere, sono colpiti da un male brutto quanto la peste, intesa come stagione dello spirito, che ha conquistato il presente dell’intera città al fine di annientarla cancellandone le memorie del passato che, però, malgrado tutto, continuano a pulsare e a vivere non solo all’esterno, ma anche e soprattutto all’interno delle persone.

Gian Maria Tosatti, 2_Estate, Installazione, giugno-luglio 2014
Gian Maria Tosatti, 2_Estate, Installazione, giugno/luglio 2014

2_Estate è la seconda tappa del progetto di Tosatti nonché, come il precedente, un intervento site-specific, realizzato questa volta presso l’ex Anagrafe Comunale di Napoli, nella centralissima Piazza Dante. Il luogo prescelto costituisce, come nel caso della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano, una ferita aperta nel corpo di Napoli. Ex monastero seicentesco, l’edificio ha ospitato sin dal 1809 la prima anagrafe italiana che ha registrato e conservato per 200 anni l’identità dei napoletani. Tosatti, con la sua installazione intende riportare l’immenso e silente spazio, custode di tanta memoria, indietro nel tempo quasi a volerlo restituire alla sua funzione originaria.

In realtà, lo elegge a simbolo non solo di Napoli, ma dell’Italia intera, contraddistinta da inspiegabile immobilismo. Due sono gli elementi principali dell’opera indicati dall’artista: la grande statua di Dante posta al centro della piazza omonima che dall’esterno dialoga con un grande monocromo dorato posto all’interno dell’edificio. Dante e l’oro – la materia da cui è nata la pittura moderna – sono per l’autore le matrici insopprimibili della cultura italiana, due punti fermi della memoria a cui, in qualunque momento, anche nel pieno della catastrofe, tornare per provare a ricominciare da capo.

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1 thought on “Arte e memoria collettiva

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