A Roma la mostra dedicata a Kandinskij, maestro dell’astrattismo, che capì che il rapporto fra le arti genera bellezza e armonia
Ci sono anche la Tunisia e le suggestioni del Mediterraneo fra le innumerevoli fonti di ispirazione ricostruite nella mostra dedicata a Vassily Kandinskij e allestita a Palazzo Bonaparte a Roma dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027. Un’occasione imperdibile per poter ammirare, dopo lunghi anni di assenza dall’Italia, le opere meravigliose di uno dei maggiori interpreti dell’astrattismo, ripercorrendo le tappe principali del suo percorso artistico.

La mostra, infatti, ci guida lungo la carriera dell’artista, dai paesaggi dei primi del ‘900 fino al suo approdo all’astrattismo e, in seguito, al biomorfismo, passando attraverso l’esperienza unica del Bauhaus di Weimar, uno dei periodi più prolifici della produzione di Kandinskij.
Il percorso espositivo si apre presentandoci un Kandinskij poco conosciuto, autore di paesaggi nei quali si ritrova il lascito dell’impressionismo e che sembrano quanto di più lontano dai quadri astratti della piena maturità. L’artista fu ispirato dai viaggi che intraprese tra il 1904 e il 1908 attraverso l’Europa e il nord Africa insieme a Gabriele Münter, sua compagna e a sua volta pittrice, a cui la mostra dedica una sezione, rendendo omaggio così ad un’artista le cui opere arrivano per la prima volta in Italia.
Ispirandosi alle medine, alle moschee, agli ornamentali dell’architettura islamica, ai cimiteri e alla vita delle città, ma anche alla costa ligure – durante il successivo soggiorno a Rapallo – Kandinskij, affascinato dalla luce intensa del Mediterraneo, sviluppa una stesura pittorica particolarmente espressiva con piccole pennellate e macchie di colore accostate che accentuano l’armonia cromatica e creano una sensazione di serenità. L’influenza di Monet, che Kandinskij amava, si evolve in un linguaggio più arioso grazie anche ai toni mediterranei e ai loro riflessi luminosi.
Non è solo il Mediterraneo ad ispirare Kandinskij, ma anche la sua patria, la Russia, abbandonata molto presto. Influenzato probabilmente dalle iniziative di Serge Diaghilev, che con le sue “Stagioni russe” aveva portato in scena a Parigi i temi e le tradizioni del folklore russo, l’artista guarda con un forte interesse ai temi nostalgici legati all’antica Russia. Il quadro “Canzone”, noto anche con il titolo “Canto del Volga”, riunisce riferimenti culturali diversi: una città ottomana sullo sfondo, battellieri che indossano costumi slavi e navigano su drakkar vichinghi decorati con icone ortodosse.
Un progressivo allontanamento da questa rappresentazione strettamente naturalistica si trova invece nelle tele dedicate ai paesaggi olandesi dove una maggiore attenzione alla luce, ai contrasti cromatici e ai motivi popolari accompagna le vedute di mulini, canali, imbarcazioni e figure in costume tradizionale.

La parte però più interessante dell’opera di Kandinskij, e forse anche la più nota al pubblico, è quella che riguarda le sue riflessioni relative al legame inscindibile tra forma e colore, a cui la mostra di Palazzo Bonaparte dedica ampi spazi ed esperienze tattili e sensoriali.
Convinto che la pittura potesse esprimere i significati più profondi del suo tempo e che i colori rappresentati con determinate forme e disposti in un certo ordine potessero evocare immagini, ricordi, suoni e stati d’animo, l’artista fa confluire le sue considerazioni nel testo “Dello spirituale nell’arte”, pubblicato tra il 1911 e il 1912. Le opere di questo periodo sono il risultato della sua ricerca, basata su tre assunti fondamentali: il colore come espressione di sensazioni ed emozioni, il rapporto tra colore e forma e la corrispondenza tra colore e suono.
La musica, che aveva sempre fatto parte della vita e della formazione di Kandinskij fin da quando era bambino, assume un ruolo centrale nella sua ricerca artistica, diventando una delle sue principali fonti di riflessione per la creazione di una nuova forma d’arte in cui musica, pittura e movimento si fondono e dove il rapporto fra la musica (o il suono) e il colore diventa inscindibile: ogni colore possiede un proprio suono interiore, più acuto o più profondo, più vibrante o più silenzioso.
L’azzurro è vicino al flauto, il blu al violoncello, il blu più scuro al contrabbasso e il blu profondissimo all’organo, il verde assoluto è associato ai toni calmi del violino, mentre il bianco e il nero sono legati all’idea di pausa e silenzio.
Le ricerche di Kandinskij sull’astrazione e sul colore si fanno sempre più spazio nella sua opera, tanto che l’artista scrive che “l’armonia dei colori deve basarsi unicamente sul principio della risonanza con l’anima umana. Questo fondamento sarà definito come il principio della necessità interiore”. Tali teorizzazioni si concretizzano nell’esperienza del Der Blauer Reiter (Il cavaliere azzurro), movimento artistico creato da Kandinskij e Franz Mark per una sintesi delle arti senza confini né gerarchie.
Non si trattava né di una scuola né di un gruppo stabile, ma di un progetto aperto fondato sulla libertà dell’esperienza e sulla diversità dei linguaggi e a cui parteciparono artisti molto diversi riuniti dal desiderio di superare le convenzioni accademiche e fare dialogare arte contemporanea, creazioni popolari, disegni infantili e opere di epoche e culture lontane, alla ricerca di un impulso creativo capace di attraversare ogni confine e gerarchia.
Nei capolavori di questo periodo, presenti nella mostra, diventa palese l’allontanarsi dell’artista dai temi naturalistici per intraprendere il percorso verso l’astrattismo: “Con l’arco nero” rappresenta tre blocchi di colore, disposti a triangolo, tenuti idealmente in tensione da una grande linea nera che ricorda una douga, l’arco di legno flessibile che sovrasta la testa del cavallo centrale, indispensabile per l’assetto della troika russa. In quest’opera Kandinskij afferma che la costruzione di un dipinto può fondarsi sul principio di dissociazione tra linee e colori, così come su quello di dissonanza, con forme che sembrano pronte a entrare in collisione.
Il culmine della ricerca dell’artista nel campo dell’astrazione è “Quadro con macchia rossa”, dove ogni riferimento al mondo reale viene abbandonato per rappresentare invece un universo informe e organico, dove i colori si sovrappongono in modo quasi conflittuale. L’unica forma chiaramente delimitata è proprio la macchia rossa, che dà il titolo all’opera, a cui il pittore attribuisce un forte significato simbolico definendo il colore rosso come “traboccante di una vita ardente e agitata”, “di un’immensa irresistibile potenza” capace di agire “interiormente”.
La parte finale della mostra è dedicata a quello che fu il periodo più prolifico e più pienamente maturo della parabola artistica di Kandinskij, cioè gli anni trascorsi come insegnante nella rivoluzionaria scuola del Bauhaus di Weimar, fondata nel 1919 dall’architetto Walter Gropius e ispirata ai principi della sintesi delle arti e della transdisciplinarietà.
Si rimane ipnotizzati di fronte a un capolavoro come “Giallo-rosso-blu”, tra le opere più importanti di questo periodo. I tre colori primari del titolo rimandano all’analisi di Kandinskij relativa alla loro corrispondenza con le forme geometriche primarie, il triangolo, il cerchio e il quadrato, che costituiva il nucleo del suo corso preliminare al Bauhaus. “È facile notare – scrive Kandinskij – che certi colori sono potenziati da certe forme e indeboliti da altre. I colori squillanti si intensificano se sono posti entro forme acute, i colori che amano la profondità sono rafforzati da forme tonde.
Se una forma non è adatta a un colore, non siamo di fronte ad una disarmonia ma a una nuova armonia”. Le riflessioni sul rapporto fra i colori primari e le forme geometriche trovano realizzazione in opere in cui si ha la sensazione che le forme fluttuino in assenza di gravità, sospese in uno spazio apparentemente infinito, che ricorda il suprematismo di Malevič, che Kandinskij aveva conosciuto in Russia. Tali teorie diedero vita ad un interessante dibattito al Bauhaus e molti si cimentarono nella corrispondenza tra forma e colore, così come possono fare i visitatori della mostra, sperimentando i vari accostamenti in questa sezione interattiva.
Particolarmente suggestiva risulta la riproduzione della sala da pranzo della casa in cui Kandinskij visse durante gli anni del Bauhaus, in cui un posto d’onore occupava “Sul bianco II”, tela a cui il pittore era particolarmente affezionato e nelle cui figure geometriche si potrebbe intravedere un motivo particolarmente caro a Kandinskij (e tipico anche dell’iconografia russa): quello di San Giorgio che impugna la lancia e sconfigge il drago.
Gli arredamenti di design della stanza, tipici di quella fucina di inventiva e sperimentazione che fu la scuola, ci fanno quasi fare un salto nel tempo per respirare il clima di innovazione e l’entusiasmo creativo che doveva animare sia gli insegnanti che gli allievi di quel progetto, tanto da poter capire perché Hitler lo temesse al punto da decretarne la definitiva chiusura, nel 1933, definendone lo stile e gli ideali come “arte degenerata”.
Poco dopo la chiusura del Bauhaus, Kandinskij dipinge “Sviluppo in Bruno”, che segna una fase di transizione tra il periodo del Bauhaus e quello parigino. La tela, che l’artista portò con sé nel suo esilio, colpisce per la sua essenzialità e leggerezza, data dalle forme estremamente semplici, ma ha un significato profondo: tra due masse scure sulle tonalità del bruno, colore associato al nazismo, si apre un varco luminoso dove trovano spazio triangoli dai colori chiari e vivaci, che anticipano la vitalità e la gioia delle opere del successivo periodo parigino, dove Kandinskij scopre il biomorfismo destinato a rinnovare ancora una volta il suo linguaggio pittorico.
Nella mostra di Palazzo Bonaparte possiamo ammirare “Azzurro cielo”, come esempio di questa tendenza artistica ispirata alle forme organiche della natura (strutture cellulari, forme vegetali e marine) che diventano elementi astratti e immaginari. Nella tela Kandinskij contrappone alla violenza del contesto storico, stravolto dall’inizio della seconda guerra mondiale, una visione sospesa, quasi onirica, fatta di fantasia e vitalità: forme colorate e creature immaginarie, ispirate al mondo microscopico, fluttuano su uno sfondo azzurro in dialogo con le opere di Joan Miró, maestro di questo genere.
A oltre 70 anni, Kandinskij dimostra dunque di avere ancora non solo inventiva e voglia di sperimentare e cimentarsi in cose nuove, ma anche il desiderio di trasformare la pittura in uno spazio di libertà di fronte alla guerra, che possa magari infondere speranza in un futuro migliore, ricco di colori e forme che diano anche agli uomini la sensazione di fluttuare e di librarsi liberi in uno spazio senza confini dove poter respirare e vivere senza paure. Un incoraggiamento di cui avremmo bisogno soprattutto negli anni tragici che stiamo vivendo.
