Latte materno: in occasione della Settimana mondiale dell’allattamento al seno, torno a una ricerca cominciata più di vent’anni fa in Sardegna. Era l’estate del 2002 e cercavo le tracce di un sapere che stava rapidamente scomparendo: quello delle donne che avevano allattato i propri figli nella Sardegna rurale del Novecento.
Entravo nelle case della Sardegna centro-meridionale e ascoltavo donne che avevano settanta, ottanta, novant’anni. Alcune avevano avuto molti figli. Raccontavano il parto, il latte, i primi mesi, il lavoro nei campi, le paure, i rimedi, le donne che erano accorse ad aiutarle. Raccontavano soprattutto una cosa: come si faceva a crescere un bambino quando quasi tutto dipendeva dalle risorse disponibili in casa e dalla capacità della comunità di intervenire quando qualcosa andava storto.
Da quelle interviste è nato Il dono del latte. La cultura dell’allattamento materno nella Sardegna tradizionale. Ma il libro non era soltanto una storia dell’allattamento. Era il tentativo di capire che cosa accadeva intorno a quel gesto apparentemente semplice con cui una madre nutriva il proprio bambino.
Il latte come sopravvivenza
All’inizio del Novecento, mentre in Italia si discuteva delle cause della mortalità infantile, Francesco Coletti aveva osservato un dato particolarmente interessante per la Sardegna: in alcune fasce della prima infanzia la mortalità risultava inferiore alla media nazionale. Per comprenderlo bisognava guardare alle condizioni concrete di vita. L’allattamento materno prolungato aveva un ruolo importante. In una società povera, nella quale l’acqua non era sempre sicura, le condizioni igieniche erano precarie e lo svezzamento poteva introdurre alimenti difficili da conservare o preparare correttamente, il latte materno costituiva una protezione fondamentale. Il problema arrivava spesso dopo.
Con il passaggio dal latte agli altri alimenti aumentavano i rischi di infezioni gastrointestinali. Latte non trattato, acqua contaminata, cibi conservati male, condizioni igieniche insufficienti potevano diventare pericolosi per un bambino molto piccolo. Le condizioni di vita erano durissime. Le case potevano essere umide e malsane, gli animali vivevano a stretto contatto con le famiglie, l’assistenza sanitaria era limitata. I pediatri che lavorarono a Cagliari negli anni Cinquanta ricordavano ancora le gastroenteriti che colpivano gravemente i lattanti.
La mortalità infantile aveva dunque anche cause sociali. Non bastava una buona pratica materna. Servivano acqua, igiene, assistenza, prevenzione, condizioni di vita migliori.
La donna che diventava “mamma tittedda”
Nelle interviste emergeva poi qualcosa che oggi può sembrare sorprendente. Il latte poteva creare una parentela. Una donna poteva allattare il figlio di un’altra e diventare la mamma tittedda, la mamma de latti. I bambini nutriti dalla stessa donna diventavano fradis de latti, fratelli di latte. Non era una metafora. Era una relazione riconosciuta, nata attraverso il nutrimento. Il latte poteva dunque costruire legami tra persone che non erano unite da una parentela biologica. Quando il latte materno non era disponibile, esistevano altre soluzioni.
Una di queste era la capra-balia, sa mannalitta o mannalizza. Sono pratiche che appartengono a un mondo lontano, ma raccontano una logica molto concreta: quando un bambino aveva bisogno di essere nutrito, la comunità cercava una risposta.
Quello che le donne sapevano
Le donne intervistate ricordavano una quantità enorme di conoscenze. Sapevano come tenere il bambino, come sistemarlo durante la poppata, come interpretarne il pianto. Ricordavano quali alimenti venivano consigliati alla puerpera e quali invece erano considerati dannosi. Una donna raccontò di essersi accorta che il bambino piangeva ogni volta che lei mangiava ceci. Non aveva una spiegazione medica, ma aveva osservato una relazione e aveva modificato la propria alimentazione. Era un sapere costruito attraverso l’esperienza.
Passava dalle madri alle figlie, dalle nonne alle giovani donne, dalle vicine alle puerpere. E non riguardava soltanto il cibo. C’erano gesti, posture, ninne nanne, amuleti, attenzioni rivolte alla madre e al bambino. Un intero repertorio di pratiche attraverso le quali una donna imparava a diventare madre e una comunità imparava a sostenere una nascita. Non tutto era corretto secondo le conoscenze scientifiche attuali. Ma sarebbe troppo semplice liquidare quel patrimonio come superstizione. Quelle donne osservavano. Provavano. Correggevano. Trasmettevano.
Il bambino andava nei campi

C’è un’altra parte delle testimonianze che racconta molto bene la distanza tra quel mondo e il nostro. Le donne lavoravano. Andavano nei campi, raccoglievano il grano, facevano il pane, accudivano la casa. E i bambini venivano con loro. Durante la panificazione potevano essere sistemati in una crobi, in una bacinella, su una stuoia. Una donna ricordava il lavoro nei campi e il ritorno a casa con il fascio di spighe sulla testa e il bambino sul fianco.
Non era una condizione romantica. Era fatica. Era povertà. Ma quella stessa organizzazione della vita permetteva alla madre di restare vicino al bambino per gran parte della giornata. È una delle contraddizioni più interessanti emerse dalla ricerca: una società durissima poteva conservare condizioni che favorivano la continuità dell’allattamento. Poi il mondo sarebbe cambiato.
Quando arrivò la modernità
Nel corso del Novecento arrivarono i consultori, i pediatri, nuove conoscenze sull’alimentazione infantile e migliori condizioni igieniche. La mortalità infantile diminuì. Cambiarono le abitazioni, le famiglie, il lavoro delle donne. Cambiarono anche le forme dell’alimentazione infantile e si diffuse l’allattamento artificiale. Non c’è nostalgia possibile davanti ai progressi che hanno salvato vite. Ma la modernizzazione ha prodotto anche una nuova domanda: chi sostiene una donna quando allattare diventa difficile? Perché il latte può essere naturale, ma le condizioni nelle quali una donna allatta non lo sono affatto. Dipendono dall’organizzazione della famiglia, dal lavoro, dal tempo disponibile, dall’assistenza sanitaria, dalle informazioni ricevute.
Vent’anni dopo, il Covid
La domanda è tornata durante la pandemia. A distanza di circa vent’anni dalla prima ricerca, mi sono occupata nuovamente di allattamento attraverso un’indagine condotta al Brotzu di Cagliari. Il contesto era completamente diverso. Non c’erano le case delle donne intervistate nel 2002, né i ritmi della Sardegna rurale. C’era un ospedale dentro una crisi sanitaria mondiale. C’erano protocolli, distanze, paure, mascherine, nuove regole. Eppure una cosa era rimasta.
La possibilità di allattare continuava a dipendere anche da ciò che accadeva intorno alla madre. Dal sostegno ricevuto. Dalla possibilità di stare accanto al proprio bambino. Dall’organizzazione dell’ospedale. Dal lavoro. Dalle informazioni. Dalla presenza o dall’assenza di una rete familiare. È stato allora che ho riletto in modo diverso anche le storie raccolte vent’anni prima. Pensavo di aver studiato una pratica del passato. Mi sono accorta che quelle donne stavano raccontando qualcosa che riguardava ancora il presente: il modo in cui una società organizza la cura.
Una storia che continua
Il latte materno è il primo alimento. Ma intorno a quel latte c’è sempre stato molto altro. C’è stata la donna che allattava il figlio di un’altra. C’è stata la mamma tittedda (mamma di tetta). Ci sono stati i fradis de latti (fratelli di latte). C’è stata la capra-balia. Ci sono state le nonne, le levatrici, le vicine, le madri che si aiutavano. Ci sono stati anche la povertà, il lavoro, la mortalità infantile, le malattie, la mancanza di igiene.
E poi sono arrivati la medicina, gli ospedali, i consultori, i nuovi modelli familiari e il lavoro fuori casa. Infine è arrivata una pandemia a ricordarci che persino un gesto antico può diventare fragile quando cambiano improvvisamente le condizioni intorno a chi lo compie. Per questo, tornando oggi a quelle voci della Sardegna, penso piuttosto a ciò che quelle donne ci hanno lasciato vedere. Che nutrire un bambino non è mai soltanto una faccenda tra una madre e suo figlio. È anche una questione di tempo, di lavoro, di salute, di relazioni e di responsabilità collettiva.
Ed è forse questa la parte più attuale della storia delle madri sarde.
