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Cultura

Nel nome del Padre: la diserzione di Sant’Alfonso e Jim Morrison

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo1 Agosto 2026Updated:6 Agosto 2026Nessun commento9 Mins Read
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Sant'Alfonso
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Cosa avranno mai in comune Sant’Alfonso e il Re Lucertola?

C’è una linea d’ombra che unisce i distruttori di codici e i costruttori di cieli. È la linea della giovinezza che si ribella alle convenzioni sociali e all’offesa, della carne che si fa parola contro la legge dei padri. I santi non sono sempre stati i custodi della quiete pubblica: sono stati i primi sabotatori del reale, quelli disposti ad assumersi la responsabilità di rovesciare il tavolo e cambiare paradigma.

Uomini folli e visionari, incendiari del conformismo che per amore, o per terrore del vuoto, hanno strappato il velo del loro tempo, pagando il prezzo di una solitudine assoluta. Prima di farsi dogma, ogni sacralità è stata uno scandalo politico, un corpo a corpo con l’istituzione.

Tra Alfonso e Jim: San Francesco d’Assisi e Giordano Bruno

Lo sapeva Francesco d’Assisi, che non fu il rassicurante e poetico patrono dei piccoli animali, ma un anarchico radicale che si spogliò nudo nella piazza di Assisi, lanciando gli abiti borghesi in faccia al padre mercante per sposare la polvere, i lebbrosi e la sovversione del possesso.

Lo sapeva Giordano Bruno, il domenicano errante che spaccò le volte del cielo aristotelico, sostituendo la claustrofobia di un Dio-giudice con l’ebbrezza dionisiaca degli infiniti mondi, fino a farsi consumare dal fuoco di Campo de’ Fiori pur di non abiurare la vertigine dell’immensità. Se il sacro è quel territorio febbrile dove il viscerale incontra l’eterno, allora la distanza tra un altare barocco e un palco della California si azzera nel medesimo grido. È l’antico paradosso dei mistici e degli sciamani: per rifondare il mondo bisogna prima incendiarlo.

Napoli, primo Settecento. Los Angeles, metà del Novecento. Due stanze chiuse, lo stesso odore di polvere e di autorità. Da una parte siede Don Giuseppe Liguori, cavaliere e capitano delle galee regie: un uomo che misura il mondo con il compasso della disciplina militare e della nobiltà di toga. Dall’altra parte, due secoli dopo, l’ammiraglio George Stephen Morrison scruta le carte geopolitiche della Marina degli Stati Uniti, mentre il Golfo del Tonchino si prepara a bruciare.

Entrambi hanno un figlio primogenito su cui proiettare il proprio disegno di potenza. Due ragazzi prodigio, divorati da un’ansia che i padri scambiano per talento obbediente. Ma la stirpe si interrompe sempre dove inizia la vocazione. Alfonso Maria de Liguori, che a soli sedici anni è già un avvocato imbattuto del foro napoletano, un giorno crolla sotto il peso di una causa truccata, depone la toga nel in aula e pronuncia la frase che distruggerà i sogni del cavaliere: «Mondo, ti conosco. Addio, tribunale». Don Giuseppe non gli parlerà per anni, considerandolo un disertore della stirpe.

Nel 1967, quando la Elektra Records chiede a Jim Morrison una nota biografica per il lancio del primo album dei Doors, il giovane poeta compila il modulo con una grafia secca: «Genitori: deceduti». L’ammiraglio è vivo, ma per Jim la divisa del padre è la tomba della libertà. La ribellione, in entrambi, non è una posa adolescenziale: è un parricidio simbolico necessario per non morire soffocati.

C’è un errore in cui cade spesso la storiografia pop: immaginare Jim Morrison come un selvaggio illetterato prestato al rock. Al contrario, il frontman dei Doors è un animale intellettuale che alla Florida State University ha divorato i testi di psicologia, la letteratura contemporanea e la pittura d’avanguardia. Non studia la legge dello Stato, quella la lascia volentieri ad Alfonso, ma studia i meccanismi della percezione.

Quando “Tu scendi dalla stelle” era Rock…

Entrambi scoprono che la parola è un’arma da taglio. Alfonso comprende che il latino dei teologi esclude i poveri, i lazzari, i pastori delle montagne campane. Inventa così una lingua nuova: scrive trattati, ma soprattutto compone canzoni in dialetto e in italiano popolare. “Quanno nascette Ninno”, che diventerà “Tu scendi dalle stelle”, è un’operazione d’avanguardia culturale: portare l’assoluto teologico nelle stamberghe dei diseredati, a quel bestiame della povertà che se ne sta al freddo e al gelo.

Jim fa lo stesso percorso al contrario. Prende la poesia colta, i miti dionisiaci, le visioni di Rimbaud, e le getta nella pancia del consumismo americano attraverso i jukebox. Non sono canzonette: sono liturgie laiche per una giovinezza che cerca una via d’uscita.

Sia il santo che il cantante vivono costantemente sull’orlo del burrone psicologico. Alfonso è torturato dagli “scrupoli”, una forma devastante e ossessiva di ansia religiosa. Passa le notti a esaminare la propria coscienza, terrorizzato dal peccato, prigioniero di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo che lo consuma fino all’esaurimento nervoso. Cerca la pace nella mortificazione dell’io, curando il corpo a colpi di penitenza per calmare la mente. Jim, specularmente, annega la stessa identica angoscia nell’alcol e negli stupefacenti. Il suo istrionismo sul palco è l’automedicazione di un uomo borderline, incapace, probabilmente, di reggere il peso del proprio mito. Ed entrambi diventano monomaniaci della fine.

Nel 1758 Alfonso pubblica “Apparecchio alla morte cioè considerazioni sulle massime eterne utili a tutti per meditare, e a’ sacerdoti per predicare”, un’opera che costringe il lettore a guardare in faccia la decomposizione, la transitorietà della carne, per trovare il senso profondo dell’esistere. Jim Morrison trasforma ogni testo dei Doors in una danza sciamanica, talvolta macabra. Da The End a Wilderness, la morte non è la fine di tutto, ma la “porta” suprema da attraversare per spezzare le catene del tempo.

Se specchiamo queste due vite, ci accorgiamo che la storia non procede per linee rette, ma per cerchi concentrici. Crolla la leggenda metropolitana che vorrebbe un Jim Morrison errante tra le rovine di Pompei nel 1970, un’allucinazione biografica che appartiene più al mito che alla cronaca reale. Morrison non ha mai visitato la terra di Alfonso.

Qui la tammurriata è l’elemento sonoro, rituale e coreutico fondamentale della storica Festa della Madonna delle Galline che si tiene ogni anno a Pagani nel periodo immediatamente successivo a Pasqua. I rullii e i battiti delle tamorre scandiscono il ritmo dei cerchi di ballo popolare, unendo la devozione religiosa a movenze e arcaiche tradizioni legate alla terra e alla fertilità, quasi in un rito sciamanico.

Forse, si sono incontrati altrove. Si sono incontrati nei territori che hanno conquistato strappandoli al silenzio, obiettivi giganteschi e avveniristici che ridefiniscono le mappe del loro tempo. Si sono incontrati in una preghiera, chissà dove.

In fondo le preghiere, talvolta, sono come le poesie: hanno i lupi dentro…

Alfonso ha preso la teologia cattolica, fino ad allora gelido castello di norme difensive, e l’ha rifondata attraverso una rivoluzione pastorale: fonda la Congregazione del Santissimo Redentore, scende fisicamente tra i pastori della Campania dimenticati da Dio e dallo Stato, inventando le “Cappelle Serotine” per istruire i lazzari di Napoli. Consegna al futuro un cattolicesimo mite, non inquisitorio, una teologia morale che per la prima volta si china sulle fragilità della carne umana invece di condannarla. Un’impresa monumentale che gli varrà il titolo di Dottore della Chiesa.

Jim Morrison ha compiuto la sua missione sciamanica scavando sotto la superficie di plastica del sogno americano. Le sue poesie, ancora oggi, sbranano l’innocenza ipocrita della borghesia occidentale. Ha resuscitato i fantasmi repressi di un’intera nazione, portando su di sei lo spettro della causa dei nativi americani, un’ossessione viscerale nata da un trauma infantile, quando vide i corpi insanguinati di alcuni indiani feriti su un’autostrada nel deserto del Nuovo Messico. Morrison ha ridato voce a quel sangue rimosso, trasformando la musica in una riparazione ancestrale e pagando il debito verso gli sconfitti della frontiera.

È in questo punto esatto che l’eccesso di vita diventa ascesi, e l’ascesi diventa estasi. Alfonso Maria de Liguori ha cercato il divino scendendo negli inferi della miseria umana, tra i vicoli più bui della Napoli borbonica, consumandosi fino a piegarsi fisicamente sotto il peso delle sue stesse visioni. Jim Morrison ha cercato lo stesso assoluto salendo sui palchi della California, bruciando la sua giovinezza in un rituale dionisiaco che poi lo avrebbe lasciato, al netto di altre tesi, senza fiato in una vasca da bagno a Parigi, a soli ventisette anni.

Eppure, proprio sull’orlo di questo abisso comune, la simmetria si spezza e rivela l’insanabile distanza che separa il santo dal profano. Se la febbre che li consuma è la stessa, radicalmente opposta è la direzione del loro viaggio. La presunta discesa agli inferi di Jim Morrison è un moto centrifugo di dissoluzione dell’io: il cantante cerca l’assoluto nell’annientamento di sé, nell’estasi artificiale delle sostanze che espandono la percezione fino a schiantare il corpo, lasciando dietro di sé il mito tragico di un Prometeo rimasto prigioniero del proprio fuoco.

Basilica di Sant’Alfonso Maria De’ Liguori, Pagani (Sa)

L’ascesi di Alfonso, al contrario, è un cammino centripeto di totale sottomissione a una Volontà Superiore. Nei vicoli di Napoli, il santo non cerca lo sregolamento dei sensi, ma la loro santificazione; non offre sé stesso come idolo da adorare, ma come strumento di una Grazia che riscatta i corpi invece di bruciarli.

Proprio perché Sant’Alfonso Maria de’ Liguori ha sofferto molto, a causa degli scrupoli interiori nella sua giovinezza e maturità spirituale, è diventato il grande esperto e patrono dei confessori capace di liberare gli altri da questo tormento, combattendo il rigorismo eccessivo con la misericordia.

Laddove Jim si ferma sulla soglia della “porta”, consumato dal peso della propria solitudine sciamanica, Alfonso quella porta la attraversa per farsi obbedienza, preghiera e servizio. Il rock incendia il mondo per mostrare il vuoto; la santità lo incendia per riempirlo di Dio.

Sant’Alfonso voleva riscattare l’umanità dalla miseria e James Douglas Morrison voleva scrivere solo poesie…

Oggi, dietro l’oro sbiadito dei reliquiari barocchi e sotto la polvere delle copertine dei vinili, batte lo stesso identico cuore. Quello di due figli che hanno preferito l’esilio, la solitudine e la vertigine del confine pur di non rassegnarsi a essere i cloni dei loro padri. Due ribelli che, ciascuno a suo modo, ci hanno insegnato che l’unico modo per guardare il cielo è non avere paura del buio.

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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