Nel suo diario Johann Wolfgang von Goethe, descrivendo i dintorni fertili e il clima di Napoli, annotava come in questa terra si comprenda davvero la vita, la vegetazione e la gioia di esistere e, a ragion veduta, disse Siehe Neapel und stirb!
A ragion veduta, lo scrittore, poeta e drammaturgo tedesco la descriveva come in un paradiso ove tutti vivevano in una sorta di ebbrezza e di oblio, sapendo stare al mondo e non privi di quella saggezza popolare riscontrabile tutt’oggi.

Napoli, questo immenso corpo dolente e pulsante che per secoli l’Italia dei piemontesi e dei banchieri, conniventi con la massoneria britannica, ha confinato al ruolo di Cenerentola, vive oggi una straordinaria stagione di risveglio, per quanto durissime le polemiche per essersi trasformata in un “fast-food a cielo aperto”, schiacciata dal peso di un overtourism fuori controllo.
Napoli, una città dotta e ricca di cultura, ben oltre il folklorismo
Ma la città di Partenope ha tutte le carte in regola per essere una delle capitali più fulgide della Cultura del Mediterraneo, meritando assolutamente questa sua riscoperta globale, per quanto c’è stata per decenni una forma di cancelling culture borghese e settentrionale che ha tentato di sminuire la sua unicità a mero folklore. Ora che i salotti riscoprono il suo fascino dotto, a tratti esotico, e cosmopolita, Napoli giustamente risorge.

Ma in questo rifiorire di una delle metropoli più belle al mondo si annida un peccato originale, un paradosso logico prima ancora che culturale.
Una minoranza rumorosa di quella comunità – badate bene: non la maggioranza dei napoletani, ma quel nucleo di scarso intelletto, tronfio e pieno di spocchia che purtroppo alligna in ogni latitudine – commette oggi lo stesso identico reato di cui si professa vittima. Ferita dal Nord, questa specifica declinazione dell’ignoranza partenopea, quella con la “GN” maiuscola per intenderci, replica il medesimo stolido atteggiamento verso i propri corregionali. Guarda al resto della Campania con la stessa condiscendenza, con lo stesso colpevole classismo che in certi ambienti riservavano a lei.

Considera le terre circostanti, e forse Salerno in primis, come una propria informe periferia, un’appendice di serie B non tanto da colonizzare culturalmente, perché loro certo, quei napoletani, non mischierebbero la seta con la lana, ma su cui imporre la propria egemonia culturale.
Sono gli stessi che protestano, piangendo, quando Napoli viene sminuita o trattata senza il rispetto che merita.
Napolicentrismo ne abbiamo?
Ma quando il napoletano da tastiera lamenta che i suoi pari al Nord non riconoscono la sua grandezza, farebbe bene a guardarsi allo specchio: con quale coerenza, un minuto dopo, urla sguaiatamente la sua presunta supremazia contro i vicini di casa?

I grandi, per brillare, non hanno certo bisogno di spegnere la luce altrui. Al netto di ciò, la grandezza culturale di Napoli, oltre che di superficie, visto che è praticamente il doppio di Salerno, è incontestabile, per non parlare delle innumerevoli attrattive che in essa sono custodite, tra palazzi storici, opere d’arte, monumenti e chi più ne ha più ne metta.
Però la storia, quella vera, scritta nella pietra e nei documenti d’archivio, non quella dei cori da stadio, possiede una memoria ostinata. E ci dice una cosa che farebbe saltare sulla sedia i teorici del “Napolicentrismo” a oltranza: c’è stato un tempo in cui Napoli era poco più di un modesto avamposto costiero, un’ombra bizantina, mentre Salerno era il cuore politico ed economico del Meridione d’Italia.
Un po’ di storia…
Quando si guarda la provincia salernitana dall’alto in basso, si dimentica che la cronologia è una scienza esatta. Mentre i cumani gettavano le fondamenta di Neapolis intorno al 470 a.C., la piana del Sele ospitava già lo splendore di Poseidonia dal 600 a.C., e i filosofi di Elea, la patria di Parmenide e Zenone, scrivevano le basi del pensiero occidentale già nel 540 a.C., ben prima che a Napoli si parlasse di centralità politica.
Perfino l’Agro Nocerino, con l’antica Nuceria, batteva moneta e guidava una federazione di popoli nel VI secolo a.C. Quando la Repubblica Romana decise di fondare il Castrum Salerni nel 194 a.C., non stava creando il nulla, ma metteva un sigillo militare su terre che avevano già visto fiorire imperi e culture laiche. Trattare Salerno e il suo immenso territorio come ‘periferia’ è un falso storico che crolla davanti alla prima pietra di un tempio di Paestum, condito di spavalda ignoranza.
Bisogna però tornare al Medioevo per comprendere questo ribaltamento e ragionare sul confronto tra città.
Quando il duca Arechi II, nel 786 dopo Cristo, decise di trasferire la corte longobarda da Benevento a Salerno, non scelse una periferia: scelse un baricentro strategico. Nell’849 nacque ufficialmente il Principato di Salerno. Sotto la guida di Guaimario IV, intorno al 1040, quel territorio non era una provincia: era lo Stato più potente del Meridione continentale. Per circa 350 anni, sommando l’epopea longobarda alla dominazione dei Normanni di Roberto il Guiscardo, che nel 1077 la scelse come capitale del suo ducato, Salerno governò il Sud. Napoli avrebbe conquistato la sua centralità stabile molto più tardi, nel 1282, con l’avvento di Carlo d’Angiò.
Il primato cronologico, l’architettura geopolitica del Sud peninsulare, piaccia o meno, appartiene storicamente a Salerno.
In questo scacchiere, il mare salernitano non era un vuoto, ma una strada affollata. La Repubblica di Amalfi, incastonata in quel golfo, rappresentava una cerniera mondiale. Gli amalfitani inventarono il diritto della navigazione con le Tavole Amalfitane e dialogarono da pari a pari con gli imperi. Ed è proprio qui che si sviluppò un’identità profondamente laica e orgogliosamente antipapalina. Mentre Roma si arroccava nei dogmi, Salerno e Amalfi guardavano al Mediterraneo. Le relazioni commerciali con il mondo arabo non erano semplici scambi di merci, ma contaminazioni di anime, di spezie, di numeri e di visioni del mondo.

Da questa tolleranza feconda nacque il miracolo della Scuola Medica Salernitana. Nei Giardini della Minerva – terrazze sospese tra il cielo e il mare dove ancora oggi si respira l’odore delle erbe medicinali – l’Occidente riscopriva Galeno e Ippocrate filtrati dalle traduzioni arabe. Era una cultura scientifica universale, aperta persino alle donne: le Mulieres Salernitane, come Trotula de Ruggiero, curavano i corpi in un’epoca in cui il resto d’Europa le condannava al silenzio o al rogo.
Poi, puntuale come ogni dinamica di potere accentratore, arrivò lo scippo istituzionale. La centralizzazione esige sempre la spoliazione delle province. Nel 1224, Federico II di Svevia fondò lo Studium a Napoli e, con un vero e proprio atto d’imperio burocratico, sottrasse a Salerno il monopolio dell’insegnamento medico, avviando il declino di quella che era stata la prima università del mondo occidentale.
Persino la geografia è stata riscritta dalla fame di centralizzazione napoletana. Pochi ricordano che l’isola di Capri, oggi perla planetaria del golfo, insieme a parte della Penisola Sorrentina, apparteneva storicamente al territorio di Salerno, come testimoniano le mappe del Principato Citra fino al XVII secolo. Capri era legata a Salerno da destini amministrativi, prima che la vicinanza della nuova capitale la fagocitasse.
Sorge allora spontanea una domanda, politicamente scorretta ma logicamente ineludibile: se per assurdo domani il Sud si separasse dal resto d’Italia, abbiamo capito che fine faremmo? Prima ancora che i siciliani pretendano la loro autonomia, i “tarati mentali” nostrani, quelli convinti che la storia sia iniziata e finita sotto il Vesuvio, direbbero che loro sono loro e che la provincia non vale nulla.

Per fortuna, Napoli è anche, e soprattutto, piena di Napoletani con la “N” maiuscola, che continuano a far brillare la città di quei valori di accoglienza e condivisione che tutti noi meridionali custodiamo. Ma a quella minoranza che soffre di complessi di superiorità al contrario, conviene ricordare i fatti. Salerno non è la periferia di Napoli. È una capitale storica decaduta, un luogo di laicità medievale e di scienza arabo-normanna che attende solo di essere guardata con lo stesso rispetto che Napoli, giustamente, pretende dal mondo.
E le origini della lingua a Napoli?
Pertanto, no, Salerno non fa provincia di Napoli, però c’è una cosa garantita al limone, in mezzo alle altre, che per imparatura si può tranquillamente stabilire: Il dottor Massimiliano Verde, noto ricercatore e presidente dell’Accademia Napoletana, l’istituzione che ha creato il primo corso di lingua e cultura napoletana secondo gli standard europei, ha pubblicato e ribadito in numerosi interventi e sedi istituzionali l’importanza cruciale del sostrato pre-latino, in particolare dell’osco, nella fonetica e nella struttura della lingua napoletana.
In pratica la linguistica storica riconosce da tempo che il napoletano, in quanto lingua romanza, non deriva direttamente dal latino classico scritto, ma dal latino volgare/popolare. Questo latino si è innestato su un territorio dove la popolazione parlava l’osco, precisamente l’osco nocerino.

Molti dei tratti più tipici e famosi del napoletano moderno derivano proprio da questa antica lingua italica: infatti, nel territorio dell’antica Campania Felix, la città di Nuceria Alfaterna era la capitale della confederazione sannitica meridionale e il cuore pulsante della cultura e della lingua osca nella valle del Sarno. L’alfabeto osco utilizzato in quest’area era così peculiare e codificato da essere definito dagli archeologi e dai linguisti proprio come “alfabeto nucerino”, una variante specifica documentata su vasi, monete e iscrizioni in tutta la Campania meridionale.
Adesso, verrebbe da dire pure che Nocera Inferiore e Nocera Superiore non si trovano affatto in provincia di Napoli, bensì in provincia di Salerno, ma parecchi tifosi della Nocerina potrebbero non essere d’accordo. Ed ecco che siamo di nuovo punto e a capo: chi non soffre di provincialismo scagli la prima pietra.
