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«La casa del futuro nel 2026? In Sardegna esiste da secoli»

Veronica MattaBy Veronica Matta26 Luglio 2026Updated:26 Luglio 2026Nessun commento14 Mins Read
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casa campidanese
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Silvano Piras, architetto e promotore della bioedilizia, racconta come terra cruda, sughero e saperi costruttivi tradizionali possano offrire risposte concrete alle sfide del cambiamento climatico e creare così la casa del futuro.

Prima della parola sostenibilità esisteva una cosa più semplice: il buon senso del costruire. Gli uomini hanno sempre costruito ascoltando qualcosa: il clima, la luce, i materiali disponibili, la forma del territorio. Non per scelta estetica, ma per necessità. Le case nascevano da un dialogo continuo con il luogo che le ospitava. La Sardegna conserva ancora le tracce di questa intelligenza costruttiva: la terra cruda delle case campidanesi, la pietra, il sughero, le corti aperte, i muri capaci di accumulare e restituire lentamente il calore, le soluzioni nate dall’esperienza del sole e del vento.

Oggi quelle conoscenze non chiedono di essere imitate, ma comprese. Non si tratta di tornare indietro, ma di guardare avanti con maggiore consapevolezza: unire la memoria dei luoghi alle possibilità della tecnologia contemporanea. Silvano Piras, architetto e promotore della bioedilizia, da anni percorre questa strada. La sua riflessione parte dalla Sardegna per interrogarsi su una domanda più ampia: come possiamo costruire edifici e città capaci di rispettare le risorse del pianeta e migliorare la qualità della vita? Dalla terra cruda al sughero, dall’architettura mediterranea alla rigenerazione urbana, il suo racconto è un viaggio dentro il rapporto tra materia, ambiente e futuro dell’abitare.

Alla ricerca dell’anima dei luoghi

Architetto Piras, lei si occupa di bioedilizia e architettura sostenibile da molti anni. Come è nata questa scelta professionale e quali sono stati i momenti più significativi del suo percorso?

Casa del futuro, il bioarchitetto Silvano Piras

Appena laureato, avevo bisogno di approfondire la conoscenza dell’architettura e della città, temi che avevo studiato all’Università. Volevo dare a queste conoscenze una base più solida, radicarle nel territorio da cui provenivo, dare loro un senso e una direzione; volevo svolgere l’attività professionale al servizio delle persone, mettere al centro il benessere e la salute delle donne e degli uomini con cui venivo a contatto, attribuire al contesto ambientale maggiore importanza e attenzione, costruire in armonia con il luogo.

Ho studiato con Carlo Melograni, preside della Facoltà di Architettura di Roma Tre, allievo di Marcello Piacentini, il maggiore interprete dell’architettura classicista realizzata durante il Fascismo. Per Melograni, il lavoro degli architetti dovrebbe avere come obiettivo il miglioramento delle condizioni dell’abitare. Tornato a Cagliari, ho incontrato architetti che ho scelto come maestri e che mi hanno aperto la strada verso un universo sconfinato: l’architettura tradizionale della Sardegna, un’isola circondata dal mare tra l’Africa e l’Europa, collegata da tanti fili ad altri continenti. Ignazio Garau è stato uno di questi.

Ho iniziato a guardare con occhi nuovi ciò che mi circondava e ho scoperto le case campidanesi. Ho abbandonato i pregiudizi che avevo sui centri storici; sono diventato curioso ed empatico nei confronti del luogo che mi circondava. Ciò che prima mi sembrava un rudere mi è apparso sotto una luce nuova: aveva una storia antichissima e nasceva da conoscenze fino ad allora per me inimmaginabili. Per costruire la casa campidanese si utilizzava un materiale ricchissimo di qualità e sfumature, amico dell’uomo e della vita: la terra. Collaborando con colleghi interessati all’architettura mediterranea, abbiamo iniziato a progettare riprendendo l’attenzione che la casa campidanese riservava al clima, alle piante e all’acqua.

Con l’architetto Garau progettammo il recupero di uno dei primi edifici in terra cruda: la biblioteca di Samassi. L’incarico fu affidato da Ennio Cabiddu, allora sindaco di Samassi, sensibile ai temi dell’architettura ecologica, proveniente dal movimento per la pace e politicamente vicino ai Verdi. L’edificio su cui intervenimmo era in condizioni davvero pessime, quasi un rudere. Con un budget limitato riuscimmo comunque a portare il progetto a conclusione.

casa del futuro, progetto per Monte Urpinu Cagliari

A distanza di anni, però, risente della disponibilità finanziaria insufficiente: alcune scelte avrebbero potuto essere realizzate meglio. Quando l’architetto Gianni Campus era assessore all’Urbanistica del Comune di Cagliari, ho lavorato all’aggiornamento del Piano del Verde della città e alla progettazione del Centro di Sostenibilità Ambientale nell’ex cava di Monte Urpinu, nato sulla base di una visione avanzata della città propria di Campus. Cambiata l’amministrazione e cambiato l’assessore, il progetto non è più andato avanti.

Costruire bene significa rispettare il clima

Ogni edificio dovrebbe essere dotato di un idoneo sistema di raccolta e riutilizzo delle acque piovane per usi domestici e irrigui, oltre che di sistemi adeguati per il controllo dei consumi di acqua potabile. L’acqua piovana proveniente dai tetti consente di coprire il fabbisogno annuo di acqua non potabile destinata agli scarichi e all’irrigazione del verde. È necessario passare alle energie rinnovabili, in particolare al fotovoltaico, capace di produrre l’energia necessaria per il condizionamento e il riscaldamento degli edifici, e utilizzare i pannelli solari per la produzione dell’acqua calda sanitaria.

L’obiettivo deve essere la riduzione fino all’azzeramento delle emissioni di CO₂. Occorre aumentare le prestazioni di coibentazione termica dell’involucro edilizio e il potere isolante degli infissi, oltre a utilizzare le coperture a verde per contenere le dispersioni e migliorare il comportamento energetico degli edifici.

La progettazione deve tenere conto dell’esposizione solare e dei venti, della posizione degli edifici in rapporto al contesto e dell’uso bioclimatico del verde, sia alla scala urbana sia a quella dell’edificio. È necessario incentivare l’utilizzo della vegetazione per il raffrescamento degli ambienti, per migliorare il clima urbano, sfruttando la corretta esposizione solare e la ventilazione naturale.

È importante utilizzare sistemi di frangisole orientabili per garantire la protezione degli ambienti dal soleggiamento estivo, aumentando il comfort abitativo e riducendo la necessità di ricorrere al condizionamento durante la stagione calda. Bisogna inoltre utilizzare materiali naturali e tecniche costruttive coerenti con i principi della sostenibilità ambientale: legno, isolanti naturali, mattone, terra cruda e pietra. È preferibile l’impiego di murature dotate di elevata inerzia termica.

È necessario aumentare la presenza delle piante in ogni luogo: sui tetti, sulle facciate, lungo le strade. Bisogna incrementare la densità del verde e rinaturalizzare i quartieri anche attraverso interventi di riforestazione urbana, per favorire il riassorbimento della CO₂ emessa nell’atmosfera nelle città e migliorare la qualità della vita, il benessere e la salute dei cittadini.

Occorre piantare milioni di alberi nei territori comunali: nei terreni incolti, nei parchi urbani, nelle cave dismesse, nei parcheggi, nelle aree militari dismesse e lungo gli assi stradali. È necessario densificare il verde ovunque sia già presente, nei giardini di quartiere e in quelli privati. Infine, bisogna incentivare il trasporto pubblico, la mobilità collettiva e condivisa, l’uso della bicicletta e dei veicoli elettrici.

Quando la tradizione incontra la tecnologia

La Sardegna dispone di materiali naturali e di una tradizione costruttiva molto ricca. Quanto possono contribuire risorse come la terra cruda, il sughero e le tecniche costruttive tradizionali all’architettura contemporanea?

Alcuni anni fa lo studio di architettura TAM Associati e Renzo Piano hanno realizzato per Emergency l’ospedale di chirurgia pediatrica a Entebbe. Si tratta di un’architettura contemporanea caratterizzata da una copertura fotovoltaica piana e sporgente, pensata per proteggere dal sole le robuste murature in terra battuta e le vetrate delle facciate. È un edificio molto bello, capace di mettere insieme la tecnologia con un materiale naturale antichissimo e, allo stesso tempo, attualissimo.

La terra cruda, in Sardegna come in Uganda, si coniuga bene con i materiali moderni, con il vetro, l’acciaio, le energie rinnovabili e la tecnologia in generale. I muri in argilla hanno una grande massa termica che garantisce protezione dall’irraggiamento solare e sono molto utili per adattare gli edifici al riscaldamento globale. La loro attualità consiste proprio nell’essere tra i materiali più efficaci per affrontare il grande sconvolgimento climatico che viviamo ogni giorno.

Il sughero utilizzato nelle coperture previene il surriscaldamento nella stagione calda e trattiene il calore durante quella fredda. In Sardegna il settore del sughero fattura più del Consorzio Costa Smeralda: è un importante comparto economico. La richiesta è così elevata che vengono acquistati anche sughereti in Portogallo. Nel campo degli isolanti si sta sviluppando anche la produzione di pannelli in lana di pecora, innovati tecnologicamente attraverso l’impiego di fibre vegetali che ne migliorano le prestazioni.

La lana di pecora, da rifiuto speciale per il cui smaltimento i pastori dovevano sostenere dei costi, è diventata una risorsa. La ditta produttrice Brebey ha partecipato al bando per l’isolamento degli impianti che compongono l’Einstein Telescope. Con la tecnologia degli isolanti in lana di pecora sono stati recuperati il Teatro Comunale di San Vito dei Normanni, a Brindisi, Villa Marzotto nel comune di Fiesole, in provincia di Firenze, e il castello di Grinzane Cavour, nelle Langhe, non lontano da Alba, patrimonio UNESCO. Inoltre, in tempi recenti, è stato realizzato un nuovo edificio residenziale a Bortigali.

La terra, il sughero e la lana di pecora, grazie alla loro versatilità, alla capacità di adattarsi a situazioni diverse, alla ridottissima quantità di energia necessaria per la loro produzione, alla riciclabilità, all’assenza di emanazioni inquinanti e di emissioni e all’alto valore aggiunto, possono svolgere un ruolo di primo piano nell’architettura contemporanea.

Dalla casa a corte della Sardegna possiamo inoltre trarre importanti insegnamenti sulle tecnologie di controllo del clima attraverso gli elementi naturali, ottenute grazie alla corretta esposizione rispetto al sole e alla ventilazione naturale. Si tratta di un vero e proprio sistema di climatizzazione passiva, basato sul controllo della radiazione solare e sull’uso sapiente dell’ombreggiamento, realizzato senza sprechi di energia grazie a una profonda conoscenza della realtà ambientale del territorio e a un pensiero progettuale di grande complessità e delicatezza.

Questa è la grande ricchezza dell’architettura mediterranea, un modello abitativo apprezzato universalmente, così come lo sono l’alimentazione e la dieta mediterranea.

Se aprissimo gli occhi, ci renderemmo conto del tesoro che abbiamo nelle nostre mani. Invece…

Dalla quantità alla qualità: cambiare il modo di abitare

Dal suo punto di vista, quali sono gli ostacoli che ancora limitano la diffusione della bioedilizia in Italia e quali azioni sarebbero necessarie per favorire una maggiore consapevolezza tra cittadini, progettisti e istituzioni?

Non faccio ideologia di nessun tipo, dico soltanto alcune cose. Nella nostra vita quotidiana e nel lavoro, qualunque cosa facciamo, possiamo mettere alla base delle nostre decisioni il criterio della quantità oppure quello della qualità. Avere più cose e pagarle meno? Valutare ciò che effettivamente ci serve e ciò a cui possiamo rinunciare. Possedere oggetti che non utilizziamo. Guardare all’immediato senza valutare i tempi lunghi e la durata degli oggetti.

La produzione industriale di massa consente a tutti di accedere a qualunque bene o servizio a basso costo, da gettare senza porsi domande. Vogliamo tutto senza alcuno sforzo: già pronto, già confezionato, già cotto. I maestri orientali dicono che l’umanità ha scelto la strada più semplice, senza alcuna ricerca né responsabilità. Dicono che l’uomo ha scelto la comodità, ha preferito farsi guidare dagli altri, dalla pubblicità, dal consumismo; ha rinunciato a scegliere.

Questo avviene in ogni campo della vita e della realtà, anche nel campo dell’abitare. Avviene anche nel settore alimentare. Ma c’è chi lavora alla riscoperta della salute e del gusto che il cibo può offrirci. Tu, Veronica, hai svolto un grande lavoro di ricerca in questo settore. I modelli abitativi dominanti sono quelli occidentali: modelli omologati, preconfezionati e venduti ovunque nel mondo attraverso la potenza dei mezzi di comunicazione. Sono modelli seducenti, capaci di creare bisogni indotti, esteticamente gradevoli, puliti, ordinati, facili. Ma spesso manca la qualità.

La grande ricchezza delle culture abitative proprie di ogni Paese e continente viene sovrastata dai modelli proposti dalla televisione e dai social media. Prima l’antenna parabolica, oggi il telefonino, arrivano a condizionare mentalmente anche i popoli nomadi dell’Africa e dell’Asia.

Chi viveva in tenda o utilizzava la yurta oggi aspira alla casa circondata dal prato verde, tipica dei sobborghi delle città americane. In Sardegna, nel dopoguerra, nel campo abitativo avviene quella che Bachisio Bandinu chiamava “mutazione antropologica”. L’edificio in pietra o in terra cruda viene abbandonato perché ritenuto segno di arretratezza e povertà. Ricordava una condizione che si voleva superare e dimenticare. Si preferisce il materiale artificiale, considerato sinonimo di modernità, al materiale naturale, ritenuto superato e legato a un passato da abbandonare.

Viene preferita la lana di roccia al sughero perché costa meno, senza valutare le sostanze dannose per la salute, gli elementi inquinanti, la quantità di energia necessaria alla produzione e le emissioni che alterano il clima: tutti aspetti presenti in misura maggiore nella lana di roccia e ridottissimi nel sughero. Il parametro del costo minore viene applicato nel confronto tra qualunque materiale naturale e industriale, senza tenere conto dei costi ambientali.

casa del futuro. Realizzazione di un edificio in terra cruda con le volte nubiane
Realizzazione di un edificio in terra cruda con le volte nubiane

La salute dell’edificio e degli abitanti passa in secondo piano rispetto al prezzo. Viene preferita una casa più grande rispetto a una casa che respira, ben esposta e naturalmente ombreggiata. Si sceglie un’abitazione sulla base dei metri quadrati e non sulla base delle caratteristiche dei muri, capaci di garantire protezione dal caldo estivo e isolamento termico durante l’inverno.

La consapevolezza dei progettisti, degli uffici tecnici, delle imprese e dei cittadini si raggiunge in molti modi. Con l’Associazione Nazionale Architettura Bioecologica abbiamo chiesto alla Regione Sardegna l’inserimento, nel Prezzario Regionale, delle voci relative alla bioedilizia: mattoni e intonaci in terra, finiture in argilla colorata, isolanti in lana di pecora. La richiesta è stata accolta e ora questi materiali potranno essere utilizzati nei lavori pubblici e negli interventi privati finanziati, con maggiore certezza dei costi e delle prestazioni.

Ho aderito al Biodistretto Sud Sardegna e Isole del Sulcis, con il quale abbiamo organizzato una giornata dedicata all’architettura naturale, con un seminario e laboratori pratici sulla posa degli isolanti in lana di pecora e canapa e sulle finiture in argille colorate. Ha concesso il patrocinio l’Ordine degli Architetti di Cagliari, che ha riconosciuto i crediti formativi, richiamando l’attenzione dei colleghi. Hanno partecipato molte persone interessate ai materiali naturali: curiosi, ambientalisti e tecnici. Contiamo di coinvolgere anche la Regione, l’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, l’Università e Sardegna Ricerche in attività di formazione e divulgazione a tutto campo.

Ripensare le città dentro un nuovo equilibrio

Guardando al futuro, come immagina l’evoluzione dell’architettura sostenibile nei prossimi dieci anni e quale messaggio desidera trasmettere ai giovani architetti che vogliono intraprendere questa strada?

L’architettura, tutta l’architettura, dovrà essere sostenibile, affrontando le grandi emergenze ambientali che stiamo vivendo: il riscaldamento globale, l’esaurimento delle risorse naturali, l’impatto delle costruzioni sulla natura e l’invivibilità delle città. L’architettura dovrà puntare sul recupero del patrimonio edilizio esistente, spesso energivoro, inefficiente e realizzato con materiali inquinanti. Gli architetti dovranno seguire la Direttiva europea sulle Case Green, che impone la riqualificazione del patrimonio immobiliare per raggiungere emissioni zero entro il 2050.

Faremo i conti con il Piano Nazionale di Riduzione dell’Energia e sarà necessario collaborare strettamente con chi progetta e realizza gli impianti. Non sono così vecchio e saggio da indicare la strada agli altri, ma alcune cose sono importantissime: la qualità dell’aria, il risparmio e il riutilizzo dell’acqua, la qualità dei materiali, l’uso della domotica per i sistemi di controllo del clima, dei consumi e della salubrità degli edifici. In futuro tutti gli edifici dovranno avere schermature naturali, piante sulle facciate e sulle coperture, capaci di ridurre la quantità di energia termica prodotta dai raggi solari e limitare l’uso delle pompe di calore. Verranno utilizzati sistemi di climatizzazione e ventilazione naturale degli edifici, sfruttando il contesto nel quale sono inseriti.

Le città saranno meno calde grazie alla maggiore quantità di verde che troveremo in tutti gli spazi pubblici: nelle strade, nelle piazze e nei luoghi di relazione. Per fare questo occorre cambiare paradigma, pensare in maniera olistica: la specie umana, l’architettura e le città fanno parte di un unico ecosistema globale. Esiste un legame tra cibo, alimentazione e architettura naturale, perché molti prodotti utilizzati nell’edilizia sostenibile provengono dall’agricoltura.

Mi piace il detto popolare: “Chi meno spende, più spende”. La bioedilizia, nel lungo periodo, consente di risparmiare; il guadagno in termini di comfort, benessere e salute è immenso. Non fatevi incantare dalle sirene del mercato, non puntate al guadagno immediato. Abbiate il senso del limite: le risorse del pianeta sono in esaurimento, prendiamo troppo dalla Terra senza restituire. E, soprattutto, sviluppate una visione evolutiva dell’architettura. L’architettura sostenibile può essere altrettanto bella, se non più bella, dell’architettura decostruttivista.

Non allineatevi al cinismo imperante. Mettete in discussione il modello di vita e di consumi dominante occidentale e ponetevi delle domande: cosa succederà quando ogni famiglia africana o indiana avrà un condizionatore?

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Veronica Matta

Veronica Matta laureata a Cagliari in filosofia. Della sua tesi di laurea in antropologia culturale sul sistema alimentare popolare infantile è nato un saggio antropologico dal titolo “Il dono del latte” con la casa editrice isolana “Sole”. Terminati i suoi studi, apre uno studio di produzione pubblicitaria attraverso il prodotto editoriale Junior, di cui è direttrice d’arte e di contenuto, destinato all’infanzia sarda. Collabora come redattrice presso il mensile di cultura mediterranea, Mediterraneaonline.

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