Il sole si specchia sulle acque cristalline del promontorio di Capo Palinuro, testimone millenario tra i più emblematici di quest’area del mondo, mentre il vento trasporta il profumo dei secolari ulivi pisciottani e quello di antiche leggende, come quelli del vino Futos.
Siamo a Centola, un comune diffuso della provincia di Salerno che racchiude in sé l’essenza più autentica del Cilento, come pochi borghi di questa terra sanno fare: un viaggio sospeso tra il mito antico, la storia medievale e una natura di prorompente bellezza. Posto ad un’altitudine massima di 336 metri dal livello dello stesso mare che la bagna, la cittadina di Centola si spande su quasi 58 km quadrati in cui vivono poco più di 5000 abitanti.

Le radici di un territorio
Al di là di tracce archeologiche più antiche, una tesi vorrebbe che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta centuria di profughi provenienti dall’antica città di Molpa. Infatti, il contesto storico vorrebbe che, durante la Guerra Gotica, l’imperatore bizantino Giustiniano inviò in Italia il generale Belisario per scacciare gli Ostrogoti. In quell’anno, le truppe bizantine distrussero e saccheggiarono l’antico insediamento costiero di Molpa. I superstiti, si presume, chiamarono Centula il nuovo insediamento.
Tuttavia, Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria.
Nel corso dei secoli, il territorio visse le dinamiche del feudalesimo meridionale: passò sotto il controllo di diverse famiglie nobiliari, dai Sanseverino ai Pappacoda, lasciando tracce indelebili nell’architettura del centro storico. Camminare oggi tra i vicoli di Centola significa perdersi tra antichi portali in pietra, palazzi nobiliari e la suggestiva Chiesa di San Nicola di Mira, cuore spirituale del paese.
Palinuro: dove il mito diventa realtà costiera
Non si può raccontare Centola senza scendere verso il mare, dove si incontra la sua frazione più celebre: Palinuro. Qui la storia cede il passo al mito classico. È Virgilio, nell’Eneide, a rendere immortale questo luogo, narrando del nocchiero di Enea, ossia Palinuro, che cadde in queste acque, dando il nome al maestoso promontorio.

Oggi Capo Palinuro è una delle mete turistiche più amate d’Italia, celebre per le sue coste frastagliate e le sue straordinarie grotte marine. La più famosa è la Grotta Azzurra, dove un gioco di rifrazioni della luce regala all’acqua una tonalità ultraterrena. Altrettanto spettacolari sono la Grotta d’Argento, la Grotta dei Monaci, la Grotta del Sangue e le imponenti torri di guardia saracene che ancora svettano sulle falesie, silenziose sentinelle di un tempo in cui il mare era fonte di pericolo.
Il borgo fantasma di San Severino
Risalendo lungo la valle del fiume Mingardo, lo sguardo viene catturato da uno scenario quasi irreale: il borgo medievale di San Severino di Centola. Abbandonato definitivamente nel corso del Novecento a causa delle frane e dell’isolamento, questo “paese fantasma” sorge arroccato su uno sperone roccioso che domina la gola del Diavolo.

Oggi San Severino è un museo a cielo aperto. Passeggiare tra i ruderi del castello dell’XI secolo, le case in pietra sventrate dal tempo e la vecchia chiesa significa fare un salto indietro nei secoli, respirando un’atmosfera di struggente e romantica bellezza che attira viaggiatori e appassionati di fotografia da tutto il mondo.
Tradizioni, natura e movida
Centola non vive però solo di passato. Il comune, inserito nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, offre una qualità della vita e del turismo eccezionale, certificata ogni anno dalla Bandiera Blu per le sue spiagge e dalle Vele di Legambiente.
L’entroterra offre sentieri per il trekking immersi nella macchia mediterranea, dove cresce la rarissima Primula di Palinuro, simbolo floreale del parco. La sera, l’atmosfera si accende: la movida di Palinuro offre locali, ristoranti di pesce fresco e una vivace vita notturna, mentre i borghi collinari propongono sagre estive dove assaporare i piatti della Dieta Mediterranea.

Centola si conferma così un mosaico perfetto, sospesa tra il mare, i boschi e la montagna, dove l’intreccio di attrattive e di esperienze praticabili, la rende una meta ambita per tutte le stagioni.

Ed è proprio qui che la storia di Mario Notaroberto e della sua Fattoria Albamarina ha inizio, quale esempio concreto di ritorno alle origini. Lasciato il Cilento nel 1984 a soli 19 anni, Mario emigra in Lussemburgo, dove costruisce una solida carriera imprenditoriale aprendo ristoranti di successo e avviando un’attività di import-export di prodotti agroalimentari e vini italiani di alta gamma.
La svolta arriva però nel 2005 quando al Vinitaly vince il primo premio per la migliore selezione di vini italiani tra i ristoratori all’estero: questo riconoscimento accende in lui il desiderio profondo non solo di vendere il vino, ma di produrlo nella propria terra d’origine. Così, nel 2008, Notaroberto decide di reinvestire in Cilento, sceglie il territorio collinare del comune di Centola, precisamente in località Badia, nei pressi della frazione Foria, dove la sua famiglia possedeva già una struttura dal 1991.
Nel 2009 fonda ufficialmente la Fattoria Albamarina, sintesi di ruralità e produzione contadina e dell’alba alle spalle del monte Gelbison che rinfresca il mattino, unitamente al blu del mare di Palinuro verso cui guardano le vigne, con un omaggio al nome di sua moglie, Marina appunto. Oggi l’azienda si estende su circa 25 ettari complessivi, di cui 10 vitati, a un’altitudine che supera i 300 metri, su terreni caratterizzati dal tipico flysch cilentano, ergo una stratificazione di argilla, arenaria e calcare.
Il Futos 2018 di Mario Notaroberto…
Frutto delle viti di Aglianico impiantate nel 2011 e allevate a Guyot, il Futos è un vino molto rappresentativo di questa tipologia e del territorio cilentano. Per produrlo, occorre vendemmiare mediamente attorno alla fine di settembre, anche se per l’annata in questione la raccolta delle uve si è protratta sino alla prima decade di ottobre.
La macerazione pellicolare ha luogo per una ventina di giorni, mentre l’affinamento avviene prima in acciaio, per nove mesi, poi altri tre in bottiglia. Questo rosso prende il nome dagli antichi greci, quello che diedero all’immensa, fitta e selvaggia foresta che all’epoca dominava il territorio. Questo manto boscoso partiva proprio dalla costa tirrenica di Palinuro e risaliva lungo le vallate dell’entroterra fino a raggiungere le vette del Monte Sacro nei pressi di Novi Velia e del Monte Cervati. Futos racchiude l’etimo greco di Futani, che appunto significa bosco o foresta.

Il Futos Igt Paestum 2018 di Fattoria Albamarina appare al calice di un colore rosso rubino profondo e impenetrabile e buona consistenza. Il profilo pulito e vibrante dell’acciaio ne sostiene la connotazione marittima, attraverso la fugace nota iodata, che cede il passo velocemente a sentori che ricordano le foglie di mirto e la viola essiccata, assieme alla prugna nera disidratata, alla confettura di more e ciliegie.
Il finale è da marasca sotto spirito che veicola anche note balsamiche di eucalipto e ginepro. Il tannino, ancora presente ma abbastanza levigato, rende il sorso materico e verace, a cui segue prima la sapidità e poi la freschezza. In bocca torna la frutta rossa, precedentemente sentita, alla quale si vanno ad aggiungere note di arancia amara e tè nero.

Ancora bisognoso di almeno altri cinque anni per esprimersi appieno, il Futos oggi è eccellente con un menu in riva al mare, dopo il tramonto: crostone di pane con polpetti alla luciana come antipasto, un primo piatto di paccheri al ragù di tonno e, infine, una parmigiana di raia, melanzane e cacioricotta di capra cilentano.
