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Quell’irresistibile voglia di ottenere la grazia da Sergio Mattarella

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo20 Luglio 2026Updated:21 Luglio 2026Nessun commento25 Mins Read
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Grazia
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Nell’ordinamento giuridico italiano, la grazia è un istituto eccezionale regolato in modo tassativo dall’Articolo 87 della Costituzione. Essa non rappresenta un terzo grado di giudizio, né una sanatoria politica o un salvagente di parte, bensì costituisce una prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica. Il suo scopo principale, codificato dalla sentenza n. 200 del 2006 della Corte Costituzionale, è puramente umanitario. La grazia interviene per mitigare il rigore della legge penale solo quando la pena inflitta urta in concreto contro il senso di umanità o quando sopravvengono condizioni eccezionali, quali malattie terminali o situazioni familiari drammatiche, non risolvibili attraverso gli ordinari strumenti della legge penitenziaria.

La grazia, una concessione rara…

I Capi di Stato italiani hanno storicamente utilizzato questo potere con estrema parsimonia. Il Presidente Sergio Mattarella ha mantenuto un rigore assoluto nell’esercizio di questa facoltà, respingendo o archiviando la quasi totalità delle istanze esaminate, con una percentuale di rigetto che sfiora il 99%. Dal suo insediamento nel 2015, i decreti presidenziali di clemenza si contano in poche decine, confermando l’eccezionalità della misura.

Nei rari casi di concessione, i decreti hanno risposto a criteri oggettivi: patologie detentive incompatibili con il regime carcerario, soggetti che avevano già espiato gran parte della sanzione in contesti di grave disperazione personale, oppure casi di alto valore sociale e pacificazione internazionale, come le grazie concesse ad agenti CIA condannati per il caso Abu Omar. In tutti i precedenti storici, l’elemento comune è stato il confronto diretto con la durezza della pena detentiva in atto: la grazia cancellava o riduceva una sofferenza fisica e psicologica già in corso di esecuzione dietro le sbarre.

Il decreto di clemenza firmato in favore di Nicole Minetti deroga a questa impostazione, palesando un’anomalia: una pena mai scontata in carcere. Condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi di reclusione, derivanti dai 2 anni e 10 mesi del processo Ruby e da 1 anno e 1 mese per il peculato sui rimborsi della Regione Lombardia, l’ex consigliera regionale non ha mai varcato la soglia di un penitenziario.

Essendo la pena complessiva inferiore ai 4 anni, l’ordinamento le ha permesso di attendere l’esito della richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali in totale libertà. Il provvedimento di clemenza è dunque intervenuto prima ancora che la sanzione dello Stato prendesse concretamente forma, sollevando interrogativi di legittimità costituzionale e configurando una grazia oggettivamente asimmetrica rispetto alla ratio dell’istituto.

I Quattro Vizi del Dossier Minetti e l’Impatto Sociale

Per comprendere le ragioni per cui il provvedimento a Nicole Minetti presenta profili di forte criticità, è necessario analizzare i quattro vizi sostanziali che inficiano il percorso istruttorio e applicativo.

Il primo vizio risiede nello sviamento dei motivi umanitari e nell’alternatività dei rimedi. La richiesta di grazia si è basata sulla necessità per la condannata di assistere un minore straniero adottato e affetto da gravi patologie. Tuttavia, trattandosi di una condanna inferiore ai quattro anni, l’ordinamento penitenziario ordinario offriva già le tutele necessarie a garantire la protezione del bambino, come la detenzione domiciliare o l’affidamento in prova. Utilizzare la grazia presidenziale quando la legge ordinaria dispone già di vie idonee costituisce una forzatura istituzionale, che trasforma una misura eccezionale in uno strumento per azzerare completamente il casellario giudiziale della condannata.

Il secondo vizio tocca il principio di uguaglianza sancito dall’Articolo 3 della Costituzione. Concedere un provvedimento così radicale a un soggetto che non ha mai subito la restrizione della libertà personale, e che gode di una forte rete di relazioni sociali e mediatiche, crea una vistosa disparità di trattamento. Nelle medesime condizioni della Minetti, migliaia di genitori con figli gravemente malati scontano misure alternative o attendono i tempi della magistratura di sorveglianza, senza poter accedere all’intervento del Quirinale. La percezione del beneficio scivola così dal piano del diritto a quello del privilegio personale.

Questa percezione risulta amplificata dalla natura di uno dei reati commessi: il peculato sui rimborsi pubblici, commesso all’interno delle istituzioni. Come evidenziato dal report nazionale dell’associazione Libera, “Occhi aperti sulla corruzione“ del primo semestre del 2026, nel Paese sono state già censite 38 inchieste per corruzione e concussione, con 386 indagati in 10 regioni. A fronte di una corruzione che Libera definisce come un sistema pervasivo nella pubblica amministrazione, la concessione della grazia per reati finanziari contro lo Stato rischia di inviare alla collettività un messaggio di cedimento della fermezza istituzionale.

Il terzo vizio riguarda il deficit istruttorio iniziale e l’opacità dei presupposti di fatto. Le prime inchieste giornalistiche sul caso hanno sollevato forti dubbi sull’effettiva localizzazione dell’assistenza medica: le verifiche hanno infatti confermato che nessuna struttura ospedaliera in Italia ha mai registrato richieste di cure, ricoveri o contatti da parte di Nicole Minetti per il figlio adottivo, e centri d’eccellenza come l’Azienda Ospedaliera di Padova hanno smentito pubblicamente qualsiasi tracciamento clinico del minore nei propri database.

Il quadro clinico grave del bambino è stato successivamente localizzato ed effettivamente accertato presso strutture specializzate a Boston, negli Stati Uniti. Le verifiche internazionali condotte tramite Interpol e la successiva istruttoria della Procura Generale di Milano, conclusasi il 3 giugno 2026, hanno infine confermato la regolarità formale dell’adozione in Uruguay e l’autenticità dei certificati medici presentati al Ministero della Giustizia, escludendo falsificazioni ma evidenziando la parzialità dei dati emersi nella prima fase del dibattito pubblico.

Il quarto vizio evidenzia il cortocircuito della controfirma ministeriale regolato dall’Articolo 89 della Costituzione. In base a questa norma, nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dal Ministro proponente, che ne assume la responsabilità politica. Nel caso Minetti, il Ministero della Giustizia ha istruito e controfirmato la pratica avallando una concessione priva del tradizionale requisito dell’immanenza della pena detentiva, spostando l’intera responsabilità dell’atto sull’asse politico del dicastero.

Scaricando sul Capo dello Stato il peso politico di una grazia così controversa prima ancora che venissero completati gli accertamenti internazionali, si è esposta la firma della più alta carica dello Stato a uno scrutinio pubblico destabilizzante. Il Presidente avrebbe dovuto respingere la proposta del Guardasigilli, forse, o sospenderla in attesa di un quadro probatorio inattaccabile, preservando così la neutralità e la dignità della funzione presidenziale.

La Congiunzione tra due Storie: Dall’Anomalia all’Improponibilità della Grazia

Se l’anomalia del caso Minetti ha incrinato la prassi del Quirinale, è sul terreno del dibattito attorno a Mario Roggero che la richiesta di clemenza si trasforma in un’ipotesi giuridicamente e politicamente improponibile. Si passa così da una grazia “ingiusta” a una richiesta che scardina le fondamenta stesse del diritto penale e della sicurezza collettiva. Il filo rosso che unisce le due vicende è la pretesa di utilizzare lo strumento eccezionale della clemenza presidenziale per aggirare le sentenze dei tribunali e imporre una sanatoria ideologica su reati gravissimi o, più specificatamente nel caso dello sventurato Roggero, di assecondare venti di becera propaganda.

Nel caso del gioielliere di Grinzane Cavour, la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per il duplice omicidio volontario di Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, e per il tentato omicidio di Alessandro Modica, mette a nudo la totale inapplicabilità dei presupposti umanitari. Non siamo di fronte a una pena che urta contro il senso di umanità, ma alla doverosa risposta sanzionatoria dello Stato a un’esecuzione sommaria avvenuta in mezzo alla strada.

L’improponibilità della grazia a Roggero emerge in tutta la sua evidenza proprio se confrontata con il quadro normativo vigente, e in particolare con la Legge n. 36 del 26 aprile 2019 sulla legittima difesa, fortemente voluta da Matteo Salvini. Quella riforma, nata con lo slogan propagandistico “la difesa è sempre legittima“, è diventata il boomerang normativo che ha blindato la colpevolezza del gioielliere, rendendo inattaccabili le sentenze dei magistrati.

La legge Salvini del 2019 ha introdotto la presunzione assoluta di proporzionalità tra difesa e offesa all’interno del domicilio o del luogo di lavoro, ma ha rigidamente circoscritto questa tutela alla necessità di respingere un’aggressione e al pericolo immanente per l’incolumità fisica o i beni. La stessa norma esclude categoricamente che si possa invocare la legittima difesa quando il pericolo è ormai cessato. Nel caso di Roggero, i filmati delle telecamere di sorveglianza e i riscontri balistici hanno dimostrato che i rapinatori avevano già abbandonato il negozio, erano disarmati e stavano fuggendo a bordo di un’auto.

Inseguendoli all’esterno del locale e scaricando l’intero caricatore della sua pistola contro persone in ritirata, Roggero ha violato persino le maglie larghe della riforma del 2019. Non si è trattato di una reazione in stato di grave turbamento derivante da una situazione di pericolo attuale, fattispecie che la legge Salvini esclude dalla punibilità per eccesso colposo, ma di un’azione d’impeto autonoma, lucida e successiva, mossa da una volontà punitiva e di vendetta.

La legge del 2019, pur ampliando i confini della tutela dei commercianti, non ha legalizzato il diritto di inseguimento né l’esecuzione extragiudiziale in pubblica via. Di conseguenza, pretendere oggi la grazia viziando i presupposti significa chiedere al Presidente della Repubblica di legittimare il far west e di smentire non solo la magistratura, ma persino la stessa legge penale scritta e approvata dalla coalizione di destra.

Il “Codice Meloni”: Se il Giustizialismo si Ferma Davanti alla Cassa

Attorno alla figura di Mario Roggero si è consumato un vero e proprio cortocircuito politico e giuridico che merita di essere analizzato nei minimi dettagli. Riguarda le dichiarazioni della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sul caso del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei suoi rapinatori. Attraverso un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, la premier ha di fatto smantellato tre gradi di giudizio, sostituendo i codici penali con una forma di psicologia da salotto. La cronaca della vicenda e le parole della premier svelano un meccanismo di palese mala fede e un giustizialismo a geometria variabile, che si articola in quattro fasi distinte e sequenziali.

La Fase 1 si sostanzia nella delegittimazione diretta dell’organo giudiziario. La premier esordisce sollevando un dubbio retorico ben preciso: “Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo?“.

La realtà dei fatti restituisce una risposta elementare: i magistrati.

Il sistema giudiziario italiano, attraverso la Corte d’Assise, l’Appello e la Cassazione, ha analizzato perizie, filmati, testimonianze e tempistiche precise. La mala fede della postura governativa sta nel fatto che, utilizzando la retorica dell’insondabilità dell’animo umano, la Presidente del Consiglio nega la funzione stessa dello Stato di diritto. Se il dolore non fosse giudicabile, i tribunali della Repubblica dovrebbero semplicemente chiudere, lasciando spazio all’arbitrio più assoluto.

La Fase 2 prevede l’estensione infinita della legittima difesa. Meloni prosegue contestando apertamente i parametri temporali del reato commesso da Roggero: “Siamo sicuri che esista un modo per misurare con l’orologio o con il codice in mano quando una minaccia è cessata?”.

La realtà dei fatti smentisce categoricamente questa impostazione: Roggero ha sparato ai rapinatori quando questi erano già fuori dal negozio.

Li ha inseguiti deliberatamente in strada, ne ha uccisi due e ha tentato di colpire il terzo. La minaccia era oggettivamente cessata. La mala fede, in questo passaggio, cancella il confine invalicabile tra difesa e offesa. Se la minaccia non avesse un termine temporale certo, la legittima difesa si trasformerebbe in un diritto di inseguimento e di vendetta privato, valido finché dura l’adrenalina del singolo. È, a tutti gli effetti, la legalizzazione del far west.

La Fase 3 tocca il terreno della perizia psichiatrica dilettantesca e si muove, piuttosto anziché no, lungo una neuroscienza fai-da-te. La premier invoca la letteratura scientifica sulle reazioni del cervello in modalità “combattimento“, chiedendosi pubblicamente se Roggero in quel momento fosse davvero capace di intendere e di volere.

La realtà dei fatti, tuttavia, ci dice che i giudici hanno già ampiamente calcolato e soppesato il trauma e la precedente rapina subita, concedendo a Roggero numerose attenuanti.

Senza di esse, la pena per un duplice omicidio volontario e un tentato omicidio si sarebbe attestata vicino all’ergastolo, non a 17 anni, poi ridotti a 13 e infine stabiliti in via definitiva a 14 anni e 9 mesi. Inoltre, negli anni successivi, lo stesso imputato ha rivendicato più volte le sue azioni con assoluta lucidità. La mala fede risiede nel fingere che la magistratura abbia ignorato il fattore umano, sovrapponendosi ai periti e agli psichiatri del tribunale per costruire a tavolino l’immagine di una vittima del sistema.

La Fase 4 tocca il culmine dell’intervento politico sul terreno del populismo penale e del finto sconcerto sulle pene. Il vertice della retorica meloniana si compie mischiando l’omicidio ad altri reati: “Non si possono dare otto anni a dei pedofili […] e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere“.

La realtà dei fatti è spietata: Roggero ha tolto deliberatamente la vita a due persone. Il codice penale italiano tutela la vita umana como bene supremo, anteponendolo a ogni proprietà privata.

Inoltre, la premier dimentica intenzionalmente che le fattispecie di reato sono profondamente diverse e che il suo stesso governo possiede la maggioranza parlamentare necessaria per inasprire le pene dei reati che ritiene sotto-puniti. La mala fede è chiara: mescolare omicidio, stupro e pedofilia serve unicamente a distrarre l’opinione pubblica dalla gravità del fatto specifico, ergo due persone uccise in strada, sfruttando la tecnica della confusione dei reati per capitalizzare il consenso elettorale.

L’intera operazione sul caso Roggero svela la profonda ipocrisia di un doppio standard della destra, basato su un’empatia selettiva.

La destra di governo, che solitamente invoca la galera immediata, l’inasprimento delle pene e la certezza della reclusione per qualsiasi reato minore, scopre improvvisamente il garantismo, la comprensione psicologica e l’attenuante del trauma. Ma questa compassione dello Stato non è universale. Il dolore che annebbia la mente e la disperazione sociale sono argomenti validi solo se l’imputato appartiene a una categoria elettorale di riferimento, come i commercianti. Per tutti gli altri, la linea del governo resta una sola: buttare la chiave.

Le Incongruenze su Vasta Scala: Dal Fronte Nazionale all’Internazionale

La tesi della reazione emotiva e del “trauma che giustifica l’azione” sparisce istantaneamente dall’agenda di governo quando gli imputati non appartengono al bacino elettorale della destra. In quei contesti, il “principio di comprensione” viene sostituito dal massimo rigore sanzionatorio nazionale:

Le madri detenute e i bambini strappati in carcere: Il contrasto più stridente riguarda la riforma sulle donne incinte o con figli neonati in carcere. Mentre per il gioielliere si invoca l’umanità per evitare che “muoia in cella”, la destra ha spinto per l’abolizione del rinvio obbligatorio della pena per le madri con figli sotto un anno.

Il risultato pratico è la reclusione di donne con neonati, esponendo i bambini al rischio di separazione forzata o alla vita in cella nei primissimi mesi di vita in nome della “certezza della pena”.

La criminalizzazione del disagio giovanile e delle proteste: Di fronte al disagio sociale, alla marginalità o alla rabbia delle periferie, la risposta del governo non prevede analisi psicologiche. Il Decreto Caivano ha abbassato l’età per l’applicabilità delle misure cautelari e del carcere per i minorenni. Parallelamente, le norme sulla sicurezza hanno introdotto reati specifici e aggravanti pesantissime per i blocchi stradali o le proteste pacifiche, trattando il dissenso o il disagio sociale alla stregua della criminalità organizzata.

La gestione delle carceri e i suicidi: Di fronte al sovraffollamento cronico e alla strage silenziosa dei suicidi in cella, spesso dettati da disperazione, patologie psichiatriche latenti o tossicodipendenza, l’approccio ministeriale rimane rigidamente punitivo. Non si ravvisano in questi contesti “studi di neuroscienze” o appelli alla salute mentale dei reclusi: la linea ufficiale resta il rifiuto di misure alternative di reinserimento.

I migranti e la gestione dei flussi: La retorica del “reato universale” e del pugno di ferro viene applicata sistematicamente ai migranti economici o a chi viola i decreti sui salvataggi in mare. In questi casi, la disperazione, la fuga da guerre o la fame non costituiscono mai un’attenuante morale o giuridica, ma vengono sanzionate con detenzioni amministrative prolungate nei CPR e il sequestro delle navi umanitarie.

Il cortocircuito della sicurezza e la violenza di Stato: Mentre il governo alimenta costantemente la narrazione mediatica di un’Italia senza sicurezza a causa dell’immigrazione incontrollata, la realtà quotidiana svela una ferocia di ritorno. Si assiste al silenzio assordante delle istituzioni di fronte a vicende drammatiche, come l’episodio in cui le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco uccidendo un cittadino extracomunitario che viveva e risiedeva regolarmente in Italia da ben 35 anni. Qui la presunta “reazione emotiva”, l’adrenalina della situazione o l’analisi sociologica del disagio non trovano spazio nell’agenda dei ministri: l’uso sproporzionato della forza viene derubricato a normale amministrazione della sicurezza, palesando un razzismo istituzionale che decide chi merita comprensione psicologica e chi, invece, un colpo di pistola.

Se sul fronte interno il “codice Meloni” si muove lungo l’asse della convenienza elettorale: è sullo scacchiere geopolitico internazionale che il giustizialismo della destra crolla definitivamente, rivelando un’alleanza strutturale con l’arbitrio e un totale disprezzo per la legalità internazionale. Il principio del “chi sbaglia paga” svanisce istantaneamente di fronte a tre precisi scenari globali:

Il caso Osama Al Masri: Il generale libico, ex capo della polizia giudiziaria accusato dalla Corte Penale Internazionale di efferati crimini contro l’umanità e torture nella prigione di Mitiga, a pochi chilometri dall’aeroporto di Tripoli, era stato arrestato in Italia su mandato dell’Aja. Anziché cooperare con la giustizia internazionale per accertare le violazioni dei diritti umani, il governo italiano ne ha favorito la scarcerazione e il rapido rimpatrio in Libia.

Di fronte alle richieste di chiarimento dell’Aja, Meloni ha reagito attaccando i magistrati internazionali. Lo Stato italiano si è trasformato nel garante dell’immunità per un presunto torturatore, pur di non compromettere i patti geopolitici sui flussi migratori con le milizie libiche.

Il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu: Quando la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di cattura globale contro il premier israeliano per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza, la postura “legge e ordine” di Palazzo Chigi è svanita nel nulla. Anziché riaffermare il valore vincolante dei trattati sottoscritti dall’Italia, Meloni ha bollato la decisione dell’Aja come “di natura politica”, rifiutandosi di dichiarare apertamente se l’Italia avrebbe eseguito l’arresto.

La destra che invoca la reclusione per un blocco stradale si riscopre improvvisamente sofisticata garantista e relativista quando l’imputato coordina un massacro di civili protetto da un passaporto diplomatico alleato.

La sponda politica a Donald Trump: Per anni, l’intera galassia della destra meloniana ha applaudito e legittimato la narrazione vittimistica di Donald Trump, descrivendo i suoi numerosi processi penali e le successive condanne storiche come una “persecuzione giudiziaria” ordita dal deep state democratico.

La retorica della magistratura politicizzata è stata esportata oltreoceano per proteggere il tycoon americano, proteggerlo addirittura quando colpiva Francesca Albanese con pesanti sanzioni economiche e personali dirette.

Evidentemente, anche in questo caso, per Giorgia Meloni devono esserci connazionali da difendere più di altri.

Anche nei momenti di frizione o scontro frontale diretto tra Trump e Meloni, la premier non ha mai rinnegato l’impianto ideologico di fondo: i tribunali sono sacri se condannano i nemici politici o gli ultimi della terra, ma diventano “eversivi” se osano processare i leader del sovranismo globale.

La Sintesi del Doppio Binario

I conti, alla fine, tornano perfettamente. Il giustizialismo della destra non è un principio etico, ma una clava ideologica.

C’è un codice penale rigido, spietato e disumano applicato ai migranti bloccati nei CPR, alle madri indigenti e ai ragazzi delle periferie travolti dai decreti penali. E poi c’è un secondo codice: un diritto parallelo fatto di eccezioni, empatia psicologica, sconti di pena e “comprensione dell’adrenalina“, attivato chirurgicamente per proteggere i commercianti che sparano in strada, i generali libici utili a bloccare i barconi e i leader alleati accusati di crimini internazionali.

La legge è uguale per tutti, ma per gli amici della premier è decisamente più negoziabile.

Questo sdoppiamento ha toccato l’apice istituzionale proprio sul caso Roggero. È stata la stessa Giorgia Meloni a dare l’indicazione politica al ministro della Giustizia Carlo Nordio di avviare l’istruttoria per una possibile grazia al gioielliere di Grinzane Cavour. Una vera e propria rivendicazione di responsabilità da parte della Presidente del Consiglio, giunta come una forzatura politica dopo che il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, aveva persino convocato d’urgenza il Guardasigilli al Quirinale per ricordare fermamente a tutti che la concessione del provvedimento di grazia è e rimane una prerogativa esclusiva, insindacabile e super partes del Presidente della Repubblica.

La Farsa di “Legge e Ordine” e il Tramonto del Diritto

Il quadro si chiude rivelando una realtà incontestabile: la narrazione securitaria della destra italiana è una colossale farsa elettorale.

Per anni ci è stato raccontato che l’insicurezza e il lassismo penale fossero il frutto di politiche progressiste. Eppure, la matematica della storia recente dice l’esatto contrario. Negli ultimi 25 anni, il Ministero dell’Interno è stato saldamente nelle mani di ministri di destra o di centro-destra per ben 17 anni; per altri 5 anni il Viminale è stato guidato da indipendenti ed ex prefetti, mentre la sinistra, sempre ammesso che figure come Giuliano Amato e Marco Minniti possano essere catalogate in tale ambito, ha governato la sicurezza nazionale per appena 3 anni.

Chi ha scritto, gestito e plasmato le politiche di ordine pubblico e la gestione delle carceri nell’ultimo quarto di secolo è la stessa identica classe dirigente che oggi invoca lo stato di emergenza e punta il dito contro i magistrati.

Questa egemonia securitaria si traduce sul territorio in una repressione scientifica e sproporzionata del dissenso politico, che stride in modo intollerabile con l’indulgenza riservata agli amici di partito.

Il doppio standard diventa osceno se si guarda alla cronaca locale: a Lecco, ben 40 persone rischiano oggi fino a 10.000 euro di multa a testa per il solo fatto di aver contestato una commemorazione neofascista. Lo Stato è inflessibile, chirurgico e spietato quando deve sanzionare chi difende i valori democratici della Repubblica, ma si riscopre distratto e comprensivo se un commerciante decide di farsi giustizia da sé uccidendo due persone in fuga in mezzo alla strada.

Il vertice di questo sciacallaggio politico personalizzato è incarnato da Matteo Salvini. La memoria corta della propaganda si è schiantata contro le sue sfacciate dichiarazioni: nel 2024, il leader della Lega sbraitava davanti alle telecamere assicurando che il suo partito non avrebbe “mai candidato nessuno che sia detenuto al solo scopo di tirarlo fuori di galera“. Una dichiarazione smentita clamorosamente dai fatti odierni. Di fronte alla condanna definitiva di Mario Roggero, Salvini ha gettato la maschera della coerenza, proponendo pubblicamente di candidare il gioielliere nelle liste della Lega per offrirgli l’immunità parlamentare ed evitargli così l’ingresso in carcere.

Si tratta però di un bluff grottesco, che svela una totale ignoranza delle basi dello stesso codice penale che la destra dice di voler difendere. Salvini finge di non sapere che l’ordinamento italiano prevede l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per chiunque venga condannato in via definitiva a una pena superiore ai 5 anni di reclusione. Roggero, gravato da una condanna a 14 anni e 9 mesi, è giuridicamente e costituzionalmente incandidabile. La proposta della Lega non è solo moralmente infame, ma tecnicamente impossibile: un fumo negli occhi lanciato per capitalizzare la rabbia sociale e l’istinto di vendetta di una fetta di elettorato.

Intanto, durante la notte di domenica 19 luglio 2026, l’afa estiva avvolgeva via Panzini, nel cuore del quartiere Pilastro a Bologna. Intorno alle prime ore del mattino, i residenti sono stati svegliati dalle urla disperate di Abderrahim Fakir, un cittadino marocchino di 43 anni che, in preda a una grave crisi psichiatrica, stava colpendo violentemente le serrande dei garage. Allertate dai passanti, le volanti della Polizia intervengono rapidamente sul posto e tentano di contenerlo, in attesa dell’arrivo dei sanitari del 118 per un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

La situazione precipita in pochi minuti: l’uomo oppone una fortissima resistenza e gli agenti lo bloccano a terra, immobilizzandolo e ammanettandolo sull’asfalto. Sotto gli occhi dei residenti che filmano la scena dai balconi, il corpo del quarantatreenne, stabilmente in Italia da quando aveva solo 7 anni, ha smesso improvvisamente di lottare, stroncato da un fatale arresto cardiaco prima del trasporto in ospedale.

L’episodio sta scatenando tuttora polemiche sui metodi di contenimento, ritenuti eccessivi tanto da aver che familiari e testimoni hanno sporto denuncia, a causa di specifiche manovre fisiche e strumenti di coercizione visibili nei video girati dai residenti, spingendo la Procura di Bologna ad aprire un’inchiesta per fare luce sulle esatte cause della morte.

Le vicende umane e giudiziarie di Nicole Minetti, Mario Roggero, i cittadini di Lecco e Abderrahim Fakir smettono di essere semplici fatti cronologici per diventare specchio sfaccettato del potere in Italia. La sicurezza, nel moderno ordinamento, ha cessato di essere un bene universale garantito dal contratto sociale per mutare in una merce identitaria, un confine politico che separa i meritevoli di protezione dai sacrificabili: la legge non è più uguale per tutti, ma flessibile per gli affiliati e inflessibile per gli estranei.

Il perimetro della benevolenza sovrana si manifesta nell’iper-tutela di chi fa parte del medesimo ecosistema politico e culturale. La grazia concessa a Nicole Minetti, un colpo di spugna su reati contro la cosa pubblica per una pena mai concretamente assaporata dietro le sbarre, rappresenta la sospensione del diritto in nome del privilegio di classe.

Allo stesso modo, la strenua difesa ideologica di Mario Roggero, che trasforma l’atto di inseguire e uccidere in strada dei fuggitivi in una distorta forma di giustizia privata, rivela la volontà di legittimare la violenza quando questa risponde agli impulsi di una specifica appartenenza sociale. Qui lo sciacallaggio, la convenienza propagandistica offusca una realtà di fondo: è lo stesso Roggiero ad essere vittima della mancanza di sicurezza e controllo, per mancanza di organico, che forse l’ha portato all’esasperazione. Una sicurezza assenteista grazie a questo governo che ha preferito alla tutela del cittadino i fondi per finanziare armi, senza se e senza ma.

Al di fuori di questo perimetro protetto, la macchina della sicurezza muta volto, svelando la sua natura punitiva e panottica. A Lecco, il paradosso si fa kafkiano: l’obbligo morale e civico di denunciare il neofascismo viene capovolto in una colpa giuridica, utilizzando le maglie della legge per punire il dissenso e proteggere l’estremismo nero.

Infine, al Pilastro di Bologna, sul corpo indifeso di Abderrahim Fakir, la sicurezza si spoglia di ogni mediazione intellettuale per farsi puro esercizio di forza fisica. Schiacciare un uomo in crisi psichiatrica sull’asfalto fino a togliergli il respiro è l’atto finale di un sistema che non sa più comprendere la vulnerabilità, ma solo neutralizzarla. Nel caso Bologna, l’attivazione del Modello 45-bis, introdotto dall’articolo 12 del Decreto-Legge 24 febbraio 2026, n. 23, segna una svolta cruciale perché garantisce la copertura legale immediata anche ai quattro sanitari del 118, estendendo di fatto lo scudo economico oltre le sole forze di polizia.

Questa decisione blinda l’intero personale di soccorso e d’intervento dalle prime fasi d’indagine, delineando il vero standard applicativo della nuova norma sui fatti di servizio a livello nazionale. Va chiarito che, per quanto i due poliziotti e i quattro sanitari del 118 non sono stati iscritti nel registro degli indagati, la Procura ha dovuto comunque aprire un fascicolo per un reato previsto dal Codice Penale, nello specifico omicidio colposo.

I timori di Cittadini, Giuristi e Magistrati

I cittadini e i giuristi italiani, tra cui Giovanni Russo Spena, Enrico Grosso, Emilio Dolcini e Nicola Gratteri, hanno espresso forte preoccupazione per il decreto Sicurezza, principalmente a causa del rischio di una deriva autoritaria e della compressione dei diritti civili.

Le principali tesi contrarie, espresse da giuristi ed esponenti della magistratura, attengo alla mancanza di prevenzione, con focus punitivo, il rischio di autoritarismo con repressione del dissenso e potenziali profili di incostituzionalità. Nella fattispecie essi evidenziano quanto segue:

Assenza di politiche sociali: le opposizioni e il terzo settore criticano la scelta di sostituire gli investimenti in educazione, legalità e inclusione con un mero inasprimento delle pene.

Eccesso di nuovi reati: secondo l’Unione delle Camere Penali, l’introduzione di nuovi reati “simbolici” non scoraggia i criminali, ma serve principalmente a fini di consenso politico.

Sovraffollamento carcerario: aumentare le detenzioni, come per reati minori o per la resistenza passiva, aggrava la crisi delle carceri, riducendo la funzione rieducativa della pena e aumentando il rischio di recidiva.

Criminalizzazione delle proteste: le norme che penalizzano severamente i blocchi stradali, quelli ferroviari e la resistenza passiva colpiscono direttamente forme storiche di protesta sindacale, studentesca e ambientalista.

Misure preventive senza controllo del giudice: Il meccanismo del “fermo preventivo“, che consente di trattenere una persona prima di una manifestazione, è accusato da diversi costituzionalisti di aggirare l’articolo 13 della Costituzione italiana.

Pericolo di proliferazione delle armi: la disposizione che consente agli agenti di pubblica sicurezza di portare armi anche fuori dal servizio è vista da esperti di criminologia come un potenziale fattore di rischio per l’ordine pubblico, anziché una tutela.

Lesione dei diritti fondamentali: diverse organizzazioni internazionali, tra cui la stessa ONU, e hanno sollevato forti riserve sulla sproporzionalità di alcune pene, sulla limitazione del diritto di difesa in specifici contesti e sulla compressione delle libertà civili.

La grazia che tutti vorremmo…

Tra grazie ingiuste concesse nel silenzio e grazie improponibili pretese a colpi di tweet, l’irresistibile voglia di bussare alla porta di Sergio Mattarella per aggirare i tribunali racconta la deriva finale di una destra che ha ridotto la legalità a un bene di consumo.

La legge non è più uguale per tutti: è un recinto rigido per i nemici e un elastico comodissimo per gli amici. In questa logica assurda con la quale il governo ragiona, mentre la comunità è indifesa, vedendo punito chi dissente e soffocando chi è marginale, la vera grazia che ogni italiano dovrebbe chiedere e ottenere sarebbe la seguente: una pubblica sicurezza e una giustizia che non siano forti con i deboli e deboli con i potenti, ma che garantiscano lo Stato di Diritto.

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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