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Farīsāt: Gunpowder’s Daughters. In mostra in Sardegna le immagini delle amazzoni marocchine firmate dalla fotografa italiana Chantal Pinzi premiata al World Press Photo 2026

redazioneBy redazione14 Luglio 2026Updated:14 Luglio 2026Nessun commento4 Mins Read
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Di Manuela Vacca

L’ultimo sguardo di Chantal Pinzi si affaccia su storie poco conosciute e torna in Marocco. In “Farīsāt: Gunpowder’s Daughters”, il progetto della fotografa comasca classe 1996 premiato – appena due mesi fa – al World Press Photo 2026, gli scatti gettano una luce diversa su un rito equestre marocchino.

Tra dinamismo e ritrattistica, restituiscono la forza, la fierezza e la bellezza dell’autodeterminazione femminile in un mondo riservato agli uomini.

Una ventina di foto sono esposte sino al 19 luglio al Circolo S’Ena di Sedilo, piccolo paese di case in basalto al centro della Sardegna, in occasione dell’Ardia, spettacolare corsa a cavallo in onore di San Costantino appena conclusa.

L’iniziativa promossa dall’associazione Paesaggio Gramsci, a cura di Mauro Raponi con allestimento di Rossella Sanna e il progetto grafico di Francesco Sogos, ha il grande merito di rendere disponibile, in un contesto minuscolo, una testimonianza che non vuole restare confinata nei limiti del reportage etnografico. Un contesto ben diverso dal Palazzo delle Esposizioni di Roma dove erano in mostra le opere del World Press Photo.

Screenshot

Si parte dalla “Tbourida”, una tradizione equestre marocchina di origini cinquecentesche, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale, nella quale gruppi di cavalieri galoppano all’unisono scaricando i fucili e disegnando una coreografia che riporta alle antiche parate militari della cavalleria.

Storicamente le donne hanno lottato per l’inclusione, specie dalle riforme del codice di famiglia marocchino del 2004 che ha rafforzato i loro diritti. Farīsāt significa “cavallerizze” e oggi sette truppe interamente femminili corrono tra le circa trecento esistenti. Un impegno che comporta una serie di costi personali, dai cavalli ai permessi per la polvere da sparo.

Come si annoda la Tbourida con l’Ardia di Sedilo? Dal testo di Umberto Cocco, presidente dell’associazione promotrice, emerge il ponte plasmato su elementi comuni: gli animali, la polvere da sparo, la folla e la devozione. Anche l’Ardia è un rito equestre in cui i cavalieri, guidati da tre pandelas (gli stendardi), discendono al galoppo verso la chiesa mentre i fucilieri sparano a salve, in una rievocazione della battaglia di Ponte Milvio del 312, dove i cavalieri delle scorte rappresentano l’esercito di San Costantino e gli altri l’esercito pagano di Massenzio.

“Un gran teatro del Mediterraneo”, nelle parole di Cocco, in cui giochi equestri – che siano di impronta religiosa o militare – sono propri di una civiltà culturalmente vicina a “pastori una volta nomadi (e guerrieri)”. Ecco che le immagini di donne che si ritagliano il proprio ruolo in una tradizione maschile sono state esposte in un paese la cui corsa ammette da anni le cavallerizze ma “non nelle posizioni di testa” e “in poche”. Le farīsāt del Marocco si prestano perciò anche a un pensiero critico all’interno della comunità ospitante.

L’artista utilizza il mezzo per indagare una complessità sociale e le fotografie colpiscono per potenza espressiva e solennità inattesa. C’è l’azione, la preghiera prima dell’esibizione, l’uso della luce nella ritrattistica su fondo nero che assorbe il resto. E dettagli, come una sella nuda. O la mano di Ilham Mahfoud Salam sporcata dalla polvere da sparo dei bossoli che tiene nel palmo. Dettagli che riconducono al titolo progettuale, figlie della polvere da sparo, ma che al contempo incanalano lo sguardo in un intimo lontano dalla spettacolarizzazione del rito.

La fotografa immortala il profilo controluce di Ilhad Talid durante una sessione di allenamento a Marrakesh. Si coglie la concentrazione, l’equilibrio necessario, l’indispensabile padronanza dell’equitazione. Una regalità che è apice di emancipazione.

Così come per lo scatto in cui Ghita Jhiate stringe le redini del suo stallone mentre gli fa fare un bagno prima dell’esibizione. Sempre lei, in un’altra immagine, stringe il fucile. Caravaggesca la costruzione della luce, per esempio nel ritratto – bellezza nella bellezza – delle sorelle Ikrati e Nisrine Talid.

Nelle foto di gruppo a cavallo emerge l’allure delle parate militari abitate da cavalieri, come quella in cui Noura cerca di controllare il suo animale dopo aver sparato. È la fase più pericolosa dell’esibizione: si rischia di restare feriti a causa della polvere da sparo o di cadere e venire calpestati.

Il tratto è quasi estetizzato eppure sembra rientrare in armonia nella triplice via della narrazione – dettagli, ritratti, momenti di azione corale – seguita dall’autrice. In fondo, perché la vena celebrativa dovrebbe essere applicata solo agli uomini? Qui sono protagoniste le donne.

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