Il sole tramonta lentamente dietro i profili severi del Parco Nazionale del Matese, allungando le ombre delle antiche mura romane sulla pianura circostante, ove Masseria Ferrucci ha eletto dimora. Arrivare ad Alife, nell’alto casertano, dà l’immediata sensazione di aver varcato una soglia temporale. Non è solo un borgo della Campania interna, bensì un luogo vivo dove il respiro dell’archeologia si fonde con il ritmo immutato della terra, e dove una nuova generazione di viticoltori sta restituendo un’anima fluida, vivace e genuina a questa antica “Campania Felix“.
Passeggiando per il centro storico, la geometria dell’antica Allifae si rivela sotto i piedi: la pianta urbana a scacchiera, divisa con precisione millimetrica tra cardini e decumani, è racchiusa da una cinta muraria d’epoca romana tra le meglio conservate d’Italia. Ma è scendendo sotto il livello del suolo che la storia si fa ancor più palpabile: il Criptoportico Romano, una monumentale struttura ipogea a tre navate, avvolge il visitatore nella sua penombra millenaria, testimoniando un passato in cui queste gallerie fungevano da freschi magazzini e passaggi coperti per la nobiltà imperiale. Poco lontano, la grandezza monumentale della città si palesa nel Mausoleo degli Acilii Glabriones.

Chiamato affettuosamente dagli abitanti il “Pantheon di Alife“, questo imponente monumento funebre circolare rapisce lo sguardo con la sua cupola aperta verso il cielo da un oculo centrale. La transizione verso i secoli successivi avviene quasi senza scossoni nella Cattedrale Normanna, dove la suggestiva Cripta di Rainulfo si regge fiera su colonne romane di reimpiego, custode silenziosa delle reliquie di San Sisto, patrono del borgo. Per chiunque voglia ricomporre i pezzi di questo mosaico millenario, le sale del Museo Archeologico dell’Antica Allifae custodiscono i mosaici e i reperti sannitici sottratti all’oblio del tempo.
Tuttavia, la storia di Alife non si legge solo nelle sue pietre, ma si assapora anche a tavola, attraverso una tradizione gastronomica figlia di un isolamento geografico che si è rivelato una benedizione per la biodiversità. Il simbolo indiscusso di questa resistenza contadina è la Cipolla Alifana, un Presidio Slow Food dalla caratteristica forma schiacciata e dalla buccia ramata.

Coltivata nei terreni alluvionali, si distingue per una dolcezza aromatica e una digeribilità tali da renderla protagonista assoluta di zuppe intense e frittate tradizionali. Nei campi adiacenti, accarezzati dalle acque del fiume Volturno, cresce un altro piccolo miracolo agricolo: il Fagiolo Cera, un legume dalla buccia così sottile e tenera da sciogliersi letteralmente in bocca. A condire questa archeologia del gusto interviene l’olio extravergine d’oliva estratto dalla varietà autoctona Tonda del Matese, i cui uliveti s’arrampicano sui primi pendii montuosi regalando un nettare fruttato, elegante e dal finale piacevolmente piccante.
È proprio in questo tessuto di terra e memoria che si inserisce la storia della Masseria Ferrucci. Per comprendere il senso di questo progetto vinicolo, bisogna fare un salto all’indietro fino alla fine del Settecento, quando Re Ferdinando IV di Borbone creò la leggendaria Vigna del Ventaglio a San Leucio con l’obiettivo di catalogare le migliori varietà del Regno. Tra quelle uve reali, amate sopra ogni cosa dalla corte, spiccava il Pallagrello, un vitigno prezioso che la fillossera del Novecento rischiò di cancellare per sempre dalla geografia enologica mondiale.
Il riscatto di questo patrimonio ha una data precisa: il 2016. In quell’anno Peppino Ferrucci, stimato professionista romano ma legato da un cordone ombelicale inscindibile alle terre dei suoi antenati, decise di fare ritorno ad Alife.

Rilevata l’azienda agricola di famiglia in località Monticello, a circa 300 metri di altitudine, ha avviato una radicale opera di rigenerazione agronomica guidata dai rigidi dettami dell’agricoltura biologica e biodinamica, seguendo gli insegnamenti di Carlo Noro. Tra i filari della masseria non c’è spazio per la chimica di sintesi o per l’irrigazione artificiale; la terra viene assecondata, la biodiversità spontanea del suolo preservata e ogni operazione verde viene eseguita rigorosamente a mano, costringendo le radici delle viti a scendere in profondità per nutrirsi dell’anima minerale e sabbiosa del microclima del Matese.
L’approccio in cantina rispecchia fedelmente questa filosofia artigianale e non interventista. Le fermentazioni sono esclusivamente spontanee, affidate ai soli lieviti indigeni presenti sulle bucce, senza alcuna chiarifica o filtrazione che possa privare il vino della sua identità originaria. Il risultato di questa dedizione si traduce in due etichette d’autore prodotte in tirature limitatissime e bottiglie numerate: il Kamayò, un inno al vitigno autoctono Camaiola, e Il Quinto Elemento, un bianco da uve Pallagrello Bianco in purezza. Quest’ultimo viene prodotto da uve che vengono coltivate a 280 metri sul livello del mare, sui suoli calcarei nel comune di Alife.
Il Quinto Elemento del 2022 indossa una veste d’ambra e di oro antico con una propria, vivida lucentezza e con una consistenza dai fitti archi e dalla lenta discesa.
Al naso la paglia, la camomilla, la ginestra e la salvia essiccata costituiscono le sfumature di contorno dell’alga nori con tutto il suo bagaglio di iodio marino e note tostate; esse lasciano spazio ai sentori di susina bianca, pesca tabacchiera e albicocca disidratata che veicolano, nel loro insieme, anche una sottile vena di cera d’api impastata di zafferano.

In bocca l’astringenza da proantocianidine concentra il sorso, rendendolo morso verticale e denso, più sapido che saporito, e con una freschezza che veicola note agrumate di arancia e tamarindo, col ritorno d’albicocca e zafferano, cui si aggiungono il tè matcha e un raffinato finale di miele di corbezzolo con la sua nota sottilmente amaricante. Un abbinamento sarebbe troppo poco, tocca farci menù: animelle di vitello glassate allo zafferano e arancia, rigatoni con la pajata in bianco e carciofi croccanti e, infine, costolette d’agnello in crosta di erbe e zafferano con riduzione al tamarindo e arancia…. se v’avanza il vino!
