Durante la Notte di San Giovanni Battista, secondo la tradizione, si raccolgono erbe e fiori da lasciare nell’acqua fino al mattino perché la rugiada ne diventi parte. È l’Acqua di San Giovanni, un rito popolare legato alla protezione, alla fortuna e al passaggio simbolico tra luce e buio, estate e rinascita.
Per quanto non esista una ricetta specifica, purché si raccolgano verso il tramonto, sovente vengono utilizzate essenze come l’iperico, chiamato proprio “Erba di San Giovanni“, come scudo contro la sventura, la lavanda e i petali di rosa, per favorire la bellezza, l’amore e la serenità, mentre il rosmarino e la salvia vengono utilizzati per le loro proprietà purificatrici e per attirare la forza e, infine, menta, camomilla e malva vi rientrano per il loro profumo rilassante e i benefici lenitivi.
Alla componente propiziatoria dell’acqua, la tradizione assiema quella del fuoco: infatti, subito dopo il Solstizio d’Estate, gli antichi accendevano dei grandi falò per dare sostegno al Sole nel suo declino verso l’inverno. Inoltre, il fuoco è asservito al rituale perché si possano bruciare le proprie sfortune assieme alle negatività dell’anno precedente. Le ceneri residue vengono poi sparse nei campi per proteggere i raccolti da grandine, parassiti e tempeste.
Anche Cesare Pavese ha immortalato questa tradizione contadina nel suo celebre romanzo La luna e i falò, dove i fuochi accesi sulle colline servivano a risvegliare la terra e propiziare dunque la vendemmia.


Come ogni anno, dal 2007 a questa parte, Luigi Tecce, poliedrico e istrionico vignaiolo in quel di Paternopoli celebra la Notte di San Giovanni e lo fa con gli amici di sempre e quelli nuovi.
L’evento, celebrato nell’aia con i vigneti di proprietà a vista, è nato inizialmente come una riunione spontanea e intima tra pochissimi amici, produttori e ristoratori. Nel corso degli anni la voce si è sparsa e la serata si è trasformata in un raduno cult. Oggi attira centinaia di appassionati e addetti ai lavori da tutta Italia, pur mantenendo intatta la sua originale e ruspante autenticità rurale.
Alcune parole di Luigi a proposito della scorsa notte:
La serata di ieri sera è stata dedicata alla memoria di Antonio Battaglia, musicista contadino. Un uomo che ha amato l’organetto più del pane, riservando prima di tutto, nella musica, la gioia di vivere.
Lo stesso Luigi Tecce ha fatto poi menzione dei musicisti professionisti che hanno allietato la serata, tra cui Giovannangelo De Gennaro, Antonio Marotta ed il virtuoso Peppe Leone, insieme al contributo del grande Battista di Montemarano e la sua band, giusto per ribadire che la Tarantella Montemaranese non entra in scena solo a Carnevale. Con loro lo zio Peppino, Tommaso, Antonio e Gerardo, musicisti non professionisti che pure hanno dato estro ed allegria a una serata indimenticabile.

C’era tutto: l’Acqua di San Giovanni, disponibile per tutti coloro che si sono trattenuti fino alle 6:00 di questa mattina, il fuoco a dare vivacità alla nottata, senza offuscare un cielo colmo di stelle, la musica coinvolgente, a tratti sciamanica, e naturalmente il buon cibo e tutti i vini di Luigi Tecce.
Al di sopra di ogni altra cosa c’era la voglia di stare insieme.
Luigi Tecce ha tenuto a ricordarci che la cultura e la civiltà primordiale non è nata in sontuosi templi o in anguste biblioteche per pochi eletti, bensì nei campi, tutti attorno al grande fuoco che fugava le paure collettive e con il tenersi per mano ballando, che infondeva il coraggio, voglia di vivere, amare e andare avanti. La cultura, nella notte dei tempi, nasce proprio grazie alla civiltà contadina in paesaggi rurali, quando l’umanità decise di essere meno raminga e più stanziale: soli si corre più veloci, insieme si va più lontano.
Ma allora cosa è sacro, cosa profano? Fuori dall’idea di giusto o sbagliato, Luigi ci ha atteso lì e, in una notte carica di antroposofia e umanesimo del vino, la sua bravura, pensiero mio, è stata quella di avere attorno a sé tantissimi produttori di vino dell’Irpinia, tenuti insieme persino più di quanto certi consorzi riescano a fare.
