Il piccolo borgo irpino di Celzi è incastonato nella piana di Forino, di cui è parte e da cui il verde del vessillo avellinese ha origine. Geograficamente, il pianoro di Forino costituisce una conca carsica e Celzi ne occupa la parte più depressa; ciò ha significato, per secoli, una doppia natura: da una parte, durante i mesi invernali, il paesino combatteva con le paludi e gli allagamenti, una sfida idrografica che ha plasmato l’architettura rurale, visibile anche attraverso le case più storiche, dai basamenti alti e robusti; dall’altra parte, quella stessa attività alluvionale e le ceneri vulcaniche, depositatasi nei millenni, hanno reso il suolo un habitat ideale per le radici dei noccioli, a perdita d’occhio, dei castagni maestosi sui versanti e, soprattutto, delle viti. È proprio in questa piccola frazione del comune di Forino che l’azienda agricola Urciuolo Vini ha eletto dimora.
Per poterne contestualizzare il terroir e la grandissima vocazione all’allevamento e alla produzione delle cultivar viticole irpine, con particolare riferimento al Fiano di Avellino, è bene osservare proprio l’area geografica dove è ubicata la città di Forino: siamo a circa 11 chilometri dal capoluogo e la piana è circondata dai monti Faliesi, Esca, Boschitello, Piana, Romola, San Nicola, Poggio Tirone, tutti di altezza inferiore ai 1000 metri, e facenti parte dei Monti Picentini, seppure non distanti dal Massiccio del Partenio.

Forino è composto, oltre dal capoluogo, dalle frazioni Castello, Celzi e Petruro e sul territorio vi sono numerosi boschi cedui, mentre la coltivazione più diffusa è quella del nocciolo, già accennato in precedenza.
Grazie ad alcuni ritrovamenti è possibile stabilire che i primi nuclei abitativi fossero presenti già in età preromana; in seguito, il paese fece parte della colonia romana di Venera Livia Abellinatum, ed era caratterizzato dalla presenza di costruzioni riconducibili alle tipiche ville romane. La zona fu interessata dal passaggio del grande acquedotto romano detto Claudio, ergo il “Fontis Augustei Acquaeductus”.
L’acquedotto si sviluppò in galleria e la sua costruzione dovette durare parecchi anni, dando luogo ad insediamenti stabili nella conca da parte di vari gruppi di schiavi e funzionari addetti alla direzione dei lavori, avviando così la formazione del “locus Forini” e quindi un forte impulso all’agricoltura.

Come tutto il Meridione, anche Forino fu interessato dal passaggio e dall’invasione di vari popoli. I segni più evidenti del loro passaggio furono lasciati dai Bizantini, con il culto del loro protettore San Nicola, vescovo di Mira, e ancora oggi protettore del paese, e dai Longobardi, sotto i quali Forino conobbe il maggiore sviluppo. Nel 663 a Forino, testualmente «ad locum cui Forinus nomen est», fu combattuta un’aspra battaglia proprio tra i Bizantini, guidati da Saburro, e le truppe longobarde di Romualdo, duca di Benevento, risoltasi con la vittoria di quest’ultimo.
Nel 792 a Forino venne scritto uno dei più antichi documenti longobardi e conservato nell’archivio della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni.
Intorno all’anno 1000 una guarnigione militare, composta da guerriglieri normanni, giunse nel territorio di Salerno e le truppe, con a capo Guglielmo il Normanno, si impadronirono di Forino. In seguito, il feudo di Forino vide il dominio di Francisio, degli Hobemburg, e quindi dei Monfort.
Gli Orsini, venuti in possesso del feudo per maritaggio, lasciarono segni importanti del loro passaggio nel territorio: infatti, fu in questo periodo che si svilupparono maggiormente i casali in pianura, soprattutto il Corpo di Forino, costruito intorno al Palazzo Feudale.
Un altro importante segno del loro possesso si ritrova tuttavia nel gonfalone comunale, identico a quello di altri comuni che hanno avuto questa famiglia alla loro conduzione. Dopo gli Orsini, feudatari furono anche i Cicinello e i Cecere finché, nel 1604, il feudo fu acquistato dai Caracciolo, che ne tennero il dominio sino alla cessazione della feudalità. In quell’anno la Regia autorità elevò a titolo di principato la terra di Forino e Ottavio Caracciolo a primo principe di Forino.
Grazie alla Chiesa di Santa Maria de Castro, alla Chiesa di San Biagio, alla Chiesa di Santo Stefano, al Santuario di San Nicola di Bari, oasi del silenzio e della contemplazione, alla Chiesa del SS.mo Rosario, alla Chiesa di San Giacomo a Castello, alla Chiesa di San Felicissimo, alla Chiesa di Santa Maria della Misericordia e della relativa Cappella, Forino costituisce una formidabile meta per i pellegrini e per il turismo religioso, interconnettendo le terre di Sant’Alfonso e San Gerardo e le Chiese Paleocristiane di Cimitile con il Santuario di Montevergine, diventando territorio cerniera per le province di Salerno, Napoli e la stessa Avellino.
Inoltre, Forino e le sue frazioni rappresentano, secondo il concetto di turismo intermodale, uno snodo importante, tanto per il turismo paesaggistico, quanto esperienziale, letterario, ricordandoci che siamo pur sempre nelle terre descritte nel libro Lo Cunto De Li Cunti, e quindi l’enoturismo di cui Urciuolo Vini è riferimento essenziale.

La storia della cantina Urciuolo Vini inizia ufficialmente nel 1996, un anno spartiacque per il riscatto del vino irpino, anche se le vere radici affondano molto prima, precisamente in un incontro: quello di Ciro Urciuolo e di sua moglie Caterina Tammaro. Entrambi figli di storiche famiglie di viticoltori campani, Ciro e Caterina si trovarono davanti a un bivio comune: lasciare che l’eredità dei padri sbiadisse nel tempo o trasformarla in un manifesto di rinascita.
Scegliendo la seconda via, con totale abnegazione e passione, piantarono le fondamenta della loro azienda proprio tra i vicoli stretti e i cortili di pietra di Celzi, scommettendo l’intero futuro sui vitigni autoctoni del territorio: il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo e l’Aglianico. Nelle vecchie cantine scavate sotto il livello stradale, al riparo dagli sbalzi termici, nacquero circa 30 anni fa le prime bottiglie.
Con il passare degli anni e il consolidamento del brand, la curiosità innata di Ciro Urciuolo ha spinto l’azienda oltre i confini regionali. Viaggiando attraverso i paesaggi assolati del Sud Italia: Ciro intuisce il potenziale immenso che deriverebbe dal fondere l’anima vulcanica e fresca dell’Irpinia con il calore delle altre grandi terre del Mezzogiorno.
Nasce così la linea Danimi, un progetto parallelo che porta la firma di Urciuolo ma che allarga lo sguardo verso la Puglia e la Sicilia con approccio dinamico e internazionale.
Tuttavia, più i rami di un albero si protendono verso l’alto, più le sue radici devono scavare nel profondo. Il vertice della maturità espressiva della cantina si compie con il lancio del progetto Votiva, una costola della linea DANIMI che rappresenta un vero e proprio tributo ancestrale alla storia dell’Irpinia. Ispirandosi al culto della dea Mefite, la divinità italica protettrice della fertilità e della terra, venerata in queste valli fin dal VII secolo a.C., gli Urciuolo creano una linea di tre cru d’eccellenza. Il design stesso delle bottiglie evoca la sacralità dell’antico rito.
Facile immaginare la scelta di uno di questi cru aziendali per una degustazione superba e per avvalorare la qualità della linea enologica della famiglia Urciuolo, ma si è preferito partire da un assaggio ragionato e fondato da una prospettiva diversa: la qualità di una cantina si misura dalla alla base piramidale della linea produttiva, non dal suo vertice.

Il Fiano di Avellino della linea Danimi nasce proprio a Celzi: i vigneti di proprietà sono ubicati a 450 metri sul livello del mare e le viti, allevate a Guyot, affondano le loro radici su terreni franco sabbiosi, con presenza di depositi alluvionali e presenza di materiale piroclastico. I tratti salienti del modus operandi enologico vedono una sfecciatura prefermentativa e la fermentazione a temperatura controllata in acciaio, a cui segue l’affinamento del 50% della massa in tonneau di rovere francese per sei mesi, in questo millesimo in particolare.



Il Flores Fiano di Avellino Docg 2024 di Urciuolo Vini sfoggia un giallo paglierino con nuances verdoline e una buona consistenza allo swirling. Al naso i riconoscimenti odorosi di tiglio e acacia si fondono ai riconoscimenti erbacei, tipici della Macchia Mediterranea, come il timo e la maggiorana. Olfattivamente vanno ad aggiungersi le note di mela verde, uno scampolo di ananas tuttavia acerbo e una sottilissima scia mielata veicolata dal balsamico di anice stellato. In bocca, quasi gessoso, è palpabile la lama affilata dell’acidità unita alla sapidità con, in retrolfattiva, il ritorno di alcuni riconoscimenti precedentemente percepiti che vanno ad unirsi alle note agrumate di pompelmo.
Ben lungi dalla maturità, il Flores sarà certamente più interessante tra almeno tre anni, ma è eccellente sin d’ora nell’abbinamento con un plateau de coquillages e frutta di stagione, piuttosto che una Ostra Regal n.3 affinata a Bannow Bay o, per dare onore agli abbinamenti territoriali, alla maccaronara ai funghi porcini e salsiccia.
