Con Rèn-la Casa del Vino ad Alife nasce una nuova mappa narrativa di territori e persone.
Il vino non si limita ad essere un semplice prodotto agricolo o il risultato di un protocollo biochimico: arriva un momento in cui esso costituisce una forma di aggregazione culturale e diventa un linguaggio comune che va oltre la retorica e la convalida di un certo modo di comunicare. Questo momento ha trovato una sua forma compiuta ad Alife, negli spazi della cantina-laboratorio Rèn, dove si è tenuta, lo scorso 13 giugno, la prima edizione di Connessioni. Lontano dai grandi palcoscenici affollati e dalle classiche, asettiche sequenze di presentazioni aziendali, l’incontro ha riunito intorno a un tavolo un piccolo nucleo di artigiani della terra, giornalisti e operatori.
Rèn e la prospettiva di Vincent Renzo
L’obiettivo profondo dell’enologo Vincent Renzo e di Federica Vitelli, fondatori del progetto, è stato chiaro fin dall’inizio: dimostrare che la tecnica non è un punto di arrivo, ma uno strumento per dare voce alle diverse identità geografiche. In un mondo in cui la scienza spesso standardizza, qui la precisione del laboratorio, che esamina migliaia di campioni all’anno, si mette al servizio dell’intuizione e dell’ascolto, permettendo all’esperienza di interpretare ciò che i dati misurano.
Il racconto che è emerso dalle parole dei produttori presenti non ha seguito l’ordine delle etichette, ma quello delle idee, disegnando una vera e propria mappa geografica e antropologica della Campania del vino.
Si è passati così dalla verticalità estrema dell’Irpinia di Andretta, dove Pino Cianciulli sfida gli ottocento metri di altitudine stampando vigne ad alta densità per estrarre la quintessenza del Fiano, fino alle radici storiche di Tenuta Starza, dove la famiglia Pellegrino coltiva con rispetto l’antico areale del Falerno del Massico, traducendo la freschezza della Falanghina in una figura leggera e spensierata come una ninfa. Poco distante, la narrazione si è fatta audace con Mauro Masullo di ViolAgri, capace di unire l’eleganza internazionale del Pinot Nero, vinificato in bianco, alla solida struttura autoctona del Pallagrello Bianco, creando un unicum che ad Alife prima non c’era.
È proprio l’Alto Casertano, insieme al Sannio, a mostrare una straordinaria pluralità di visioni. Giuseppe Ferrucci di Masseria Ferrucci ha portato la filosofia biodinamica dentro una bottiglia ambrata, un Pallagrello Bianco che macera nove giorni sulle bucce per diventare materia viva e pulsante e in una vibrante Camaiola, mentre Michele Perrone con il suo progetto Tralcio dimostra come la coerenza del metodo convenzionale possa portare frutti puliti, unendo Casavecchia e Pallagrello Nero in un disegno di assoluta nitidezza.
La terra del Sannio ha parlato invece attraverso la scelta di vita biologica di Antonio Iagrossi, le cui bottiglie numerate di Falanghina e Barbera lasciano che siano le radici a guidare il sorso, e attraverso l’esperienza di Sergio Sagliocco a Formicola, che nel segno di famiglia e territorio estrae la fitta trama polifenolica del Casavecchia e le risalite sapide del Pallagrello.
A chiudere questo cerchio di energie sono la testimonianza di Lilli Stanco di Vini Benelli, simbolo di una nuova generazione che ha scelto consapevolmente di restare in Irpinia per raccogliere un’eredità familiare, e l’esperienza di Leandro Sannullo con Cantine Matese. Qui il racconto unisce la terra del Sannio all’anima imponente del massiccio montuoso.
Questa scommessa sulla viticoltura d’altitudine e sulle aree pedemontane, pensata anche per affrontare le sfide del cambiamento climatico, delinea il vero futuro della viticoltura di collina. I vini scaturiti da queste connessioni non hanno bisogno di gridare per farsi notare; appartengono a quella categoria di prodotti che sussurrano, invitando chi assaggia ad avvicinarsi per ascoltare la verità del loro processo e la storia degli uomini che li hanno cullati, dando grande prova di diversificazione e trasversalità.
