Scrivere non è mai un percorso rettilineo. Somiglia molto di più a un’imboscata tesa dalla curiosità ai danni della logica, o a quel momento esatto in cui ci si perde in un archivio polveroso cercando una data, finendo per innamorarsi di una nota a piè pagina. Il mestiere della scrittura abita lì, nelle zone d’ombra che i manuali di storia trascurano: richiede l’ostinazione metodica di chi seziona ogni singola virgola e la sfrontatezza di chi sa che un racconto, a volte, sa essere molto più reale e istruttivo dei fatti nudi e crudi. Significa abitare un disordine controllato dove il mistero incontra l’ironia, tra gli antidoti più efficaci per smontare le certezze del mondo, celebrando il fascino dell’ambiguità e la grammatica di pensieri non irregimentati. In fondo, scrivere è l’atto di fuggire continuamente da un territorio già mappato. Proprio come l’apprendimento, questa disciplina non segue una linea retta, ma diventa una traccia lasciata per terra mentre si scappa dall’ignoto, trasformando la fuga in un processo primordiale di scoperta e sopravvivenza. Richiede la pazienza del falsario e la devozione dell’artigiano; una via in cui la finzione non si contrappone alla verità, ma ne diventa semplicemente la variante più libera, creativa e tollerabile. Ed è proprio usando questa idea di scrittura come bussola personale che comincia la nostra conversazione con Carlo Animato.
Nato a Napoli nel 1957, città dove vive e lavora, Carlo Animato è un ex giornalista che ha attraversato redazioni, archivi e biblioteche con la medesima, inesausta curiosità con cui altri attraverserebbero i continenti. Nella sua eclettica traiettoria intellettuale ha studiato senza mai smettere, considerando ogni volume letto, ogni manoscritto antico recuperato e ogni vicenda ascoltata per strada come parte integrante del proprio curriculum personale. Specializzato nel racconto della Storia minore, fatta di storie che i manuali snobbano e che sopravvivono nascoste in maniera carsica, nel tempo è diventato saggista, correttore di bozze e romanziere, non necessariamente in quest’ordine.

La prima volta che entrò in un archivio per una ricerca su una commenda templare ne uscì, ore dopo, con una storia svizzera del ’500 in cui dei padri domenicani si travestivano nottetempo da fantasmi per convincere i fedeli della santità di uno di loro. Una vicenda assai diversa, sghemba e decisamente più affascinante di quella che cercava. Quel giorno ha smesso di inseguire le notizie e ha cominciato ad aspettare che le storie gli andassero incontro, anche se di solito sanno perfettamente dove trovarlo…
Tra i personaggi che maggiormente lo hanno ispirato cita Giacomantonio Ruoppolo: un oscuro copista napoletano del Seicento che trascorse la vita a fabbricare falsi manoscritti medievali, così perfetti che ancora oggi tre importanti biblioteche europee li catalogano come autentici. È il suo patrono ideale: un uomo che ha dimostrato come una bugia, se scritta con abbastanza talento, possa diventare Storia a tutti gli effetti.
Non a caso, la frase che più lo rappresenta è “Non tutto ciò che è strano è falso, e non tutto ciò che è vero è credibile.” Potrebbe averlo detto Cicerone, potrebbe essere un antico adagio o esserselo inventato lui un minuto fa per comodità. A questo punto, la differenza gli interessa relativamente e, a domanda mia precisa, modifica la risposta e sceglie la citazione seguente: Fa’ il meglio che puoi con quello che hai nel posto in cui sei. E stavolta è certo che l’abbia detto il presidente Roosevelt.
Predilige i libri che alla fine terminano facendo domande scomode invece di dare risposte e, tra i suoi “numi tutelari”, figurano Buzzati, per quella capacità unica di rendere l’assurdo domestico e il quotidiano inquietante, Flaiano e Campanile, per l’arte della battuta fulminante che smonta una verità seria meglio di qualsiasi saggio, e Guareschi per la poesia delle piccole cose e la capacità di trovare il sublime nell’ordinario senza mai scivolare nel sentimentale.
Anche in cinematografia tende ad apprezzare quelle pellicole che lasciano qualcosa di irrisolto, come quelle di Kubrick e Fellini, fino al noir americano degli anni Cinquanta; ma il film che proietterebbe almeno una volta al giorno resta “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.
Musicalmente, ha un debole per Tosca e il Quartetto Cetra e il ragtime, ascolta Morricone mentre scrive, la canzone classica napoletana quando smette. Invece, tra gli hobbies, annota il camminare senza meta, il curiosare nei mercatini dell’antiquariato e dei remainders, il collezionare stranezze, che siano oggetti o dicerie, reliquie o dettagli di vita, con la medesima ossessione con cui altri collezionano vinili o francobolli.
Ha un rapporto con il cibo che definirebbe “fedele”: i peperoni al forno ripieni di vermicelli alla puttanesca, la parmigiana di melanzane e il risotto che gli cucina Silvana, l’amore della sua vita, sono i tre piatti che insieme coprono la maggior parte dei suoi bisogni emotivi. Sul limone ha una posizione radicale: lo metterebbe su tutto, e non intende cedere su questo punto. Beve Coca-Cola o Pepsi, ma l’allunga con l’acqua perché sfiatata è meglio. Di vini non capisce granché e lo ammette senza vergogna, ma ha scelto il suo: l’Amarone, che almeno ha il carattere per farsi rispettare anche da chi non lo merita. Nei momenti di maggiore lucidità alterna un chinotto o un Punt & Mes, vermouth antico della sua adolescenza, “per palati che hanno vissuto” sostiene ridendo, al gin tonic, che è l’unico cocktail che non richiede spiegazioni né scuse.

La sua produzione letteraria riflette pienamente questo legame indissolubile tra mistero, esoterismo e verosimiglianza storica, espressa attraverso una ricca bibliografia: Il conte di Montecristo. Favola alchemica e massonica vendetta, pubblicato nel 1991, è una delle sue prime indagini letterarie nate dal fascino per le scienze segrete; Il falsario di reliquie, del 2015, rappresenta un’opera incentrata sulle ambiguità della finzione e della verità storica, conquistando peraltro il prestigioso torneo letterario IoScrittore; successivamente, scrive Il ramo di Giuda del 2016, poi Penultime volontà nel 2023; dello stesso anno, Un fantasma in pretura. L’anno in cui a Napoli sfrattarono l’aldilà, è il libro in cui indaga il rapporto squisitamente partenopeo con la dimensione dell’oltretomba. Infine, prima del suo prossimo libro, Elisir. Il Principe di Sansevero e la Setta dei Cariati: pubblicato nel 2025, costituisce un’avventura tra thriller, gotico e alchimia attorno alla controversa figura di Raimondo di Sangro.
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Sei giornalista, saggista, correttore di bozze e romanziere. Quando ti siedi alla scrivania, quale di queste anime fa più fatica a stare zitta?
«Il correttore di bozze. È il più insopportabile: si siede lì e comincia a fissare ogni virgola come se fosse una questione di vita o di morte. Il giornalista almeno ha fretta e passa oltre. Il romanziere sogna. Il saggista ragiona, ma il bozzaro… non va mai in vacanza, e questo, a lungo andare, è un problema grosso assai.»
Quand’è che un giornalista scopre che è più tagliato per fare lo scrittore?
«Quando si accorge che la notizia gli sta stretta. Il giornalismo ti insegna a raccontare quello che è successo, la narrativa ti permette di raccontare quello che potrebbe essere successo, il che, a volte, è molto più vero. Tuttavia il momento esatto in cui è accaduto a me è quando ho cominciato ad annoiarmi dei fatti e ad appassionarmi ai margini, alle zone d’ombra di certe storie relegate in una nota a piè pagina o dentro un faldone d’archivio.»
Qual è il primo ricordo d’infanzia in cui hai percepito che la Storia non fosse solo un elenco di date?
«Mio nonno che raccontava la guerra senza mai adoperare la parola “guerra”. Usava nomi di persone, odori… dettagli minimi, anche marginali, se vuoi, in qualche modo propri di una costruzione cinematografica. Lì ho capito che forse la Storia vera si tramanda in modo obliquo, quasi di nascosto.»
Napoli, l’aldilà, il lutto teatrale. Che rapporto hai con la sdrammatizzazione tipica della tua terra?
«La considero una forma di intelligenza, non di superficialità. Chi ride davanti alla morte non la ignora, anzi la guarda in faccia e decide che non gli farà paura. Se vogliamo, la teatralità del lutto napoletano è una specie di atto di resistenza e io cerco di portare la medesima logica dentro la scrittura. A mio avviso, trattare le cose serie con leggerezza non le sminuisce, le rende più sopportabili e apre spazi per interpretazioni diverse.»
Se potessi sederti a bere qualcosa con un protagonista di una storia che hai raccontato, chi sceglieresti?
«Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero. Un aristocratico del Settecento napoletano che fu alchimista, inventore, tipografo, massone e probabilmentequalcos’altro che ancora non sappiamo. “Eccellenza” gli chiederei, “la pietra filosofale l’avete trovata o l’avete inventata?” Detto tra noi, sospetto che avrebbe sorriso, cambiato discorso e ordinato un altro giro di rosolio, il che, in fondo, sarebbe già una risposta, non trovi?»

Perché il mistero ha bisogno dell’umorismo per essere raccontato al meglio?
«Perché il cupo e il pretenzioso fanno lo stesso errore a prendersi troppo sul serio. Il mistero, quello vero, è ambiguo per natura, anzi, secondo me, non sa bene manco lui cosa sia in realtà. Se l’ironia rispetta questa ambiguità, un tono solenne mente, giacché finge di avere risposte che non esistono.»
Qual è il luogo o l’atmosfera capace di sbloccare la tua ispirazione?
«Il disordine controllato. Non il caos totale, ma quella soglia in cui le cose non sono ancora al loro posto e quindi possono ancora diventare qualcos’altro. Una scrivania occupata da troppi libri aperti o una stanza in cui entra un po’ di rumore dal fuori. Per esperienza, il silenzio assoluto mi blocca, mi inibisce come fossi dentro una sala museale.»
Ti è mai capitato che un personaggio si ribellasse durante la scrittura?
«Sempre, e ho imparato a non combatterlo. Sembra un vezzo autoriale questo di altercare con i propri protagonisti, tuttavia quando un personaggio comincia a fare cose che non avevo previsto, di solito può voler dire che è diventato vivo. Per esempio, Caterina Soriano, la protagonista di “Malocchio”, in corso d’opera ha smesso di essere la fiera vendicatrice che avevo in mente e ha cominciato a nutrire dubbi, a mia insaputa. E devo ammettere che tali dubbi hanno reso il romanzo molto più interessante di quanto fosse nel mio schema iniziale.»
Quali istruzioni per l’uso scriveresti sull’etichetta di una capsula del tempo con tutta la tua produzione?
«Aprite con curiosità e senza aspettarvi risposte. Questi libri contengono domande travestite da storie, misteri travestiti da romanzi e qualche verità travestita da invenzione. E se potete, conservateli lontano da chi ama le certezze.»
Quando la tua mente si svuota, dove abita la tua felicità più pura e quotidiana?
«Dentro le mie scarpe, come disse un poeta famoso. In una passeggiata senza destinazione, perché il movimento e il perdersi tra la folla scioglie i nodi che la scrivania stringe.»
Di recente, hai vinto il concorso letterario piemontese “Incipit Offresi”. Cosa ti ha trasmesso Torino, città esoterica e carica di simboli? E cosa bolle in pentola?
«Torino mi ha ricordato che il mistero non è esclusiva del Sud. Quella è una elegante città sabauda che si presenta razionale e precisa, ma al di sotto possiede stratificazioni esoteriche che farebbero invidia a chiunque. A tale proposito, può offrire una lezione utile, e cioè che i luoghi più insospettabili nascondono spesso le storie più interessanti. Per quel che riguarda la pentola e ciò che vi ribolle dentro, è qualcosa che ha a che fare ancora con i fili, il tempo e una moderna Parca partenopea che tira le fila e fa giustizia sociale senza che nessuno lo sappia. Vediamo se la pietanza riuscirà cotta a puntino…»
Photo Credits: Ernesto Albano
