A pochi giorni dall’uscita del suo nuovo libro Il Bandito e il Santo (L’Isola dei libri Editore) Annino Mele si racconta in un’intervista a Veronica Matta. Trentatré anni di carcere, il rapporto con la giustizia, il codice dell’onore e il legame con la Sardegna emergono in un dialogo che attraversa una vita segnata da scelte definitive e da una lunga detenzione.
Santo o bandito?
Bandito.
Lei si definisce un bandito, un uomo d’onore o entrambe le cose?
Entrambe. È andata così.
Ha mai provato paura? E per chi o per cosa?
La paura mi ha sempre accompagnato. L’ho sempre avuta, per molte cose.
I giornali la definiscono un criminale. Lei come si definisce?
Sorrido. Una volta mi dissero: “Scriviti tu la tua storia, perché per i giornalisti sarai sempre un criminale”.
Che cos’è per lei la giustizia? Quella dello Stato o quella della Barbagia?
Quella dello Stato non funziona, non è vera giustizia. Ma oggi non considero giustizia neppure quella della Barbagia. Un tempo, in certi ricordi, c’erano gli is hominis, i balentes, gli uomini “di mezzo” che risolvevano i problemi. Quella era una forma di giustizia che oggi mi interessa come idea, come codice più umano, quasi europeo. Per questo ho intitolato un mio libro “Probomines”: perché la giustizia dovrebbe essere migliorata. Oggi la polizia giudiziaria ha poteri enormi, in certi casi superiori anche a quelli della magistratura.
Ha mai pianto?
Sì. Non siamo fatti di pietra.
La violenza è scelta, necessità o destino?
Secondo me è stata una necessità, non un destino.
Avrebbe voluto vivere diversamente?
Ho avuto questo percorso. L’altro non so cosa sia, non l’ho vissuto.
Ha mai pensato di arrendersi?
Alla giustizia no. Non mi sono mai arreso, nemmeno dopo 33 anni di carcere. Sapevo anche che potevo morire lì dentro. Ma quella era la vita.
Cosa le ha dato la forza di andare avanti?
Essere sempre me stesso. Non affidarmi alla speranza: per me poteva essere un pericolo. La forza è stata l’attività continua, anche in cella. Fare sempre qualcosa.
La padronanza di me stesso, la mia indipendenza.
In carcere cucinava e preparava piatti tradizionali sardi?
Sì, mi è sempre piaciuto cucinare bene. Portavo dentro le tradizioni della nostra cucina, anche i dolci. Facevo le seadas, i pabassinos, il pabassinu biancu. Ricordo una volta che non mi veniva il nome di quelle palline colorate di zucchero. Chiesi a un compagno sardo di aiutarmi e lui disse “tragedia”. Io risposi che non mi sembrava la risposta giusta. Cucinavo per gli altri detenuti. E per tradizione, soprattutto per Sant’Antonio e per le ricorrenze, preparavo tutto la sera prima, come si fa a casa nostra: si lascia il cibo sul tavolo perché, nella tradizione, durante la notte arrivano le anime.
La sua terra le ha insegnato a vivere o a sopravvivere?
A vivere. Era la mia passione. In tutte le stagioni.
Si è mai sentito un uomo straordinario?
Non mi posso lamentare. Ma non amo dirlo: è un’espressione nata in altri tempi.
C’è un ricordo che la perseguita?
Molti. Anche sogni che mi hanno anticipato cose importanti. Li ricordo tutti.
Come può un uomo essere santo e bandito insieme?
Non credo sia possibile. Io non ero santo. Ero un bandito. Sono tornato a San Cosimo, da dove era iniziata la mia storia, ma non per questo ero “santo”.
Si è sentito vittima di ingiustizia?
Abbastanza sì. Ho vissuto situazioni molto complesse nei processi. In un caso ho scelto una strategia precisa per evitare conseguenze peggiori. Ho sempre detto che il miglior avvocato ero io. Mi sono anche scontrato con il mio legale, che era comunque una brava persona. Alla fine ho gestito io la mia posizione e ho ottenuto ciò che ritenevo necessario.
Che cos’è l’onore? È più importante della vita?
L’onore è un sentimento importante. Va custodito. Insieme al rispetto, sono valori fondamentali.
Che cosa pensa del carcere?
Il carcere non rieduca. E spesso non risolve i problemi.
Sulla droga e sui reati?
Credo che la sola repressione non basti. In alcuni casi servirebbe una diversa gestione, anche a livello legislativo, con più controllo e meno esclusione.
Se potesse tornare bambino a Mamoiada, cambierebbe qualcosa?
Sì. Se potessi tornare indietro con l’esperienza di oggi, non rifarei le stesse scelte.
Ha mai pensato di essere stato impulsivo?
Quasi mai. Mi sono sempre sentito uno che si difendeva, non uno che attaccava.
Nei suoi sogni è ancora in carcere?
Sì. Succede spesso.
Come ha superato la sofferenza?
Con una corazza.
Che rapporto ha con la politica?
Mi ha sempre interessato, ma oggi ne ho una visione molto critica. La Sardegna, però, ha ancora risorse e capacità di resistere.

Veronica Matta intervista Annino Mele accompagnato da Lucia.
Il libro Il Bandito e il Santo verrà presentato per la prima volta domenica 14 giugno a Berchida.

