La grande paura dell’1%, ovvero come i giornali difendono i patrimoni dei ricchi con i vostri risparmi
Perché un lavoratore con il salario bloccato da anni dovrebbe difendere i privilegi fiscali di un miliardario? La risposta è insita in un sofisticato manuale di distrazione di massa. C’è uno spettro che si aggira per le redazioni dei grandi quotidiani italiani: si chiama giustizia fiscale. Nelle ultime settimane, il dibattito sulla tassazione dei grandi patrimoni, riacceso dalla proposta di legge di iniziativa popolare “1% Equo“, depositata in Cassazione e promossa da una vasta coalizione di movimenti sociali e sindacali con l’obiettivo di istituire un’imposta progressiva sui grandi patrimoni per finanziare sanità e istruzione, ha scatenato la solita, prevedibile reazione allergica della stampa mainstream.

Insomma, non sono mancati titoli allarmistici, editoriali di fuoco e la narrazione tossica secondo cui, se si toccassero i soldi dei multimilionari, crollerebbe l’intera civiltà occidentale. Si tratta di un’operazione ideologica mirata: una difesa d’ufficio che unisce i colossi dell’informazione e i leader politici in un patto bipartisan per blindare lo status quo, convincendo il ceto medio che lo Stato stia puntando ai suoi risparmi per mantenere l’Italia un Paese a salari stracciati. Ma come funziona, esattamente, la macchina della propaganda neoliberista quando si parla di patrimoniale? Esiste un vero e proprio manuale di distrazione di massa, basato su determinati pilastri retorici che i giornali ripetono come un mantra e che andrebbero smontati uno ad uno.
L’illusione del “merito” e il ribaltamento della realtà
Come fa notare l’attivista e scrittrice Virginia Veludo, nota sui social come Rossa Perpendicolare, il nucleo profondo di questa resistenza ideologica risiederebbe nella manipolazione del concetto di merito.
La narrazione neoliberista ha convinto la collettività che i patrimoni dei miliardari siano il frutto esclusivo di un talento individuale superiore, trasformando la ricchezza in un dogma sacro e intoccabile, anche perché, in fondo, dovrebbero essere i poveri a vergognarsi della loro condizione, frutto di una loro incapacità.

In realtà, mentre il 5% delle famiglie italiane arriva a concentrare il 91% della ricchezza nazionale (dati storici confermati dalle ultime indagini sulla ricchezza dei nuclei familiari pubblicate congiuntamente da Banca d’Italia e Istat, che evidenziano una disuguaglianza distributiva record, dove l’indice di Gini della ricchezza netta sfiora lo 0,70 e la mobilità sociale è di fatto bloccata, cristallizzando le posizioni di partenza per via ereditaria), si assiste al paradosso per cui “il merito vale sempre e solo per gli altri“, ovvero per i lavoratori che sostengono il Paese con salari reali erosi, e mai per chi accumula rendite passive.
Sostenere la campagna “1% Equo” non significa quindi applicare una punizione fiscale, ma rovesciare questo meccanismo psicologico: firmare per la patrimoniale diventa un atto di riappropriazione culturale, dimostrando che l’alternativa alle disuguaglianze non si aspetta passivamente dai palazzi della politica, ma si costruisce dal basso attraverso la solidarietà di classe.
Il trucco della “tassa sulla casa”, ovvero come spaventare il ceto medio
Il primo capolavoro del giornalismo neoliberista, quello che ci ha vergognosamente condotto al 56° posto della libertà di stampa, è la manipolazione delle soglie. Proposte come “1% Equo” parlano chiaro: la tassa colpirebbe solo la ricchezza netta superiore ai 2 milioni di euro, escludendo la prima casa. Parliamo di meno dell’1% della popolazione, anche perché le stime della campagna indicano che la misura toccherebbe appena lo 0,6% dei cittadini più abbienti, generando un gettito potenziale annuo stimato tra i 6 e i 10 miliardi di euro.

È fondamentale specificare la natura scientifica di questo calcolo: per “ricchezza netta” si intende il valore reale delle proprietà a cui vanno rigorosamente sottratti i debiti e i mutui contratti. Se un cittadino possiede un immobile da 300.000 euro ma ha ancora 100.000 euro di mutuo da estinguere con la banca, il suo patrimonio netto calcolabile è di 200.000 euro, non di 300.000. Allo stesso modo, se un contribuente possiede immobili di lusso o portafogli azionari diversificati, il calcolo della base imponibile scatterebbe solo per la quota eccedente i 2 milioni di euro, esentando interamente la classe media e i piccoli risparmiatori.
Eppure, basta aprire i giornali per leggere titoli generici sulle “mani nelle tasche degli italiani” o sulla “scure sulla casa“. Si tratta di un’operazione psicologica precisa: estendere la paura dei super-ricchi alla classe media. Il piccolo proprietario di un trilocale in periferia viene spinto a immedesimarsi nel miliardario con lo yacht a Montecarlo, difendendo gli interessi di quest’ultimo per il terrore irrazionale che lo Stato, prima o poi, punti ai suoi risparmi. È l’ascia che persuade gli alberi a stare dalla sua parte perché ha il manico di legno e che silenziosamente li abbatte.

Il mito del “Trickle-Down”: le briciole non bastano più
Per quarant’anni ci hanno raccontato la favola del trickle-down, letteralmente il “gocciolamento”. La teoria è semplice: lasciate accumulare la ricchezza nelle mani di pochi eletti; questi, investendo e consumando, faranno gocciolare il benessere verso il basso, creando posti di lavoro per tutti.
I giornali economici difendono ancora questo dogma degli anni ’80 come fosse una legge fisica; peccato che la realtà abbia presentato il conto. Persino gli economisti del Fondo Monetario Internazionale, attraverso uno studio specifico del Dipartimento Strategia e Politica economica, intitolato “Causes and Consequences of Income Inequality“, hanno ammesso che il gocciolamento non esiste: la ricchezza accumulata in cima rimane in cima, spesso bloccata nella speculazione finanziaria, mentre i salari reali dei lavoratori arretrano e i servizi pubblici crollano.

A confermare il fallimento di questo sistema ci sono i numeri drammatici della povertà reale e della recessione sociale in Italia. Secondo i dati ufficiali certificati dall’Istat, oltre 5,7 milioni di individui, ossia il 9,8% della popolazione, vivono in povertà assoluta, impossibilitati a garantirsi i beni essenziali. Il rischio complessivo di esclusione sociale e povertà stimato a livello europeo dall’Eurostat rimane stabile intorno al 18,6%, coinvolgendo quasi 11 milioni di italiani.
A questo si aggiunge un mercato occupazionale devastato: l’Italia ha registrato il crollo dei salari reali più marcato tra le economie avanzate con un -7,5% secondo gli ultimi rapporti OCSE. Con una produzione industriale in calo del 3,5% su base annua secondo gli indici della produzione, la favola della ricchezza che “gocciola” si scontra con la realtà di un Paese che si sta strutturalmente impoverendo da un pezzo, ancor prima della crisi planetaria scatenata da Stati Uniti e Israele, pedissequamente assecondati dalla maggioranza dei governanti europei.
Dietro questi dati non c’è una fatalità del destino o una semplice crisi passeggera, ma una precisa e deliberata strategia politica volta a mantenere artificialmente uno stato di povertà e di compressione salariale. L’obiettivo sistemico è la conservazione dei profitti attraverso un modello di “competitività al ribasso“. Questa impostazione ha trovato la sua massima espressione e legittimazione tecnica nelle agende guidate da figure come Mario Draghi, il cui impianto economico si è storicamente fondato sull’idea che, per rendere l’Italia attrattiva sui mercati internazionali e competitiva nell’Eurozona, fosse necessario contenere strutturalmente il costo del lavoro.

Questo dogma, ereditato dalle politiche europee di austerità e dalle note direttive della BCE sulla moderazione salariale, prevede che mantenere bassi gli stipendi e ridurre il potere contrattuale dei lavoratori non è un effetto collaterale non voluto, ma il pilastro di un modello neoliberista che punta a competere comprimendo i diritti e la dignità delle persone, invece di investire in innovazione e sviluppo. La povertà diffusa diventa così uno strumento di governance economica, utile a ricattare la forza lavoro e a blindare i margini di profitto dell’1%.
I patrimoni e il ricatto della fuga dei capitali
“Se li tassate, scappano”. Questa è la minaccia standard sventolata dagli editorialisti: la narrazione dipinge i milionari come vittime di un “pizzo di Stato”, pronti a impacchettare i propri miliardi per trasferirsi nei paradisi fiscali al primo cenno di progressività fiscale.
Questo argomento omette due fatti macroscopici: il primo è che gran parte della ricchezza. Come patrimoni immobiliari, infrastrutture e licenze, è fisicamente radicata nel territorio e non può “scappare”. Il secondo è che la fuga di capitali si combatte con accordi internazionali e trasparenza bancaria, non sventolando bandiera bianca. Oggi, l’attivazione di strumenti come il Common Reporting Standard, per lo scambio automatico di informazioni finanziarie, rende radicalmente più difficile occultare patrimoni all’estero. Cedere a questo ricatto significa accettare l’idea che la democrazia debba essere ostaggio del portafoglio di pochi individui.
Lo Stato “ladro” e l’illusione del privato
L’ultimo rifugio dei difensori del neoliberismo è l’attacco frontale alla gestione pubblica. “Lo Stato spreca i soldi, quindi è inutile dargliene altri”. Con questa scusa, si giustifica il definanziamento cronico di sanità e scuola pubblica.
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: mentre i grandi giornali, spesso di proprietà di gruppi industriali o editoriali legati a doppio filo con i grandi capitali, attaccano le tasse sui ricchi, i cittadini pagano di tasca propria la sanità privata perché quella pubblica è al collasso.
Il legame è diretto e spietato: per colpa di questa difesa strenua dei privilegi dell’1%, i 5,7 milioni di italiani che vivono in povertà assoluta sono oggi costretti a rinunciare del tutto a curarsi, saltando visite ed esami vitali perché esclusi dalle liste d’attesa del pubblico e impossibilitati a pagare il privato. Tassare l’1% non serve a ingrassare una burocrazia inefficiente, ma a rimettere in piedi i diritti costituzionali e la salute stessa di chi è costretto a scegliere se farsi visitare o pagare la bolletta del gas.

I grandi patrimoni e il patto bipartisan della politica
Questa imponente macchina della propaganda non si ferma alle colonne dei giornali, ma trova una sponda immediata e speculare nei palazzi della politica, unendo destra e finta sinistra in un muro di gomma a tutela dei grandi patrimoni. Sul fronte del centro-sinistra, leader della sinistra liberale come Matteo Renzi hanno liquidato ogni proposta di tassazione definendola un “autogol”, un semplice “slogan” e sostenendo fermamente che l’obiettivo economico non debba essere “far fuggire i ricchi”.
Sul fronte opposto, esponenti del centro-destra come Stefania Craxi alimentano la strategia del terrore gridando all’avanzata di un pericoloso “partito unico della patrimoniale”. Attraverso formule studiate, la politica sposta l’attenzione delle riforme dal miliardario di Montecarlo al cittadino comune, agitando la retorica del “prima ti dicono che colpiranno solo i ricchi, poi scopri che il ricco sei tu”. Destra e sinistra si coalizzano nello stesso identico schema dei media: difendere i multimilionari spaventando chi possiede a stento una vecchia utilitaria o la casa ereditata dai nonni.

I grandi patrimoni: verso dove va il mondo?
La parte più ironica di questa strenua difesa mediatica è che l’Italia sembra rimasta a guardare il mondo al contrario. A livello internazionale, persino all’interno del G20 e tra i miliardari più illuminati, riuniti nel movimento Progressive International o nei Patriotic Millionaires, si discute seriamente di una tassa minima globale sui super-ricchi per salvare la coesione sociale.
Il dibattito ha assunto contorni geopolitici concreti grazie alla presidenza brasiliana del G20, che ha promosso formalmente la proposta dell’economista Gabriel Zucman per un’imposta minima globale del 2% sui patrimoni dei miliardari. I nostri media e i nostri politici, invece, continuano a fare le sentinelle al castello del feudatario. Mentre milioni di cittadini affondano nella povertà assoluta e i salari vengono deliberatamente tenuti al palo in nome della competitività, la propaganda continua a convincere i servi della gleba che la colpa della loro povertà sia di chi vuole tassare il re. Sarebbe ora di cambiare narrazione.

E perché cambiarla una volta per tutte?
Sarebbe ora di cambiare narrazione. E lo sarebbe per un’imprescindibile questione di sopravvivenza culturale, prima ancora che economica. Rompere questo incantesimo significa spezzare l’egemonia culturale teorizzata da Antonio Gramsci: quel dispositivo totalizzante per cui la classe dominante impone la propria visione del mondo come l’unica naturale e possibile, finché gli sfruttati non arrivano a pensare con le stesse categorie dei loro sfruttatori. Uscire dall’indifferenza e rifiutare questa narrazione è il primo atto di emancipazione per tornare a essere soggetti della storia e non spettatori passivi del proprio impoverimento.
D’altronde, la difesa irrazionale del castello del feudatario è il sintomo più doloroso di quella mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva profetizzato. Il potere neoliberista ha compiuto il suo capolavoro più distruttivo: ha sostituito le culture popolari e la solidarietà con il dogma del consumismo individualista. In questo deserto sociale, le vittime non lottano più per l’uguaglianza, ma sono stateको indotte a desiderare i privilegi dei loro stessi carnefici, accettando il ricatto della precarietà pur di inseguire un’illusione di successo privato.
Rovesciare questo racconto significa allora ridare un senso e una missione alla politica, restituendole la serietà che Enrico Berlinguer pose al centro della sua questione morale. Una battaglia che non era semplice onestà nei palazzi, ma il rifiuto categorico di una politica ridotta a custode dello status quo e dei grandi capitali. Cambiare narrazione, sostenere misure di giustizia distributiva come l’”1% Equo”, significa recuperare la radicalità di quella visione: l’idea che l’economia debba essere subordinata ai bisogni umani e che la solidarietà di classe non sia un cimelio del passato, ma l’unico orizzonte democratico rimasto. Solo smantellando i pilastri retorici del neoliberismo potremo smettere di fare le sentinelle ai privilegi altrui.
Sarà allora che potremo ricominciare, gramscianamente, a istruirci, ad agitarci e a organizzarci per riprenderci il futuro e la dignità come ogni libero cittadino dovrebbe.
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