DiAletti non è un ristorante nel senso classico del termine: è un “luogo di ristoro” nato con una missione precisa: riportare il cibo e il vino alla loro essenza più pura, spogliandoli di ogni sovrastruttura. Ubicato a Vico Striano, a pochi passi da via Chiaia, DiAletti è angolino dove il tempo pare essersi fermato e dove il profumo del mare rende le storie di Napoli più autentiche.

DiAletti: Togliere per Aggiungere
La filosofia di DiAletti parte da una sottrazione linguistica che diventa rivoluzione sensoriale. Avete presente la parola “degustazione”? Spesso porta con sé un’aura di tecnicismo freddo, di calici impugnati con distacco e punteggi assegnati su carta. DiAletti ha deciso di compiere un gioco di prestigio: ha fatto sparire la particella “De”. Resta la “Gustazione”. Senza filtri, senza barriere, senza piedistalli il vino, e l’assaggio in generale, si spoglia di ingessature e torna democratico e leggero, senza superficialità, semplicemente con il giusto mood.

La Mission di DiAletti: La Tavola come Ecosistema
L’obiettivo è chiaro: il vino deve tornare al suo contesto naturale, ovvero la tavola imbandita. La cucina di DiAletti segue lo stesso spartito della vigna: etica, rispetto della stagionalità e una rete virtuosa di piccoli produttori e artigiani che lavorano senza forzature e senza compromessi. È un incontro tra mani che lavorano la terra e tra mani che cucinano, unite dal desiderio di nutrire l’anima oltre che il corpo, in un intreccio di sapori e sostenibilità che sanno di territori e di comunità rurali.
Il Racconto e la Gustazione: Un Viaggio tra Vigneron e Territori
Dopo il successo della prima edizione, il format “Gustazione senza De” è tornato a far battere il cuore di Vico Satriano con un nuovo ciclo di appuntamenti intimi, quasi segreti, dove il vigneron non è un ospite d’onore lontano, ma un commensale che siede accanto a te, versa il vino e racconta la pioggia, il sole e la fatica di una stagione. Insomma il vino, quello per davvero, che non si narra in cattedra ma che scende tra le persone per rivelare la sua vera anima.



La narrazione di questa edizione è iniziata il 22 aprile con la vitalità di Ennio Romano Cecaro (Canlibero), che ha portato l’anima del Sannio a tavola, tra bolle e Aglianico, incorniciati dalle ceramiche artigianali di Oilloc. È proseguita poi il 7 maggio con il ritorno a casa di un napoletano “emigrato” nel Chianti, Gabriele Buondonno, che ha rotto gli schemi servendo il suo Chianti Classico nel tradizionale fiasco Magnum, accompagnato dalle carni frollate di Moiano che univano, in un sol boccone, la Toscana e la Campania.
Ma il racconto non finisce tra le mura del locale. La magia si sposta fuori porta:
Il 24 maggio, DiAletti trasloca letteralmente in vigna, a Castelvenere, ospiti di Raffaello Annicchiarico (Podere Veneri Vecchio). Sarà un pranzo all’aperto, un’immersione totale nell’ecosistema agricolo per toccare con mano la terra che genera il mosto.

Il 10 giugno, il gran finale sarà dedicato alla leggerezza e al ritmo: una serata dedicata alle bollicine territoriali e ai vitigni recuperati in presenza di Alberto Lot e Ca Sciampagne, un viaggio tra Veneto, Friuli e le Marche che chiuderà questo primo ciclo all’insegna del perlage più autentico.
L’Anima nel Calice e nel Piatto
In un mondo che corre veloce, “Gustazione senza De” è l’invito ufficiale a fermarsi. È la dimostrazione che, quando togli l’artificio, ciò che resta è la verità. Sedersi a questa tavola significa conoscere l’uomo dietro la bottiglia e l’etica dietro il piatto. In fondo, la vera magia non è far apparire qualcosa dal nulla, ma riuscire a non far scomparire l’identità di ciò che mangiamo e beviamo.
