In un viaggio ideala, sospesi tra terra, mare e memoria, potremmo certamente sostenere che Trecase sia uno di quei comuni dove il respiro del Vesuvio si fa vino e la storia si legge tra i solchi di un territorio complesso sotto ogni punto di vista.
Il versante del Vesuvio a Trecase…
Disteso sulle pendici meridionali del complesso vulcanico Monte Somma – Vesuvio, Trecase custodisce un’identità che affonda le radici in un passato di rara complessità geografica, storica, sociale e politica; già nel 90 a.C., il territorio faceva parte del Pagus Augustus Felix Suburbanus, un’area densamente abitata da ville rustiche romane, poi sepolta dall’eruzione del 79 d.C. Nel XIII secolo, l’imperatore Federico II di Svevia elesse quest’area, allora nota come Sylva Mala, a sua riserva di caccia reale. Riguardo al nome attuale, esso risale al 1337, quando il re Roberto d’Angiò, su istanza della moglie Sancia di Maiorca, donò queste terre a tre istituzioni religiose napoletane: l’Ospedale dell’Annunziata, il Monastero di San Pietro a Maiella e il Monastero di Santa Maria Maddalena: ne consegue che gli abitanti divennero coloni di queste “tre case”, pagando a esse le imposte fondiarie. Per secoli legata a Boscotrecase, la cittadina visse l’epoca d’oro delle “Ville di Delizie” nel Settecento, quando nobili napoletane vi costruirono dimore come Villa Langella e Villa Filippone; solo nel 1980, dopo una lunga battaglia per l’autonomia iniziata nel dopoguerra, Trecase è diventata comune autonomo.

Il Vesuvio di Casa Setaro
La storia di Casa Setaro non è solo quella di un’azienda, ma il racconto di un legame viscerale tra una stirpe di vignaioli e il Vesuvio. Attualmente guidata da Massimo Setaro, tutto ha avuto inizio con il nonno Michele e poi con il padre Vincenzo, che si occupava di agricoltura e viticoltura conferendo le uve a grandi cantine e mantenendo una piccola produzione artigianale per uso familiare. Pertanto, il progetto attuale ha preso forma ufficiale nel 2004, quando Massimo, affiancato dalla moglie Maria Rosaria De Rosa, decise di elevare il vino del contadino a bottiglia etichettata e quindi a prodotto di prestigio internazionale.
Massimo intuisce da subito che il patrimonio di viti a piede franco, con esemplari che sfiorano i 200 anni e sospesi tra i 200 e i 350 metri s.l.m., rappresenta un tesoro unico al mondo, oltre ad avere la lungimiranza di scommettere sulla riscoperta del Caprettone, un vitigno bianco autoctono lungamente confuso con il Coda di Volpe. Oggi Casa Setaro opera in regime biologico su circa 20 ettari parcellizzati, valorizzando il suolo vulcanico composto da sabbie e lapilli. Per il visitatore l’esperienza è immersiva, anche grazie alla vista dei filari che si stagliano sull’azzurro del Golfo di Napoli, e si completa presso la Vigna delle Rose, dove la famiglia accoglie gli ospiti per degustazioni immersive tra i filari pre-fillosserici.

L’areale del Vesuvio è rinomatissimo tanto per i bianchi che per i rossi, ma avere la fortuna di qualche bottiglia dimenticata in cantina può essere di aiuto nella comprensione del potenziale del territorio e del Piedirosso nella sua versione in rosa.
Munazei, il Vesuvio in Rosa…
Il Munazei Rosato è frutto di uve Piedirosso franche di piede, provenienti dai tenimenti di Bosco del Monaco e Tirone della Guardia, inscritti nel Parco Nazionale Vesuvio. Dopo la vendemmia e la selezione manuale delle uve, avviene la diraspatura con la susseguente macerazione sulle bucce, generalmente tra le quattro e le sei ore, poi sgrondo del mosto fiore e fermentazione a temperatura controllata per almeno 20 giorni e, infine, affinamento in acciaio per 6 mesi e altri due in vitro.


Il Munazei Rosato Lacryma Christi del Vesuvio Doc 2019 di Casa Setaro possiede il suadente colore della buccia di cipolla ramata, luminosissima e vivace nei riflessi. Buone tracce di consistenza alla rotazione del calice. Dopo uno scampolo di iodio marino, l’ingresso è dominato da sentori di paglia, timo limonato e rosa canina, ai quali seguono il melone pane, le fragoline di bosco e pompelmo rosa e una lieve percezione di buccia d’albicocca, il cui frutto sembra essere stato scarnificato dal tempo, con finale di talco ed eucalipto. Il sorso, verticale e succoso, è conteso tra freschezza e sapidità, entro l’umami che ne estende la persistenza aromatica intensa, decisamente imbevuta di riconoscimenti agrumati tra il pompelmo rosa, che ritorna, e un finale elegante e sottilissimo di rabarbaro. Quasi sette anni di vibrante rosato di Piedirosso vesuviano forse potrebbero bastare a dimostrare il potenziale di longevità e invecchiamento di un vino che ha tutta la pretesa di arrivare ai dieci con gli occhi chiusi. Involtino di asparagi selvatici e gamberoni alla piastra, bardato al lardo di colonnata.

