Oltre i memorandum di cooperazione militare e i protocolli diplomatici, esiste un asse commerciale che lega l’Italia e Israele in modo più profondo e capillare: il vino. Ma non è un semplice scambio di merci. È una zona grigia dove la sovranità territoriale e le direttive europee si intrecciano in un nodo che il mercato alimentare italiano sembra non voler sciogliere, diversamente da come operano Stati europei come la Turchia, la Slovenia, la Spagna e l’Irlanda, piuttosto che altre Paesi di altre aree geografiche.
Si direbbe che la vigna non sia solo agricoltura, ma un atto di possesso che affonda le radici in millenni di storia contesa.
Il vino nell’antichità negli attuali territori occupati
La viticoltura nelle terre di Palestina, Libano e Cisgiordania non è certo un’introduzione moderna; è l’impronta digitale di una terra che ha nutrito la civiltà. Dai torchi rupestri, noti come gats, scavati nel basalto del Golan alle “anfore di Gaza” che rifornivano l’Impero Bizantino, la Vitis vinifera appartiene a questo territorio per diritto naturale. Eppure, oggi questa eredità millenaria viene arruolata in un’operazione di “ingegneria identitaria“.

Mentre l’archeologia riporta alla luce la densità produttiva antica, la politica moderna opera una “nazionalizzazione dei geni”. Vitigni come il Marawi, l’Hamdani o il Jandali, conservati per secoli dai contadini palestinesi per il consumo fresco, vengono oggi vinificati da cantine israeliane e presentati al mondo come i “vini del Re Davide“. È la cosiddetta archeo-enologia: un processo che utilizza il DNA della pianta per saltare duemila anni di storia, trasformando un patrimonio agricolo collettivo in un marchio registrato “Made in Israel“. In questo scenario, il caso della cantina dei Salesiani di Cremisan, stretta tra il muro di separazione e l’espansione degli insediamenti, diventa il simbolo di una resistenza che è allo stesso tempo agricola e culturale.
Il vino e il protocollo Kosher
Se la terra è il palcoscenico della contesa, il protocollo Kosher ne è il copione tecnico. Per il consumatore distratto, il logo di certificazione , che si tratti di OU, OK o Badatz, è un rassicurante marchio di purezza alimentare; per il mercato, è il passaporto che permette al vino di viaggiare senza frontiere. Tuttavia, dietro la rigida osservanza dello Shomer Shabbat, vale a dire la manipolazione esclusiva da parte di ebrei osservanti, e la distinzione tra vino Mevushal, ossia pastorizzato, e non, si nasconde una struttura economica che facilita la segregazione operativa.
Il vino Kosher non è solo un precetto, è un sistema normativo che incide direttamente sulla gestione fondiaria. Pratiche come l’Orlah, ossia il divieto di usare i frutti nei primi tre anni, o lo Shmitah, cioè l’anno sabbatico, introducono concetti di “finzione giuridica”, come l’Heter Mechira, la vendita simbolica della terra a un non-ebreo, che abituano il sistema economico a operare in regimi di eccezionalità legale.

Il vino e l’apartheid idrica
Ma l’aspetto più brutale di questa enopolitica si manifesta sul campo, dove l’occupazione militare agisce come architetto del paesaggio. In Cisgiordania e nel Golan, la vigna ha sostituito l’ulivo non per scelta agronomica, ma per strategia politica. Mentre l’ulivo è il simbolo della resilienza contadina palestinese, la vite, pianta stanziale che richiede impianti fissi e anni di cura, è il “picchetto di confine” ideale per dichiarare una sovranità permanente.

In questo processo, l’apartheid idrica gioca un ruolo determinante. Mentre i villaggi palestinesi subiscono il razionamento, i vigneti degli insediamenti godono di un afflusso costante garantito dalla compagnia nazionale Mekorot. E qui emerge il ruolo silenzioso dell’Italia: la tecnologia che permette a queste vigne di prosperare è spesso italiana. I dati dell’Agenzia ICE confermano che l’Italia è leader nella fornitura di presse, serbatoi in acciaio e sistemi di imbottigliamento. Aziende che costruiscono la loro reputazione sull’eccellenza del “Made in Italy” forniscono, di fatto, i muscoli meccanici necessari per rendere produttive terre sottratte illegalmente, trasformando l’occupazione in un’impresa industriale raffinata e tecnologicamente all’avanguardia.
Il transito del vino tra Israele e l’Italia non è solo una questione di logistica, ma una complessa operazione di ingegneria documentale. Sebbene la Sentenza Vignoble Psagot (C-363/18) della Corte di Giustizia UE parli chiaro — i prodotti dei territori occupati devono recare l’indicazione dell’insediamento — la realtà nei porti di Trieste, Genova e Civitavecchia è molto diversa.

Il meccanismo di elusione si basa sul cosiddetto “rebranding logistico“, ad esempio nei porti di Trieste e Genova. Molte cantine situate nel cuore della Cisgiordania, come Psagot o Shiloh, utilizzano uffici di rappresentanza o centri di imbottigliamento situati entro la “Linea Verde“, attinente ai confini del 1967. In questo modo, bottiglie nate su terre confiscate vengono sdoganate come puro “Made in Israel“, beneficiando indebitamente degli accordi preferenziali che la Sentenza Brita (C-386/08) aveva esplicitamente vietato per i prodotti delle colonie. Si configura così una potenziale frode in commercio (Art. 515 c.p.), poiché il consumatore italiano viene privato del diritto di conoscere la reale origine etica e geografica del prodotto.
Italia, terzista di lusso del vino diretto in Israele
Naturalmente in tutto ciò c’è anche l’esportazione di vino italiano da parte di grandi gruppi dell’industria enologica. l’Italia agisce come “terzista di lusso”. Questi colossi producono linee Kosher specifiche per l’export verso Israele, presidiando il mercato tramite distributori ufficiali come Ha’Magash Shaked. La prova tecnica risiede nei cataloghi: esistono vini italiani “fantasma”, prodotti su specifica commessa rabbinica, che non figurano nei listini nazionali. È un’integrazione industriale dove l’italiano fornisce la tecnica e il blasone, mentre il committente israeliano mette il disciplinare religioso, normalizzando un mercato che include strutturalmente territori illegali.

Oggi, l’elusione ha trovato una nuova, sofisticata frontiera: il vino dealcolato. Mentre colossi come Schenk Italia puntano massicciamente su questo settore, un certo vuoto, nonostante il quadro normativo sulle “bevande a base di uva“, offre il nascondiglio perfetto. Il processo tecnico di dealcolazione permette di rimescolare partite di vino sfuso di diversa provenienza, rendendo quasi impossibile tracciare se il mosto originale provenga dal Golan occupato o dalle piane di Haifa. Il dealcolato diventa così il “lavacro” tecnologico che rende invendibili le uve dell’occupazione, sdoganandole sotto un’etichetta di modernità salutista, ma priva di trasparenza.
Conflitto tra legge ed etica
Il nodo finale di questa inchiesta non è una questione di opinioni politiche, ma di legalità violata. Il pilastro della sicurezza alimentare europea, il Regolamento CE n. 178/2002, stabilisce un principio inviolabile: la rintracciabilità. L’Articolo 18 impone che ogni passaggio della filiera sia trasparente. Quando una bottiglia proveniente da un insediamento illegale dichiara genericamente “Prodotto in Israele“, non sta solo omettendo un dettaglio geografico, sta compiendo un falso ideologico che impedisce al consumatore di esercitare il proprio diritto a una scelta consapevole, violando il Regolamento UE n. 1169/2011.

L’omissione della dicitura “Insediamento israeliano”, resa obbligatoria dalla storica sentenza sul caso Psagot, si scontra frontalmente con il diritto internazionale, in particolare con la IV Convenzione di Ginevra, che vieta il trasferimento di popolazione e lo sfruttamento delle risorse in territori occupati. Nonostante le risoluzioni ONU dichiarino, dalla 242 alla 2334, l’illegalità di queste colonie, il sistema doganale italiano sembra soffrire di una “miopia selettiva”, basando i controlli su certificazioni cartacee facilmente aggirabili attraverso l’uso di codici postali schermati.
In definitiva, il legame vitivinicolo tra Italia e Israele rivela una realtà che va ben oltre il semplice interscambio commerciale. Attraverso l’elusione sistematica delle norme di etichettatura, l’uso di tecnologie italiane in terre confiscate e lo sfruttamento di nuove zone grigie come il mercato del dealcolato, il settore enologico si è trasformato in un ingranaggio fondamentale per la normalizzazione dell’occupazione. Ogni bottiglia priva della corretta indicazione d’origine non è solo una frode doganale o un inganno al consumatore, ma un atto di complicità attiva che contribuisce a cancellare la storia, i diritti e le risorse del popolo palestinese, servendo l’illegalità internazionale in un calice di sporco di sangue.
