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Economia

Memorandum a perdere: il gioco delle tre carte tra Roma e Tel Aviv

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo15 Aprile 2026Updated:16 Aprile 2026Nessun commento11 Mins Read
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Memorandum
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C’è una dote che al governo Meloni non fa difetto: la capacità di vendere il nulla spacciandolo per una svolta epocale. L’ultimo capolavoro della ditta va in scena sul palcoscenico mediorientale.

Titolo: “L’Italia molla Israele”.

Trama: Giorgia Meloni annuncia trionfalmente che non rinnoverà il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare con Tel Aviv.

Sottotitolo per i gonzi: abbiamo smesso di aiutarli militarmente.

Realtà: non è cambiato assolutamente nulla, se non la data di scadenza di un pezzo di carta che serve a coprire un sottobosco di affari, forniture e consulenze che continuano a correre più veloci dei missili su Gaza.

Mentre la premier si esercita in questo complesso e articolatissimo meccanismo di caccia al consenso a beneficio di telecamere, i bonifici partono, le navi caricano e le lobby brindano. Vediamo di smontare il giocattolo, bullone per bullone, prima che qualcuno ci quereli per eccesso di verità.

Il trucco del Memorandum sospeso e l’estinzione che non c’è

Prima di procedere con cautela con le cose serie, avviso ai naviganti: il caffè, specialmente quando è sospeso, a Napoli è una cosa seria!

Il 14 aprile 2026, appena ieri, con la consueta aria di chi ha appena riscritto il diritto internazionale, il governo ha comunicato di aver bloccato il rinnovo automatico del Memorandum sulla Difesa firmato a Parigi nel 2003. Un atto che, a sentire i megafoni di Palazzo Chigi, dovrebbe suonare come uno schiaffo a Netanyahu.

In realtà, è una carezza data con un guanto di velluto imbottito di clausole.

Perché la precisione è tutto: il governo non ha affatto receduto dall’accordo, cosa che avrebbe richiesto un preavviso di sei mesi e avrebbe interrotto i canali immediatamente, ma ha solo evitato che si rinnovasse da solo per altri cinque anni.

Risultato?

Per i prossimi mesi tutto resta com’è. È la politica del “vedremo”: un rinvio tattico per aspettare che le acque si calmino e che l’opinione pubblica si dimentichi del Libano, di Gaza, dei carabinieri messi in ginocchio e dei caschi blu dell’Unicef presi a bersaglio.

Ma c’è di più.

Anche se il Memorandum scadesse domani mattina, la cooperazione militare non si fermerebbe. Le cosiddette “licenze pre-esistenti” ai sensi della legge 185/90 sono il vero porto sicuro dell’industria bellica. Tutti i contratti firmati prima del 7 ottobre 2023 restano validi. E siccome non parliamo di vendere bruschette ma di sistemi d’arma complessi, questi contratti hanno code lunghe un decennio. Se Israele ha comprato i nostri addestratori M-346, ha bisogno dei nostri ricambi, del nostro software e della nostra assistenza tecnica per farli volare.

E noi glieli diamo. Perché, si sa, i contratti vanno onorati.. soprattutto quelli che portano dividendi nelle casse delle partecipate di Stato.

Il Memorandum, Leonardo e il Deep State industriale

Al centro di questo ecosistema c’è Leonardo S.p.A., il colosso che è più Stato dello Stato stesso.

Qui la geopolitica si scontra con il bilancio, e di solito vince il secondo.

Israele non è un cliente qualunque: è un partner strategico integrato.

Il rapporto è simbiotico: noi vendiamo gli M-346, i gioielli della nostra aeronautica, e loro ci vendono i sistemi G550 CAEW, gli occhi che servono alla nostra difesa aerea.

Questi non sono semplici scambi di merce, sono matrimoni d’interesse con comunione dei beni tecnologica.

Recidere questi legami non significa fare un comunicato stampa, significa pagare penali miliardarie che manderebbero in fumo il bilancio della Difesa. Quindi, la Meloni fa la faccia feroce in conferenza stampa, ma Crosetto, che di mestiere faceva il lobbista dei produttori d’armi e dunque sa di cosa parla, si assicura che i tecnici di Leonardo continuino a lavorare sui motori israeliani. È la cooperazione silenziosa, quella che non finisce a Porta a Porta e neanche nei tweet, bensì nei report finanziari.

Il paradosso Eni: trivellare mentre si bombarda

Ma il capolavoro del doppio binario meloniano si raggiunge nel settore energetico: mentre il Ministero della Difesa finge di sfilare i guanti, l’Eni, la nostra multinazionale a sei zampe, tra il Drago Tarantasio e una Chimera, che risponde al Ministero del Tesoro, mette la firma su nuovi, lucrosi affari con il governo Netanyahu.

Nell’ottobre 2023, proprio mentre il mondo restava col fiato sospeso per l’escalation a Gaza, Eni otteneva licenze esplorative per il gas naturale nel bacino del Mar di Levante. Si tratta del campo Zohr in Egitto e Leviathan in Israele, dicono, rimpiazzando in parte il gas russo per l’Italia: una dipendenza strategica che rende ogni minaccia diplomatica di Roma poco più che un singhiozzo a tavola dopo una cena di gala. Come si può credere al blocco dei rapporti se, contemporaneamente, stiamo investendo miliardi per estrarre idrocarburi sotto la protezione della marina militare israeliana?

Evidentemente i tubi del gas contano più delle vite umane e i macellai, gli aggressori e gli aggrediti non sono tutti uguali ma, come direbbe Tajani, valgono fino a un certo punto.

Memorandum, Lobby e Diplomazia Parallela

Ma chi spinge dietro le quinte per mantenere intatto questo asse?

Qui entriamo nel campo delle “tu chiamale, se vuoi, coincidenze” che tanto piacciono ai magistrati. A Roma e Bruxelles operano gruppi di pressione agguerritissimi: organizzazioni come l’EIPA, cioè la Europe Israel Public Affairs, o fondazioni che gravitano intorno alla destra conservatrice, lavorano instancabilmente per blindare i rapporti. Si badi bene però: sono noti anche a una certa sinistra che al parlamento europea vota uguale uguale alla Meloni e agli affezionatissimi di Forza Italia.

Non è un mistero che esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia abbiano frequentato per anni i simposi delle lobby pro-Israele, costruendo una rete di contatti che oggi torna utilissima. Questi gruppi vendono “sicurezza”, il feticcio del governo Meloni, disciamo. Quando si parla di cyber-security, sorveglianza e protezione delle infrastrutture critiche, le aziende israeliane sono in prima fila. Spesso, queste forniture passano sotto la voce di tecnologia civile o dual use, sfuggendo così ai radar dei blocchi parlamentari.

È il trucco più vecchio del mondo: se non puoi vendere un cannone, vendi il computer che lo punta!

Il Memorandum della sovranità del citofono: dalle trincee al cloud

C’è stato un tempo in cui l’Italia non era solo la Patria di santi, poeti e navigatori, erano gli anni in cui i servitori dello Stato i segreti sapeva proteggerli. Parliamo di gente che il silenzio sapeva come proteggerlo e quando romperlo, gente che i cavi non se li faceva stendere dagli altri e i codici se li scriveva in casa, ben chiuso e al riparo da occhi indiscreti, per il banale motivo che, in guerra come in pace, chi possiede le chiavi di lettura è il tuo vero padrone.

Durante le guerre mondiali, avevamo reparti di crittografia e trasmissioni che pattugliavano i cavi telefonici come fossero confini sacri e inventavano codici fatti in casa per non farsi capire dal nemico. Gente come il generale Luigi Sacco non era sovranista a chiacchiere: scriveva algoritmi autarchici perché sapeva che se affidi il tuo alfabeto a uno straniero, quello straniero diventa il tuo padrone e ti manda pure dicendo in giro che non sei ricattabile.

Oggi, nell’Italia del Made in Italy falso anche sulle mutande, abbiamo deciso che la cyber-security e le comunicazioni strategiche è meglio comprarle a Tel Aviv. Affidiamo i dati dei ministeri e la sicurezza delle reti a software di cui non abbiamo le chiavi, con la scusa che “loro sono più bravi”.

È come se nel 1940 avessimo chiesto ai tedeschi di fornirci le macchine Enigma per proteggere i nostri messaggi perché “la tecnologia teutonica è superiore”.

Roba da matti!

Eppure, tra un tweet patriottico e un brindisi alle lobby, il governo Meloni ha trasformato l’Italia in una nazione che urla Sovranitàh dal balcone mentre sotto, nello scantinato, il tecnico straniero ci monta le cimici nel router. Regolarmente pagate con le nostre tasse.

Pillole, sementi, algoritmi e sovranitàh

Se pensate che il rapporto Italia-Israele sia solo una questione di elicotteri e droni, siete fuori strada, poiché attiene a un intreccio che arriva fino al vostro armadietto dei medicinali e al vostro frigorifero: mentre la Meloni recita la sceneggiata del Memorandum, la Cooperazione Scientifica e Tecnologica dell’accordo del 2000 procede come un treno ad alta velocità. Si badi bene che tale accordo è cosa ben diversa dal Memorandum e che, nello stesso anno, è inoltre entrato in vigore l’Accordo di associazione UE-Israele, che disciplina le relazioni commerciali complessive tra l’Unione Europea e Israele appunto e di cui il nostro Paese è parte.

Cioè, se tu Italia non infili la testa nel cappio, ci sta chi ti pensa!

Prendiamo il settore farmaceutico: la Teva Pharmaceutical Industries, colosso israeliano dei farmaci generici, è un pilastro della distribuzione di medicinali in Italia. Abbiamo accordi di ricerca biotecnologica che coinvolgono le nostre università d’eccellenza e i laboratori di Tel Aviv.

E il settore agroalimentare?

L’Italia, flagellata in diverse aree dalla siccità, dipende dalle tecnologie di irrigazione a goccia, come quelle di Netafim, e dai brevetti israeliani per le sementi resistenti ai climi aridi.

Sovranità a stomaco vuoto…

Un tempo l’Italia era la terra delle erbe medicinali e dei granai che sfamavano l’Impero Romano. Oggi, nell’era del Ministero della Sovranità Alimentare, nome roboante e che suona benissimo, ma non incide manco sul prezzo dei fagioli, abbiamo deciso che persino il diritto di ammalarci e di mangiare dipende da un algoritmo di Tel Aviv.

È il paradosso dei sovranisti a parole: sventolano il tricolore sul riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana, ma poi firmano bandi scientifici che consegnano la nostra agricoltura ai brevetti israeliani sulla siccità. Abbiamo sostituito la rotazione delle colture con i sensori della Netafim, certo utilissimi, per carità, ma se domani Israele staccasse la spina tecnologica?

E in farmacia non va meglio. Mentre la Meloni recita la parte della “dura”, la nostra salute viaggia, si fa per dire, sulle gambe dei colossi come Teva. Abbiamo smesso di produrre perché “costa troppo”, preferendo diventare i clienti d’oro di brevetti stranieri. È la nuova frontiera del colonialismo: non ti conquistano più con i cannoni, ma ti tengono al guinzaglio con il principio attivo della pillola per la pressione e con il seme del pomodoro che non marcisce.

Adesso per mangiare e curarsi l’Italia deve chiedere il permesso a un consiglio d’amministrazione che parla un’altra lingua!

Inoltre, ogni anno il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale pubblica bandi per finanziare progetti congiunti su domotica, medicina personalizzata e agricoltura 4.0. E questi non sono stati sospesi.

Così, si tiene il piede in due scarpe: si condanna a parole la violenza e si finanzia coi soldi pubblici la ricerca congiunta con chi quella violenza la esercita.

La morale della farsa

La verità è che il blocco del Memorandum è una polpetta servita all’opinione pubblica come blando ansiolitico per placare i malumori interni e internazionali: nella realtà, sotto la superficie, l’Italia rimane uno dei partner più fedeli e redditizi per l’apparato industriale e scientifico israeliano.

C’è un’ipocrisia di fondo che è ripugnante nella sua sfacciataggine.

Si invoca la pace nei talk show, ma si mantengono attive le licenze per i componenti elettronici dei caccia. Si parla di difesa europea, ma ci si affida alle lobby extra-UE per la cyber-security. Si fa finta di chiudere la porta principale, e cioè il Memorandum, lasciando spalancate le finestre dei contratti gasieri, dei bandi scientifici e delle forniture farmaceutiche.

In un Paese normale, si chiamerebbe schizofrenia diplomatica, auto sabotaggio forse, ma è realismo politico, fare governo in maniera creativa e bipolare. Peccato che la realtà, quella vera, fatta di macerie e trattati aggirati, sia molto più sporca di come ce la raccontano a Palazzo Chigi, forse perché, in fondo, finché c’è guerra c’è speranza.

Ma forse aveva ragione Otto Von Bismarck: meno le persone sanno di come vengono fatte le salsicce e le leggi e meglio dormono la notte!

Bibliografia delle Fonti, dei Trattati e delle Leggi di Ratifica

Memorandum Difesa (2003): Firmato a Parigi (16/06/2003), ratificato con Legge 94/2005 (G.U. n. 128, 04/06/2005). L’Art. 13 prevede il rinnovo automatico quinquennale.

Accordo Cooperazione Scientifica (2000): Sottoscritto a Bologna (13/06/2000), ratificato con Legge 154/2002 (G.U. n. 89, 16/04/2002). Base legale per i bandi MAECI.

Convenzione Sicurezza Sociale (2015): Firmata a Roma (02/02/2015), ratificata con Legge 250/2016.

Legge 185/1990: Disciplina l’export di materiali d’armamento e l’attività dell’UAMA.

Relazione Annuale UAMA (2024): Documenta le licenze attive e le consegne effettuate (Categorie 001-010).

Trattato ATT (Arms Trade Treaty): Ratificato con Legge 118/2013.

Report “Rete Italiana Pace e Disarmo”: Analisi flussi ISTAT/UAMA 2023-2024 su forniture “dual use”.

Leonardo S.p.A.: Bilancio d’Esercizio (Annual Report), sezioni “Velivoli” e “Note Integrative” su contratti M-346 e supporto logistico.

Eni S.p.A.: Comunicati ufficiali (ottobre 2023) su assegnazione licenze esplorative “Area G” (Bacino del Levante) – Ministero Energia Israele (Bid Round 4).

Registro Trasparenza UE: Documentazione attività di lobbying EIPA (Europe Israel Public Affairs).

Dati CamCom Italia-Israele: Interscambio settori Teva (Farmaceutico) e Netafim (Agrotecnologia).

Archivi Senato/Camera: Dossier Servizio Studi su relazioni bilaterali e cooperazione di polizia.

Portale MAECI: Bandi “Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica Italia-Israele” (Programmi 2023-2025).

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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