L’Agro Aversano è una terra che parla una lingua antica, fatta di agricoltura e resistenza. In comuni come Villa di Briano e San Marcellino, il paesaggio rurale non è solo uno sfondo, ma l’essenza stessa dell’identità locale. Queste zone, cuore pulsante della provincia di Caserta, sono storicamente vocate alla coltivazione della vite, dove il legame con la terra è sopravvissuto ai cambiamenti e alle vicende accadute nei secoli. Proprio in questo contesto si inserisce Cantine Palazzo Marchesale, un’azienda che è molto più di una semplice cantina: è il racconto vivente delle famiglie Benfidi e Vanacore, che allevano uve sin dall’inizio dell’800.
Cantine Palazzo Marchesale: non solo Asprinio di Aversa
Naturalmente, in questo fazzoletto dell’Ager Aversano, l’occhio cade inevitabilmente sulle Alberate Aversane, la cui storia è avvolta nel mito e le sue radici sono profondamente intrecciate alla presenza Etrusca in Campania e di cui Cantine Palazzo Marchesale detiene memoria e tradizione, grazie alle sue viti di Asprinio a piede franco proprio nel comune di San Marcellino, per la cui vendemmia verticale ed eroica occorre, assieme a mani esperte, anche l’uso dello scalillo.

Al di là di questa straordinaria cultivar, visto il tema e l’assaggio, è bene però fare opportuna menzione di un’altra vite di pregio che appartiene al distretto vitivinicolo casertano: il Pallagrello Nero.
Il Pallagrello Nero, un po’ di Storia
A differenza di molti vitigni campani che hanno radici greche, si pensa che il Pallagrello possa avere origini più settentrionali, forse portato a Caserta dagli esperti e dagli operai che lavoravano ai grandi cantieri borbonici del Settecento e che lasciano le origini ampelografiche avvolte in un alone di mistero. Quel che è certo è che, dopo essere quasi scomparso a causa della fillossera e dell’abbandono delle campagne nel dopoguerra, il Pallagrello è stato riscoperto negli anni ’90 grazie al lavoro di vignaioli appassionati, tornando oggi a essere un simbolo del casertano. Infatti, il Pallagrello Nero ha un retaggio a dir poco regale: era il preferito di Re Ferdinando IV di Borbone, lo amava a tal punto da inserirlo nella sua personale Vigna del Ventaglio, un vigneto sperimentale e monumentale voluto vicino alla Reggia di Caserta e al sito di San Leucio.


Il Rosso preferito del Re
All’epoca, spesso chiamato semplicemente Piedimonte, il vino che ne scaturiva godeva di una fama straordinaria, sostenuta sia da poeti che da naturalisti che ne celebravano le doti: sebbene cronologicamente precedente al tempo, Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III, grazie alle sue descrizioni dei vini “di Piedimonte”, gettò le basi per la fama che il vitigno avrebbe poi consolidato durante il periodo borbonico come vino da intenditori
Il Rosso del Re decantato per secoli
Il poeta Nicolò Giovo, nel 1729, dedicò alcuni versi celebrativi a questo “nobile ed antico vino“, sottolineandone l’eleganza e la superiorità rispetto ad altri; Nicola Columella Onorati, importante frate e agronomo napoletano, nei suoi trattati agricoli di fine ‘700 e inizio ‘800 descrisse con precisione le varietà coltivate nel Regno delle Due Sicilie, contribuendo a catalogare le doti agronomiche del Pallagrello e la sua adattabilità ai terreni casertani; last but not least, lo stesso re Ferdinando IV di Borbone, sebbene non fosse uno scrittore, fu il principale promotore del vitigno. Il re lo amava al punto da volerlo come protagonista nel prestigioso vigneto sperimentale progettato da John Andrew Graefer e, sulle tavole di corte e nei menu dei banchetti reali, il Pallagrello era sempre presente come una delle eccellenze del Regno.

Oggi ne riconosciamo la straordinarietà e il potenziale: è comunque un vitigno vigoroso con una germogliazione medio-precoce e una maturazione tardiva, che solitamente avviene nella seconda decade di ottobre e le Cantine Palazzo Marchesale lo omaggiano producendo il Rosso del Re.
Il Rosso del Re di Cantine Palazzo Marchesale
Il Rosso del Re Igt Campania 2019 di Cantine Palazzo Marchesale visivamente si presenta con un colore rosso rubino compatto e intenso, senza unghia ma decisamente consistente. La semplice assenza del sottile bordo che si forma dove il vino tocca il vetro, quando si inclina il calice, costituisce già di per sé un fattore di maturazione ben lungi dall’essere stata raggiunta.
Violetta, fragoline di bosco e uno scampolo di rosa canina si fondono in un voluttuoso abbraccio tra floreale e fruttato che si rincorrono fino a condurre il naso verso i riconoscimenti di mora di rovo, mirtillo e ribes nero, un soffio di ciliegia sotto spirito, con un finale non ancora del tutto espresso e dischiuso e che si caratterizza entro le note di polvere da sparo e grafite, pepe nero e una lievissima percezione di goudron.
Ingresso tannico, ma con garbo, buona matericità, poi sapido e saporito con succosa freschezza a chiudere il sorso, abbastanza lungo e con tutte le note fruttate confermate e sfumature di speziato percepite precedentemente. Serio, austero e verticale, porta gioia e soddisfazione palatale su un bel piatto fumante di paccheri al polpo ubriaco.
