“Il 4 dicembre noi seppelliamo questo governo e la sua ridicola riforma sotto una valanga di No e il giorno dopo ricostruiamo. E anche qui voglio essere chiara: se Sergio Mattarella, il giorno dopo che Renzi viene sconfitto, dovesse rivelarsi un Giorgio Napolitano qualunque e impedirci di andare a votare, noi richiameremo la mobilitazione…”.
Era il 2016 e a pronunciare quanto sopra era una Giorgia Meloni d’opposizione, pronta a dare battaglia in nome della sovranità popolare. Oggi, con i risultati del referendum sulla magistratura, appena cristallizzati dal voto del 22 e 23 marzo 2026, quella dichiarazione di un decennio fa risuona come un monito che non ammette amnesie.

I dati definitivi del Ministero dell’Interno certificano il crollo: il “No” ha sfondato il muro del 65% nelle grandi metropoli come Milano e Roma, con il record a Napoli del 75,5%, ma la vera notizia è l’affluenza giovanile: nella fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni, oltre il 61% ha votato per il no.
Le giovani generazioni sono tornate in massa alle urne, dimostrando plasticamente di essere elettori con un altissimo senso di responsabilità civile e non follower facilmente convincibili da una premier che partecipa alla trasmissione di Fedez, negando il voto ai fuori sede e facendosi desiderare dalla stampa professionale.
Pertanto l’elettorato giovanile ha saputo percepire la riforma per ciò che era realmente: un attacco all’equilibrio dei poteri.
L’esito alle urne è stato un verdetto netto, ma è il come che dovrebbe far tremare i palazzi romani in cui la severa lezione fa comprendere chiaramente che gli italiani vogliono essere governati con rettitudine e non comandati con presunzione, senso dell’impunità, dichiarazioni ambigue e contraddittorie, segno di una tale eccessiva sicurezza in questa campagna referendaria che la destra ha pensato bene di non rivolgersi a qualche buon spin doctor, tralasciando persino i benefici di una efficace closed loop communication.

Un atteggiamento politico alquanto bipolare, quello strategico della Meloni, tanto da restare impigliato tra due referendum: il primo, quello dello scorso anno, in cui invitava le persone ad andare al mare, piuttosto che a votare, è stato un vero capolavoro di disinteresse strategico indotto, malgrado temi vitali per i diritti dei lavoratori; la campagna della destra sul referendum costituzionale sulla magistratura, si è trasformata invece in una vera e propria inversione a U, promuovendo attivamente il voto, cercando altrettanto attivamente una polarizzazione che ha determinato anzitempo la valenza politica dello stesso, ad ogni costo e con un senso di urgenza assurda per una riforma mirante a stravolgere sette articoli della Costituzione.

Oggi la riforma pretesa è naufragata contro il muro di un’opinione pubblica che non è più disposta ad accettare deleghe in bianco: Il governo si è ritrovato schiacciato tra la sua proposta e l’incapacità di leggere un Paese che si sta muovendo in una direzione diversa, che si tratti di welfare, di politica estera, di diritti umani o di Costituzione.
Il terremoto politico è ben visibile tra le macerie referendarie dell’esecutivo!
Dalle dimissioni di Andrea Delmastro a quelle di Giusi Bartolozzi, fino alle auspicate dimissioni di Daniela Garnero Santanchè, giunte qualche ora fa, l’impressione generale è soltanto una: una disperata operazione di pulizia di immagine che vale, in credibilità, meno della riduzione di 25 cents sulle accise sbandierata a pochi giorni dal referendum.
Oggi, per restituire un minimo di credibilità forse, il ruolo del Colle si farebbe decisivo e chi sostiene la tesi della Meloni, sul non aver scommesso le sue dimissioni sul referendum, ne appoggia la pavidità, la mancanza di leadership e la aiuta non poco ad imboscare il peso politico di questa riforma, mascherata volutamente come una scelta tra destra e sinistra che non aveva ragion d’essere; fievole resta la voce dell’opposizione, indipendentemente dalla comunque ormai inutile mozione di sfiducia contro la Santanchè presentata alla Camera e al Senato, senza azzardare nemmeno all’ipotesi di attuazione dell’Articolo 88 della Costituzione: lo scioglimento delle Camere sarebbe l’atto dovuto quando il Parlamento non rispecchia più il sentimento del corpo elettorale su temi di rilevanza costituzionale e, se la coerenza avesse ancora un valore nella politica italiana, la strada dovrebbe essere già tracciata, fosse pure con un rimpasto, molto verosimilmente, o un nuovo incarico.

Il fatto che Renzi avesse messo in ballo le sue dimissioni in caso di sconfitta al referendum di 10 anni fa, mentre la Meloni no, ha poco rilievo stando ai risultati fallimentari sotto gli occhi di tutti oggigiorno. Esiste una sola differenza rilevante: nel 2016, il clima era polarizzato tra renzismo e l’anti-politica del M5S, partito decisivo per le elezioni anticipate. Nel 2026, a parte la democristianizzazione del M5S, se così si può chiamare, le opposizioni hanno assunto un atteggiamento più laissez-faire, operando al minimo sindacale e con l’incoscienza di chi non ha capito che dietro l’angolo c’è la riforma sul premierato: il governo infatti ha ufficialmente accelerato l’iter per la nuova legge elettorale, ribattezzata informalmente “Stabilicum”, con premio di maggioranza e niente preferenze; proprio il 24 marzo 2026 è iniziato alla Camera dei Deputati l’esame dei testi.
In definitiva, la realtà è che il Presidente della Repubblica non è un arbitro del consenso ma il garante della continuità istituzionale: privilegerà pertanto la stabilità in un modo o nell’altro e, finché la maggioranza numerica in Parlamento terrà e l’opposizione non vorrà fare per davvero il suo mestiere, l’Articolo 88 potrà restarsene nel cassetto, quando invece bisognerebbe almeno pretendere un reale miglioramento della Giustizia a mezzo di leggi ordinarie, il ripristino del reato di abuso di ufficio e una revisione solida delle leggi scritte da Nordio, approfittando di un clima decisamente imbarazzante, generato dai vertici istituzionali dimissionari e da quelli che proprio non ne vogliono sapere di andarsene.
