Per quanto non manchino evidenze di insediamenti primitivi, le tracce più evidenti della presenza umana nel territorio delle 5 Terre risalgono all’epoca romana, anche se i borghi attuali iniziarono a costituirsi intorno all’XI secolo.
Originariamente, così come in molte altre aree d’Italia, le popolazioni vivevano nell’entroterra per proteggersi dalle incursioni saracene e solo dopo la sconfitta delle orde piratesche le genti iniziarono a scendere verso il mare e colonizzare nuovamente la fascia costiera.

Tra il XIII e il XIV secolo, questi caratteristici borghi, a tratti sospesi tra il mare e la montagna, passarono sotto il controllo della Repubblica di Genova: tale periodo portò stabilità e uno sviluppo economico incentrato sul commercio marittimo, la pesca e sull’agricoltura specializzata; a quest’epoca di progresso si deve la costruzione delle principali chiese parrocchiali, tra cui Santuario di Nostra Signora di Soviore a Monterosso, tutt’oggi preesistenti e visitabili.
Si consideri che fino alla fine dell’Ottocento, le Cinque Terre erano raggiungibili quasi esclusivamente via mare o tramite angusti sentieri montani; fu la costruzione della linea ferroviaria Genova-La Spezia nel 1874 a rompere questo isolamento storico, in parte negativo per le connessioni, d’altra parte complice della bellezza pressoché inviolata del paesaggio, il cui elemento più distintivo è, oltre alle variopinte “case-torri”, la creazione dei terrazzamenti con muretti a secco; per secoli infatti, gli abitanti hanno letteralmente modellato e scolpito le colline per ricavare strisce di terra coltivabile, principalmente destinate a vigneti per la produzione del vino locale.

Dal 1997 i borghi di Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, costituenti le 5 Terre, sono diventati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco e nel 1999 hanno visto l’istituzione del Parco Nazionale delle Cinque Terre, custode della Macchia Mediterranea con presenza di lecci, sughere, pini marittimi, oltre a erbe aromatiche come, lavanda, rosmarino e timo, la presenza di falchi pellegrini, gabbiani reali, cormorani, oltre a cinghiali, volpi e piccoli rettili, la ricchezza in biodiversità del mare, perfetto per l’osservazione dei cetacei e per fare snorkeling, oltre alla vasta rete escursionistica, che include ilò famoso “Sentiero Azzurro” e, tra Riomaggiore e Manarola, la “Via dell’Amore”.
Particolarmente Manarola, spesso considerata la regina delle Cinque Terre per il suo fascino romantico e la sua posizione scenografica su una scogliera alta 70 metri, vede le sue radici corroborarsi proprio in epoca Romana e sembra che l’etimologia del suo nome derivi da Manium arula, in riferimento al piccolo altare dedicato ai Mani, gli dei della casa. Oltre al Manarola Viewpoint, è da visitare la Chiesa di San Lorenzo, il piccolo borgo marinaro con il porto e l’approdo delle barche e, dall’8 settembre a metà gennaio di ogni anno, Ilfamoso Presepe di Manarola, il presepe luminoso più grande al mondo, ricomprendo un’intera collina con oltre 300 figure a grandezza naturale, realizzato dall’ex ferroviere Mario Andreoli.
È proprio in questo superbo borgo delle Cinque Terre che, nel 1988, Alberto Cappellini, il quale è stato tra i fondatori della Cantina Sociale delle Cinque Terre nel 1973, e sua Germana Forlini fondarono la loro cantina, con l’intenzione di portare avanti una produzione vitivinicola artigianale e indipendente.
Oggi la cantina Forlini Cappellini è gestita da loro figlio Giacomo, il quale porta avanti la filosofia dei suoi genitori con impegno, passione e dedizione, gestendo poco più di un ettaro di proprietà, vitato con le tre cultivar locali, quindi Albarola, Bosco e Vermentino, allevate ad un’altitudine variabile tra i 100 e 350 metri dal livello del mare, grazie alle quali producono tre referenze tra cui il famosissimo, raro e prezioso Sciacchetrà, in un territorio stupendo dal clima mediterraneo, rapide escursioni termiche e buona ventilazione, che però richiede fatica manuale costante.
La bellezza dei terrazzamenti di Manarola è al tempo stesso l’ostilità che rende impraticabile l’uso dei macchinari e eroica la viticoltura: infatti la cantina Forlini Cappellini è inserita nel progetto vini estremi.
Le tre bottiglie, che costituiscono un’esigua e molto ricercata produzione, sono il Cinqueterre Doc, il Bucce e il Cinque Terre Sciacchetrà Riserva Doc. Tutti e tre i vini sono frutto delle tre uve locali con una pressoché diversificata modulazione percentuale, anche in virtù dell’annata, e pertanto mai uguali a loro stessi.

Il Cinqueterre Doc vede la vendemmia attorno alla prima decade di settembre compiuta, come per gli altri due vini, manualmente, in cassetta e con selezione in vigna. La vinificazione di questo bianco avviene in acciaio, a temperatura controllata, mentre la maturazione e l’affinamento avvengono in bottiglia per alcuni mesi; il Bucce è un bianco anarchico e senza denominazione, consentendo pertanto la completa padronanza di tutti i processi di vinificazione ed è l’unico a giovarsi, oltre alle tre uve provenienti dai nuovi impianti, dei grappoli di una vigna nata nel 1945.
E’ un vino ancor più unico che raro: ha bisogno che le bucce di svinatura dello sciacchetrà vengano maritate, per processo di macerazione, assieme al Cinqueterre Doc, per la durata di circa 45 giorni per poi essere svinato, pressando le vinacce in modo soffice, per dimorare in piccole botti di rovere per circa 12 mesi.
Perché gli acini vadano a maturazione fenolica, concentrando gli zuccheri, occorre attendere a Manarola la fine di settembre per poter vendemmiare la materia prima occorrente alla produzione dello Sciacchetrà della cantina Forlini Cappellini; la vinificazione avviene, dopo l’appassimento in locale ombreggiato e arieggiato, nel mese di novembre e l’affinamento in botti di rovere che non hanno nulla da cedere, consentendo ad esse di fare il loro mestiere, cioè il contenitore.
Sono vini assolutamente diversi tra loro, qualità che consente di assaporare il trittico di Albarola, Bosco e Vermentino, con sfumature proprie, il cui denominatore comune, oltre all’interpretazione dell’annata, è il sapido e l’umami che li rendono opulenti ed equamente frutto di una filosofia interpretativa che emula l’artigianalità contadina con il controllo rigoroso di una tecnica ancora più impegnativa, visto il rifiuto ad alcuni comfort enologici, che ai calici vedono un cipiglio di ostinazione e un riverbero luminoso e vivo di rustica eleganza e matericità al palato.
