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Cultura

L’atteggiamento politico di un governo tra due referendum

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo15 Marzo 2026Updated:19 Marzo 2026Nessun commento15 Mins Read
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Un giornalista non può essere imparziale, non sempre e non necessariamente deve: ciò è implicito nella legge n. 69 del 1963, che ne disciplina l’ordinamento della professione, stabilendo altresì che si può esercitare l’insopprimibile diritto alla libertà di espressione e di critica. Di fatto il giornalista può assumere un atteggiamento critico rispetto a quanto analizza e riporta, a patto di mantenere però gli obblighi di verità sostanziale dei fatti, garantendone la fedeltà e l’aderenza alla realtà con cui li riporta, adottando quindi continenza verbale e stabilire in tutta coscienza se vi sia un pubblico interesse nel dare la notizia. Esiste un giornalismo professionale, rispettoso delle normative e della deontologia con cui si esercita il mestiere, che talvolta impone di non essere imparziale, persino comprendendo che vi sia una responsabilità civile nel non esserlo. Non esiste comunque una imparzialità generalizzata o tale, anche perché non esiste un’unica realtà oggettiva per tutti.

Premesso ciò, si potrebbe affermare che la storia della partecipazione popolare ai referendum in Italia sembra muoversi su un binario morto, progettato con cura da chi detiene le leve del potere e sintomo di un forte senso di sfiducia verso le istituzioni, i partiti e la politica in generale. Guardando ai referendum del giugno dello scorso anno, anzitutto occorre ricordare che la tornata elettorale si è conclusa con il mancato raggiungimento del quorum, fermandosi a un’affluenza nazionale definitiva del 30,6%, a dimostrazione di un sentimento popolare diffuso che dimostra quanto affermato; inoltre, il ricordo più nitido non conduce verso il merito dei quesiti, ma al muro di gomma eretto dalle istituzioni per proteggere lo status quo.

In quella tornata abbiamo assistito a un capolavoro di disinteresse strategico, opportunamente pianificato con il gioco del silenzio e della distrazione: malgrado sul tavolo vi fossero temi vitali per i lavoratori, dalle tutele contro i licenziamenti illegittimi alla sicurezza negli appalti, fino alla riforma della cittadinanza, il governo scelse la via del silenzio. L’obiettivo era chiaro: neutralizzare l’iniziativa della CGIL e delle opposizioni non attraverso il merito, ma attraverso l’apatia. Il risultato fu una sconfitta tecnica che ha lasciato i cinque quesiti nel limbo del quorum non raggiunto.

L’utilità tradita: ciò che serviva davvero ai cittadini

Quei quesiti non erano astratti tecnicismi, ma strumenti di sopravvivenza quotidiana. Eliminare le storture del Jobs Act, la riforma fortemente voluta dal governo Renzi tra il 2014 e il 2015, limitando i contratti a tempo determinato significava restituire dignità e stabilità a milioni di precari condannati a un futuro incerto. Infatti, chiedere maggiore sicurezza negli appalti non era una mera battaglia burocratica, ma anche un tentativo disperato di fermare la strage silenziosa dei morti sul lavoro. Allo stesso modo, ridurre i tempi per la cittadinanza era un atto di giustizia e realtà per migliaia di persone che già vivono in Italia e contribuiscono al Paese. Il governo, ignorando queste necessità, ha voltato le spalle alle emergenze reali dei lavoratori e delle famiglie, preferendo tutelare gli interessi di chi trae profitto dalla precarietà e dal vuoto normativo di diritti che rende l’Italia il fanalino di coda europeo per stipendi reali e inclusione femminile. I quesiti del 2025 miravano a restituire dignità al lavoro e diritti a chi vive il Paese, ma sono stati sepolti sotto una coltre di indifferenza pilotata poiché, illo tempore, il potere percepiva il referendum come un fastidioso intoppo, presto risolto dalla strategia dell’astensionismo motivato da una ragione: se i cittadini non votano, il governo non deve giustificare le proprie scelte. È una forma di pigrizia democratica che trasforma un diritto costituzionale in un esercizio di frustrazione, confermando l’immagine di un palazzo che se ne frega dei bisogni reali della base.

La strategia del “non voto” è infatti lo strumento preferito di chi non vuole essere messo in discussione e non vuole tradire gli interessi delle lobby che questo governo, come quello di allora, vuole preservare, evitando un segnale politico di sfiducia, disinnescando la partecipazione.  

Tra le mosse tecniche più incisive c’è stata la gestione del calendario elettorale: Il governo decise di far svolgere i referendum l’8 e 9 giugno, facendoli coincidere con il secondo turno delle elezioni amministrative anziché con il primo. Poiché il primo turno coinvolgeva molti più comuni e cittadini, questa scelta ha ridotto drasticamente il numero di persone che si sarebbero recate alle urne “naturalmente”, isolando il voto referendario. Da mettere in conto anche l’invito esplicito a non votare o a “non ritirare la scheda” da parte del governo Meloni, trasformando così l’astensione da scelta passiva a atto politico consapevole: Giorgia Meloni, ricorderete, annunciò pubblicamente che si sarebbe recata al seggio solo “per rispetto istituzionale”, ma che non avrebbe ritirato le schede. Esercitando quello che ha definito un “diritto all’astensione”, ha dato un segnale fortissimo ai propri elettori: la consultazione non era degna di partecipazione. E tanto è valso anche per altri esponenti di spicco: Ignazio La Russa e ministri come Tajani invitarono apertamente i loro sostenitori a non partecipare, bollando i quesiti come battaglie ideologiche della sinistra e dei sindacati.

Inoltre, non devono essere sottovalutati il silenzio assordante e la censura mediatica, un peso estremamente rilevante e costituito anche dall’assenza di un dibattito pubblico; i promotori, come CGIL e comitati per la cittadinanza, denunciarono un oscuramento mediatico quasi totale, con la Rai e il servizio pubblico accusati di aver ignorato i referendum nei palinsesti informativi, segnalando episodi di limitazione alla campagna elettorale: dai flash mob bloccati alle denunce di censura su palchi importanti come quello del Concerto del Primo Maggio, dove ogni riferimento ai referendum è stato filtrato. Infine, puntando sul quorum allora, il governo seppe utilizzare la stanchezza democratica a proprio favore, rivendicando una vittoria politica senza mai entrare nel merito dei temi della sicurezza sul lavoro, della precarietà e della cittadinanza, definendo l’esito come una bocciatura dei cittadini nei confronti delle opposizioni, sfruttando il quorum come arma di difesa scongiurando la partecipazione alla democrazia diretta e simultaneamente come attacco verso le controparti, svuotando le urne e lasciando intatte le leggi contestate.

Il fallimento del quorum nel 2025 non è stato un incidente, ma il risultato di una strategia di disarmo democratico che oggi, in vista del referendum costituzionale sulla magistratura, si è trasformato in una vera e propria inversione a U.

Il cambio di tattica del governo Meloni è evidentemente caratterizzato dal passaggio del precedente silenzio all’attuale mobilitazione e da un elemento decisivo e distintivo; sulla presunta separazione delle carriere non esiste quorum, la riforma passa se i “Sì” superano i “No” ed è qui che la strategia si ribalta: il Governo promuove attivamente il voto, cercando attivamente la polarizzazione, poiché ogni elettore che resta a casa non aiuta più a far fallire il quesito, ma riduce la base del consenso necessario.

Gli studenti fuori sede come filtro preventivo

Per il referendum abrogativo con quorum, nel 2025 Il Governo si disse apparentemente favorevole al voto degli studenti fuori sede, generando di fatto l’astensionismo a mezzo di ostacoli comunicativi, confusione burocratica e una ridottissima finestra temporale, mettendo i cittadini nelle condizioni di dover presentare la domanda in pochissime ore, con la scusa di motivazioni tecniche complesse che non hanno consentito di organizzare il sistema. Oggi invece la scelta del governo per disinnescare il voto è più palese, negando esplicitamente l’estensione del voto a distanza per il prossimo referendum e la logica del governo Meloni è altrettanto chiara: imporre un filtro demografico ad arte, essendo i giovani più critici verso l’Esecutivo e più propensi a votare “No”. In definitiva questa esclusione, indotta o diretta, ha aiutato il governo a fugare il raggiungimento del quorum, mentre oggi lo aiuta a ridurre il potenziale fronte del “No”, che conterebbe circa 4,9 milioni di potenziali votanti.

In sintesi, il Governo gestisce la democrazia diretta come un interruttore: la spegne con l’astensionismo quando il popolo minaccia i suoi interessi, e la accende con la mobilitazione selettiva quando serve a legittimare il proprio potere. La strategia di oggi, oltre alle barriere logistiche al voto, è dettata anche dalla sovraesposizione da una comunicazione aggressiva: la premier e i ministri, particolarmente Nordio, sono passati all’attacco diretto, definendo la riforma una missione di “buon senso” per “liberare la magistratura dalla politica”. Mentre nel 2025 i comitati promotori denunciavano la censura, perfino sul palco del Primo Maggio, oggi il Governo utilizza ampiamente il servizio pubblico e i messaggi autogestiti per promuovere la separazione delle carriere e il sorteggio dei membri del CSM, con una massiccia occupazione dei palinsesti e sui social, facendo passare la propaganda per debunking e le ragioni delle opposizioni per bufale, semplificando una materia così complessa, come quella costituzionale, in una lotta tra modernizzazione ed efficientamento contro conservazione e lentezza, pretendendo di legittimare una riforma costituzionale che non ha ottenuto i 2/3 dei voti in Parlamento, rendendo necessario così il voto dei cittadini, creando una polarizzazione dell’opinione pubblica e ottenere così un mandato politico che bypassi il dialogo democratico con la magistratura e le opposizioni.

Il passaggio dal sabotaggio alla mobilitazione estrema dimostra che l’interesse del governo Meloni non è la partecipazione popolare, ma il controllo del risultato. In questo schema, i media non fungono da garanti dell’informazione, ma da amplificatori della convenienza del momento, una convenienza che probabilmente, come per lo scorso anno, è a discapito degli italiani che propenderebbero a votare “No”.

La riforma prevede lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Gli oppositori sostengono che ciò frammenti l’autogoverno dei magistrati, facilitando l’influenza del potere esecutivo. La creazione di due diversi Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i PM, è vista come uno spreco di risorse che genera “poltrone in più” e frammenta l’autogoverno, creando potenziali conflitti tra organi diversi. Tra l’altro, si sostiene che la terzietà del giudice sia un principio già ampiamente tutelato dalla Costituzione e dai codici vigenti, e che non dipenda dall’appartenenza a un ordine comune con il PM, ma dalla sua effettiva indipendenza nel processo

Molti critici, tra cui l’Associazione Nazionale Magistrati, temono che la creazione di un’alta corte disciplinare con membri di nomina politica possa essere usata per sanzionare o intimidire i magistrati “scomodi” al governo. Il rischio di infiltrazioni politiche è pertanto uno degli argomenti centrali del fronte del NO. La riforma aprirebbe la strada a un controllo indiretto del Governo e del Parlamento sulla magistratura in quanto prevede la creazione di un tribunale speciale per giudicare gli illeciti dei magistrati. Poiché i suoi membri sarebbero in parte nominati dal Parlamento, la “quota laica“, si teme che la politica possa usare i procedimenti disciplinari come arma di pressione o ritorsione contro i giudici che conducono indagini scomode; separando le carriere, il Pubblico Ministero non farebbe più parte dello stesso “ordine” dei giudici. Molti giuristi temono che un corpo di soli accusatori, privo della cultura dell’imparzialità tipica del giudice, finisca inevitabilmente per scivolare sotto l’influenza o la direzione del Ministero della Giustizia, come accade in Francia o negli USA, perdendo l’obbligatorietà dell’azione penale. Recentemente, il Capo di Gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, indagata dalla Procura di Roma per corruzione in atti giudiziari nell’ambito di un’inchiesta su presunte sentenze pilotate al Consiglio di Stato, ha pronunciato una frase che è diventata il caso politico della campagna referendaria: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”.

I sostenitori del NO affermano che una separazione di fatto esiste già e che renderla costituzionale servirebbe solo ad allontanare culturalmente il PM dal giudice, spingendo il primo verso un ruolo di “super-poliziotto” sotto il controllo del Ministero della Giustizia: infatti, molti giuristi, tra cui l’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick, temono che isolando i Pubblici Ministeri in un corpo separato si perda la loro “cultura della giurisdizione” (ovvero l’abitudine a cercare prove anche a favore dell’imputato), trasformandoli in accusatori puri sotto il potenziale controllo dell’esecutivo. È inoltre emerso che Carlo Nordio, nel 1992 e nel 1994, allora magistrato, firmò appelli pubblici contrari alla separazione delle carriere, difendendo l’unità della magistratura per garantire l’indipendenza del PM dall’esecutivo.

La proposta di eleggere i membri del CSM tramite sorteggio, già avanzata da Giorgio Almirante nel 1971, è vista come un attacco alla qualità professionale e alla rappresentanza democratica all’interno della magistratura, con il rischio di lasciare più spazio ai rappresentanti scelti dalla politica. Se i membri del CSM non vengono più scelti per merito o programmi elettorali dai colleghi, ma estratti a sorte, il “peso” dei membri nominati dalla politica, i laici, aumenterebbe proporzionalmente. In un organo guidato dal caso, i componenti politici, che invece rispondono a strategie precise, avrebbero gioco facile nel dettare l’agenda e influenzare le nomine dei capi degli uffici giudiziari come Procuratori e Presidenti di Tribunale.

Diversi partiti, come il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, e i sindacati, CGIL in primis, sostengono che la riforma non accorci i tempi dei processi né aiuti i cittadini, ma serva solo a regolare i conti tra politica e magistratura. Lo stesso Nordio ha ammesso che, qualora passasse la riforma, non vi sarebbe alcuna risoluzione dei problemi reali.

Se si volesse partire da due frasi pronunciate da Montesquieu, come “non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo” e “tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati“, ci sarebbero poche altre considerazioni da fare, salvo che in circostanze del genere, più che ottenere delle risposte, basterebbe porsi dei ragionevoli dubbi e le opportune domande.

Dover avvisare 2 ore prima di una perquisizione serve al cittadino onesto o al delinquente? L’interrogazione preventiva 5 giorni prima dell’arresto tutela il cittadino o favorisce chi ha commesso un reato? Chi ha voluto queste due leggi è stato mosso da un sincero e irrefrenabile stimolo nel voler aiutare il sistema giustizia in Italia? La lettura da parte degli indagati dei nomi dei testimoni li tutela o li spinge sistematicamente verso una forma severa di omertà?

La riduzione delle intercettazioni protegge i diritti dei cittadini o limita gli strumenti contro la criminalità? Pertanto la stessa abolizione dei trojan, i captatori informatici, nei casi di corruzione aiuta il cittadino o chi delinque?

Far pagare solo il 30% del danno erariale a chi lo commette e il restante 70% allo Stato, cioè a tutti i cittadini, è una misura a tutela del cittadino o del responsabile? L’abolizione dell’abuso d’ufficio è una garanzia per i cittadini o un vantaggio per chi sbaglia?

La modifica della Corte dei Conti, firmata da Paolo Barelli, già condannato dalla stessa Corte a restituire 465 mila euro per doppia fatturazione, è nell’interesse del cittadino o di altro?

Per poter rispondere a queste domande basterebbe un pizzico di riflessione e buon senso. Si tratta comunque di modificare ben sette articoli costituzionali, qualora dovessero vincere i proponenti del referendum: con l’Articolo 102 verrebbe modificato per istituire l’Alta Corte disciplinare, l’organo esterno ai CSM che giudicherà gli illeciti dei magistrati; l’Articolo 104 introdurrebbe lo sdoppiamento del CSM in Consiglio Superiore della Magistratura Giudicante e Consiglio Superiore della Magistratura Inquirente, entrambi presieduti dal Capo dello Stato; l’Articolo 105: ridistribuirebbe le funzioni, come assunzioni, assegnazioni e trasferimenti, tra i due nuovi Consigli, ma toglie loro il potere disciplinare; l’Articolo 106 sancirebbe la separazione delle carriere stabilendo che si entra in magistratura tramite concorsi distinti per giudici o PM; l’Articolo 107 specificherebbe che i magistrati saranno inamovibili, ma distinguerebbe tra le due carriere separate, confermando che il PM gode delle garanzie stabilite dalle norme sull’ordinamento giudiziario, ma in un corpo a parte; l’Articolo 108: verrebbe modificato per stabilire che la legge dovrà assicurare l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali e dei PM presso di esse, adeguandosi al nuovo sistema e, infine, l’Articolo 110 aggiornerebbe le competenze del Ministro della Giustizia, che dovrà interfacciarsi con entrambi i Consigli per l’organizzazione dei servizi.

Eppure, se si volesse davvero migliorare il davvero sistema giudiziario, basterebbe la legge ordinaria, uno strumento decisamente valido che potrebbe effettivamente incidere sulla velocità dei processi e sulla vita dei cittadini, intervenendo direttamente sui codici di procedura civile e penale.

In un’Italia che sin troppo spesso tende a dimenticare i suoi martiri tra gli effettivi servitori della Nazione alla lotta contro le mafie e la corruzione, forse sarebbe d’uopo un parallelo tra quanto accadeva a Giovanni Falcone nel 1988 e come viene trattato Nicola Gratteri oggi.

Falcone fu duramente per le sue apparizioni in TV e per il suo rapporto con i media, accusato di cercare popolarità e Gratteri riceve critiche simili, spesso accusato di essere un “magistrato-sceriffo”, di scrivere troppi libri e di partecipare a troppi talk show, con l’implicazione che ciò ne comprometta l’imparzialità.  Il momento di maggior isolamento di Falcone fu la scelta del CSM del 1988, che gli preferì Antonino Meli, per criteri di mera anzianità, alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, smantellando di fatto il “pool antimafia“. In egual misura per Gratteri, le sue ripetute bocciature da parte del CSM per ruoli apicali, come la Procura Nazionale Antimafia o la Procura di Milano, vedrebbero un tentativo della politica di arginare un magistrato non allineato. Contro Falcone si usava spesso la burocrazia e il rigido rispetto gerarchico per impedirgli di applicare i suoi metodi innovativi, come il metodo “follow the money”, Gratteri viene ritenuto dalla destra una figura con troppo peso decisionale e dal canto suo sostiene che con queste regole le grandi inchieste di ‘ndrangheta diventerebbero impossibili da concludere.

Per questi politici che si sono inventati un referendum probabilmente inutile e costoso, apparentemente pensato per un appena 0,4% dei magistrati che scelgono di cambiare funzione, piuttosto che prodigarsi per risolvere i problemi reali del Paese, il Diritto Internazionale vale fino a un certo punto, figuriamoci la Costituzione Italiana.

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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