A Ferrara un viaggio lungo il percorso artistico di uno dei più grandi maestri del Novecento
“Sento che il nostro problema oggi è soltanto uno: unirci. Radunare quello che resta di noi dopo il disastro, riempire i nostri cuori di propositi nobili”. Questa frase, pronunciata dall’artista Marc Chagall nel suo discorso tenuto al ricevimento del Comitato degli scrittori e artisti ebrei, organizzato in suo onore a New York nel maggio del 1947, accompagna il suo quadro, La Pace, dipinto nel 1949, posto a conclusione della mostra Chagall, testimone del suo tempo allestita a Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino all’8 febbraio.
Il quadro, piuttosto grande, rappresenta una colomba bianca che regge con le zampe un quaderno aperto sulle cui pagine bianche campeggiano le parole La Vie (la vita) e La Paix (la pace). Nell’angolo in basso a sinistra una coppia di amanti, a simboleggiare l’amore, sullo sfondo di un piccolo villaggio (elemento spesso presente nelle opere del pittore), mentre in alto vola una sorta di cherubino, appena abbozzato.
La mostra, che comprende 200 opere tra dipinti, disegni e incisioni (alcuni presentati per la prima volta in Italia), si sviluppa in 10 sezioni, fra cui 2 sale immersive che permettono di ammirare le opere dell’artista (il soffitto dell’Opéra di Parigi e le vetrate realizzate per la sinagoga Hadassah) in maniera più coinvolgente e spettacolare, grazie anche all’uso delle luci e dei suoni. Questo percorso aiuta a conoscere meglio e più da vicino un artista che, pur attraversando un’epoca di profondi sconvolgimenti e di tragedie mondiali, vissute anche in prima persona, non abbandona mai la speranza nel fatto che la pace e la comprensione reciproca possano trionfare, forse anche grazie all’aiuto dell’arte, la cui bellezza è capace di elevare l’animo umano e spingerlo verso sentimenti positivi.
Le opere di Chagall conquistano il pubblico per la loro capacità di affrontare temi universali, che toccano ogni essere umano: il sentimento di identità presente nei suoi paesaggi rurali, che rimandano alla sua terra d’origine e rievocano la sua Vitebsk, affollati di piccole casette, cupole ortodosse, galli, asini, capre e mucche, rabbini e violinisti; la disperazione dell’esilio e dello sradicamento dalla propria terra natale, presente nell’opera Exodus che unisce elementi biblici e attualità, creando un continuum fra l’esodo degli ebrei dall’Egitto e la loro fuga dalle persecuzioni naziste; le mille sfaccettature dell’animo umano, le sue trasformazioni e la sua complessità, ma anche la fatica dell’esistenza, che spesso impone di indossare una maschera, trovano espressione nei ritratti, in cui i volti si sdoppiano e si moltiplicano (grazie anche all’uso degli specchi nell’allestimento della mostra) e in cui il colore non è più quello naturale, ma è quello che riflette le emozioni del personaggio (il blu per la meditazione, il verde per la visione, il rosso per l’ardore creativo).
Nonostante le opere di Chagall ci facciano riflettere su questi temi, spesso scomodi e difficili da affrontare, il suo sguardo sognante e i suoi colori trasmettono un senso di positività e una gioia di vivere che troviamo espressa soprattutto nelle tele dedicate ai fiori. Si tratta però solo apparentemente di semplici composizioni floreali: nell’immaginario di Chagal, infatti, il vaso stesso ha un significato simbolico, è un contenitore che può essere facilmente spostato e collocato nei contesti più strani, richiamando così l’idea dello spostamento e dell’esodo e creando un senso di stradicamento. Anche la bellezza stessa che il vaso contiene, i fiori, sono senza radici e destinati a morire presto, perciò pur nella loro bellezza piena di vitalità, ci ricordano la fragilità e l’impermanenza dell’esistenza.
Nonostante le sfide poste dalla vita sul suo cammino, Chagall continua però ad avere uno sguardo positivo, capace di riadattarsi a nuove situazioni e nuovi ambienti, che rielabora rimanendo pur sempre fedele alle sue origini e mantenendo la fiducia nell’idea che le culture antiche condividano linguaggi e radici comuni. È così, quando a Parigi gli viene chiesto di illustrare le favole de La Fontaine, Chagall riesce a trovare il filo che collega il suo universo immaginario con quello dell’autore francese. Il risultato sono le incisioni esposte nella mostra di Ferrara, dove l’artista, cresciuto in una comunità chassidica permeata da una forte spiritualità e da antichi racconti che custodiscono significati nascosti, rielabora quell’antica saggezza mettendola in dialogo con la favolistica francese, a dimostrazione che le antiche tradizioni si completano e arricchiscono a vicenda creando un prodotto che sia capace di aprirsi al mondo e ai suoi cambiamenti pur restando collegato alle proprie origini. Le tradizioni dunque non sono qualcosa da portarsi dietro come un peso, bensì ciò che ci aiuta ad affrontare meglio il presente.
Questo legame tra culture diverse e il dialogo fra mondi apparentemente distanti tra loro, viene riaffermato anche nelle opere dedicate a Parigi, dove l’artista torna dopo l’esilio americano. L’architettura della città viene rivista da Chagall attraverso le lenti del sentimento e così i monumenti, le piazze, i simboli stessi della città, popolati dalle figure che hanno sempre caratterizzato l’immaginario dell’artista, diventano simboli affettivi e assumono carattere universale. E sempre nel Mediterraneo Chagall trova il suo ultimo rifugio: ennesima personificazione dell’ebreo errante, l’artista trova finalmente un posto da chiamare “casa” nel Sud della Francia, dove rimane affascinato dai colori e dai paesaggi, che sono per lui nuova fonte di ispirazione e che gli permettono di trasformare in bellezza le sofferenze patite.
Per tutti questi motivi, La Pace, posto alla fine del percorso espositivo, risulta essere la summa della parabola del pittore: dipinto al ritorno dall’esilio americano, dopo anni vissuti da sradicato, Chagall affida a questo quadro un messaggio di speranza. Nonostante gli anni trascorsi lontano dalla sua terra e avendo conosciuto la fuga, l’esilio, il dolore per la perdita della patria, e anzi forse grazie a questa esperienza, Chagall sa quanto sia preziosa la pace e riesce a trasformare il dolore in bellezza, fedele all’idea che l’arte possa vincere sulle tragedie e le brutture del mondo.
Mai come oggi questo percorso creativo e le conclusioni a cui approda risultano essere attuali. Soprattutto perché Chagall, nel suo essere russo ed ebreo, ci ricorda inevitabilmente i due principali conflitti che hanno sconvolto (e continuano a sconvolgere) l’opinione pubblica in questi ultimi anni. Purtroppo però, in un momento in cui le voci di coloro che chiedono la pace risultano inascolatate e vengono soffocate da interessi geopolitici ed econonomici che mettono a nudo la mancanza di una reale volontà di risolvere i conflitti, la bellezza dell’arte appare solo come un dorato rifugio, quasi avulso dalla realtà, un luogo in cui poter momentaneamente dimenticare le tragedie che ci circondano e sperare (o forse illuderci) che tale bellezza possa – come pensava Chagall – salvarci dall’orrore.
“Chagall, testimone del suo tempo”
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
11 ottobre 2025 – 8 febbraio 2026
