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RITORNO AL TEATRO DELLE OMBRE

Piero CastellanoBy Piero Castellano20 Dicembre 2025Updated:21 Dicembre 2025Nessun commento9 Mins Read
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teatro delle ombre Foto di Piero Castellano
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Era il 2012.

L’estate di Ankara era fresca, l’aria della città, svuotata degli studenti in vacanza e dei burocrati al mare, aveva ritrovato la pulizia secca dei suoi mille metri di altitudine.

Al tramonto il cielo era punteggiato dalle luci del Ramadan tra i minareti e dal richiamo dei muezzin che segnava l’ora dell’iftar, la cena rituale che interrompe il digiuno diurno, e che in Italia chiameremmo piuttosto cenone. Il contrasto tra la città moderna e laica e le recenti moschee costruite a imitazione di quelle di Istanbul rendeva l’atmosfera orientaleggiante vagamente surreale.

Una di quelle sere, ero in un parco per assistere ad un evento teatrale, per lavoro. Come fotogiornalista freelance, con un accredito annuale che richiedeva articoli pubblicati regolarmente, speravo di fotografare un antico intrattenimento ottomano, sicuramente il rituale del Ramadan più amato dai bambini: il teatro delle ombre.

La storia era bella e prometteva bene: era sulla tradizione universale del teatro di burattini, che nell’Impero Ottomano veniva messa in scena controluce, con le ombre delle figurine trasparenti dei protagonisti proiettate su uno schermo di seta. Le commedie si basano su due personaggi chiamati Karagöz e Hacivat, realmente esistiti nel XIV secolo a Bursa, l’allora capitale dell’Impero, e giustiziati per la loro irriverenza verso il potere, una costante nelle varie tradizioni dei teatri di burattini.

Nonostante si fosse evoluta in un sofisticato genere teatrale, era un’arte che stava scomparendo, e molti in Turchia nemmeno sapevano che esistesse ancora. La storia che volevo raccontare però non era sulla sua sopravvivenza, ma sulla sua evoluzione: una giovane attrice di teatro, Müzeyyen Nalkesen, era riuscita a convincere un Maestro del teatro delle ombre a prenderla come apprendista, e stava per diventare la prima animatrice donna della storia. Scoprii che viveva ad Ankara, dove aveva un negozietto di artigianato dedicato a Karagöz e Hacivat in un antico han, un caravanserraglio urbano, nella cinta del Castello di Ankara, e mi misi in contatto con lei.

Non parlava inglese, il mio turco era ancora meno che elementare e non avevo ancora costituito la rete di fantastici interpreti, traduttori e fixer che mi avrebbe aiutato nei momenti più difficili, ma l’inglese della brillante cugina di Müzeyyen salvò la situazione.

Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, foto di Piero Castellano
Teatro delle ombre, Photo di Piero Castellano

Insieme salimmo al castello di Ankara per visitare il suo negozio, dove potei vedere e fotografare Müzeyyen che creava i suoi personaggi, e poi li animava con il suo Maestro, per la gioia del pubblico di bambini e genitori. E in quella sera d’estate nel Gençlik Park fotografai per la prima volta uno spettacolo pubblico del teatro di Karagöz e Hacivat.

La fotogallery che uscì su Repubblica fu il mio primo successo da freelance ad Ankara, e l’articolo per Mediterranea attirò l’attenzione dell’Ambasciata turca in Italia, dove fu tradotto e inviato al Direttorato per la Stampa e l’Informazione, che lo ripubblicò. Grazie a questa traduzione, Müzeyyen potè leggerlo senza interpreti e mi ringraziò per aver descritto fedelmente la sua storia e la sua arte. Mi feci promettere che mi avrebbe richiamato a ottobre, alla fine del suo apprendistato, per farmi fotografare la cerimonia in cui avrebbe ricevuto lo scialle simbolo dello status di Maestro.

Ma quella telefonata non arrivò mai.

Invece, vidi tutti i riferimenti a Karagöz e Hacivat sparire improvvisamente dai profili di Müzeyyen sui social media. Chiuse il negozio al Castello, lasciò Ankara e si trasferì in un’altra città. Non la rividi né cercai spiegazioni, perché purtroppo immaginavo cosa fosse successo. In seguito sua cugina, che era diventata una cara amica, confermò i miei timori alludendo a problemi sul posto di lavoro, il tipo di problemi molto comune a giovani donne che non accettano compromessi.

È impossibile immaginare lo stato d’animo di Müzeyyen. L’apprendistato aveva richiesto dedizione e sacrifici, e uno stile di vita molto diverso da quello dei suoi coetanei. Spostarsi in una nuova città sarà stato il cambiamento più semplice, e il modo più veloce per ricominciare.

Per motivi molto diversi, anche io smisi di seguire il teatro delle ombre: proprio in quel periodo la situazione politica della Turchia precipitò, e improvvisamente i media con cui lavoravo iniziarono a chiedere solo storie sulle proteste, sulla repressione e sugli eventi che avrebbero stravolto il paese.

Di tanto in tanto, tra un collegamento con l’Australia e uscite in strada a fotografare manifestazioni e scene di attentati, intravedevo sui social i flash dalla nuova vita di Müzeyyen, come fotogrammi di un film che non stavo seguendo: il nuovo, gigantesco fidanzato, il van Volkswagen che restauravano insieme, i viaggi on the road e gli occasionali spettacoli di burattini che improvvisava nei villaggi. Ma mai del teatro delle ombre: solo i Maestri possono mettere in scena Karagöz e Hacivat.

I flash continuarono anche dopo il mio ritorno in Italia, ma più regolari: il matrimonio, la prima bimba, poi la seconda, il trasloco in una città sui Dardanelli, e quegli avvenimenti che marcano la vita di una famiglia normale, come siamo abituati a vedere sulle nostre timeline. Pensavo spesso alla storia che avevo raccontato, perché una foto dei due personaggi di Bursa decora la mia nuova casa genovese, ma solo il ricordo li collegava alla loro creatrice, ora impegnata a gestire le altre due sue creature, sicuramente più adorabili di Karagöz e Hacivat, ma probabilmente altrettanto irriverenti.

Anche la mia vita era cambiata ma continuavo a tornare regolarmente ad Ankara, restando in contatto con amici, colleghi e ahimé, il mio dentista. In una di queste occasioni, ritrovai la cugina di Müzeyyen, ma quando chiesi di lei, la risposta mi lasciò

a bocca aperta. Con un sorriso da cospiratrice, la cugina mi confidò notizie molto diverse da quelle che mi aspettavo: dodici anni, un marito e due figlie dopo, Müzeyyen aveva incontrato un altro Maestro del teatro delle ombre, e aveva ricominciato il suo apprendistato. “Controlla spesso il suo profilo Instagram,” mi raccomandò prima di salutarmi. “Presto ci saranno novità…”

E infatti, tra le foto e i video di Müzeyyen con la sua famiglia tornarono Karagöz e Hacivat, prima dipinti sui muri di un locale che stavano ristrutturando e dipingendo a colori sgargianti, poi come figurine in costruzione, e finalmente annunciando l’apertura di un atelier dedicato a spettacoli e workshop del teatro delle ombre.

Non avevo altra scelta che raccontare la seconda parte della storia, e scattare nuove foto: il viaggio in moto in Turchia nell’agosto 2025 era già in programma, ma cambiai itinerario e puntai su Çanakkale, la città sui Dardanelli dove abita Müzeyyen.

Sapevo che si sarebbe ricordata di me, ma l’accoglienza fu quella riservata ai vecchi amici: sembrava che fosse passato un secolo, e al tempo stesso che tutto fosse successo ieri. Avevamo 13 anni da raccontarci, ma quello che mi rivelò fu incredibile: la sua vita era stata cambiata dal mio articolo per Mediterranea.

La traduzione del Direttorato per la Stampa aveva attirato l’attenzione dei media turchi, e la storia della prima Karagözcu donna, in una Turchia ansiosa di uguaglianza e orgogliosa della sua modernità non poteva essere raccontata solo da un giornalista straniero. Grazie a quell’articolo, da un giorno all’altro Müzeyyen si era vista sommergere da richieste di interviste e inviti in televisione. La comunità del teatro delle ombre aveva beneficiato dell’interesse dei media, e Müzeyyen era diventata nota come una di loro. Quando sembrava che avesse rinunciato al suo sogno, riuscì invece a preservare la rete di contatti tra i Karagözcu, e appena ne ebbe l’occasione ricominciò l’apprendistato.

Gli anni passati sulla strada, il matrimonio, la nuova città, le due figlie non l’avevano mai distratta dal suo obiettivo: fondare il suo teatro, diventare finalmente un Maestro e tramandare a sua volta la tradizione ai suoi apprendisti.

Fotografai Müzeyyen con le figurine dei suoi personaggi e il piccolo museo nel suo teatro/atelier. Dovevamo avere entrambi qualcosa negli occhi quando il mio obiettivo colse la figlia di 10 anni maneggiare Karagöz e Hacivat come sua madre tredici anni prima.

La storia si stava compiendo, e il mio ruolo non era stato solo quello che credevo, ma non era ancora finito. Quando stavamo per salutarci, Müzeyyen mi comunicò, con la calma di chi ha dovuto aspettare tredici anni, che sarei dovuto tornare due settimane dopo: aveva appena saputo la data della sua iniziazione, e io dovevo esserci per fotografarla.

Non potevo darle torto, e la tappa finale del mio viaggio in moto fu di nuovo Çanakkale.

La sera di fine estate nel parco sulla sponda dei Dardanelli era afosa, temperata dalla brezza marina.

L’intera famiglia di Müzeyyen, arrivata da tutto il Paese, sedeva in prima fila, circondata dal pubblico di bambini. L’atmosfera da ultima festa prima dell’imminente catastrofe del ritorno a scuola era appropriata al finale di una storia cominciata prima che nascessero.

Müzeyyen animò i suoi personaggi con la fredda calma di chi assapora gli ultimi momenti di una sofferenza che sta per finire, sotto l’occhio severo del suo Maestro, Mehmet Tahir Ikiler. Solo dopo aver risposto alle formule di rito, al momento di ricevere lo scialle simbolo dei Maestri Karagözcu, cedette all’emozione, consolata dal Maestro dall’aspetto di Mangiafuoco e dal cuore altrettanto tenero.

La mattina dopo attraversai i Dardanelli e tornai in Italia, carico di foto, di ricordi e della consapevolezza di aver non solo assistito, ma partecipato alla rinascita di una tradizione. Una rivista di cultura mediterranea, che per definizione comprende e integra un mosaico di tradizioni diverse su tre continenti, è stata la scena di una vicenda umana che ha intersecato l’evoluzione e la trasmissione di un’antica arte.

Ma la storia della nuova Maestra del Teatro delle Ombre Müzeyyen Aslan, con il cognome del marito, è appena cominciata. Con l’aiuto della figlia Diren, la sua prima apprendista, continua a mettere in scena spettacoli nel suo teatro, a due passi dai traghetti per l’Europa. Karagöz e Hacivat aspettano nelle loro scatole di legno, pronti a mostrarsi a spettatori che vogliano riconoscersi nelle loro ombre.

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Piero Castellano

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