Il 27 ottobre scorso si è tenuta, presso la libreria Feltrinelli di Piazza dei Martiri, nell’elegante quartiere di Chiaia a Napoli, la presentazione della nuovissima edizione del libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro.
Con la moderazione di Antonio Puzzi, la presenza dello stesso autore, già miglior giornalista italiano nel 2008 per il Premio Veronelli, di Santa di Salvo, di Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, che ha curato la prefazione del libro, e di Alfonso Pecoraro Scanio, hanno partecipato alla presentazione de “La cucina napoletana” i maggiori protagonisti dell’enogastronomia regionale, la stampa specializzata e un nutrito pubblico di curiosi e appassionati dell’arte culinaria.
Nella sua nuova veste editoriale, “La cucina napoletana” costituisce una pressofusione cerusica di storia e cultura, ricette e aneddoti, con i piatti più caratteristi assieme ai nuovi classici per coniugare la tradizione con la modernità, tratto distintivo di una cultura del cibo che rinnova sé stessa da secoli, non già da ora, e per questo considerata estemporanea dai palati più dotti e raffinati.

La componente più inedita del libro è costituita proprio dalla sezione dei nuovi classici della cucina napoletana: un gustoso vademecum di ricette entro il saggio che contempla i principali protagonisti del gotha gastronomico della Campania, regione dalla grandissima biodiversità e un invidiabile numero tra ristoranti stellati per la Guida Michelin, prodotti a marchio di origine e presidi Slow Food. Giusto per citare alcuni tra gli interpreti della cucina napoletana moderna, Rosanna Marziale, con la sua palla di mozzarella con tagliolini al basilico, Peppe Guida, che raddoppia con gli spaghetti al prezzemolo e colatura di alici e gli spaghettini in acqua di limone e provolone del monaco, Nino di Costanzo e la sua pasta e patate, Ernesto Iaccarino, con il Vesuvio di rigatoni, Gennaro Esposito, con la parmigiana di pesce bandiera, e Antonio Dipino con le melanzane al cioccolato.
Dalla cucina pitagorica ai monsù, fino ai giorni nostri, attraverso il libro rivivono non soltanto gli elementi di una cucina costantemente in bilico tra miseria e nobiltà, in un costante rimescolio tra popolo e piani alti, quasi simbiotico, ma emergono persino i tratti più distintivi della napoletanità: la cultura anarcoide, l’arte di arrangiarsi e l’ostinazione a vivere il presente.
E al presente appartiene anche l’intramontabile capacità della cucina napoletana di autorigenerarsi, non attraverso il cibo bensì ‘o magnà: infatti, persino la definizione in lingua napoletana di tutto quello che sta a indicare ciò che è idoneo all’alimentazione non costituisce un sostantivo generico, bensì con un present progressive partenopeo, un tempo verbale usato per descrivere l’azione in corso nel momento in cui si parla, situazioni mangerecce temporanee, o piani per il futuro prossimo, aggiungendo l’articolo determinativo al troncamento del verbo declinato all’infinito, ‘o magnàper l’appunto. Sarà per questo che non si finisce mai di imparare, parlare e reinventare la Cucina Napoletana, e neanche ci si stanca mai nel leggerla e a mangiarla.
