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Conclusa la prima fase del piano Trump su Gaza, intervista a Luca Foschi inviato in Palestina

redazioneBy redazione15 Ottobre 2025Nessun commento7 Mins Read
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La prima fase della “pace eterna” di Trump si è conclusa con la liberazione degli ostaggi e circa 2000 prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane. Finalmente un momento di speranza e sollievo per tutti, almeno per ora.

Dopo un inizio con cardiopalma si è dato inizio al piano Trump con la ratifica del consiglio dei ministri del governo israeliano. Una riunione fiume che ha assegnato, come da copione, le parti in commedia. I ministri dell’estrema destra messianica Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che rappresentano due partiti di minoranza con 13 seggi alla Knesset – minoranza che può far crollare il governo-, hanno votato no all’accordo. Tutto prevedibile, ognuno sta al suo posto, rimandando il più possibile le elezioni politiche, non si sa mai.

Abbiamo intervistato Luca Foschi, giornalista di lungo corso, profondo conoscitore dell’area mediorientale. E’ appena tornato in Sardegna dopo tre mesi di lavoro come corrispondente di guerra per Avvenire e altri quotidiani nazionali.

Le domande sarebbero tante e il tempo è sempre poco, ma la prima riguarda chiaramente il piano Trump: sarà la volta buona per un accordo serio o si tratta di un cessate il fuoco senza altro futuro, o la promessa di Trump di un nuovo medioriente è reale?

Il nuovo medioriente a misura degli interessi americani, in perfetta consonanza con quelli israeliani.

A meno che non ci sia in arrivo un nuovo ordine mondiale, come prospettano altri.

Per ora l’America ha ripreso il controllo della situazione nell’area, così come Israele dal punto di vista bellico perlomeno. Israele ha accumulato parecchio spazio e potere dopo i successi militari contro il cosiddetto “asse della Resistenza”, ha fatto la pulizia necessaria per portare avanti i progetti di sviluppo americani e non solo.

L’elenco di paesi che hanno appoggiato il piano è importante, compresi Indonesia e Pakistan i paesi musulmani più popolosi al mondo, oltre ovviamente ai paesi arabi del golfo e i paesi del blocco occidentale, addirittura l’Iran si è dichiarato felice dell’accordo.

Certo, il consenso è molto ampio, bisogna vedere dopo. I paesi arabi continueranno ad appoggiare la nascita dello stato palestinese, avranno il coraggio di sostenere davvero la soluzione dei due stati?

Dopo la vittoria alle elezioni di Hamas a Gaza nel 2007, i palestinesi sono divisi dal punto di vista geografico e politico. Nonostante la guerra civile tra palestinesi, fortemente caldeggiata da Tel Aviv, il governo di Ramallah continuava a pagare gli stipendi per una fetta di funzionari pubblici a Gaza. Divisioni politiche forti non hanno impedito ai due territori di collaborare. L’intento di Israele era quello di creare divisione, secondo l’antico principio del “dividi et impera”, ha funzionato? I palestinesi della Cisgiordania sono un’altra cosa rispetto a Gaza?

Assolutamente no. I palestinesi della Cisgiordania si sentono uniti a quelli di Gaza, al netto delle differenze tra le élite politiche, il popolo è un unico popolo. Sono assolutamente partecipi di ogni cosa che succede lì, tra l’altro in Cisgiordania abitano molti Gazawi e quindi c’è un legame fortissimo tra i due territori. Perciò l’obiettivo della divisione delle comunità, cioè metter l’uno contro l’altro in tutti i sensi non ha funzionato, nonostante le pressioni, il denaro

Il 7 ottobre è stata una data spartiacque della storia. E’ come fosse scoppiata una pentola a pressione, la violenza è esplosa con un piano ben preciso. A detta di qualche dirigente di Hamas non consci della potenza di fuoco che avrebbe scatenato Israele dal giorno dopo, arrivando a creare un genocidio in diretta.

Si, teniamo conto che Gaza è sempre stata una prigione a cielo aperto, controllata dai quattro lati, nulla e nessuno si muoveva senza il controllo di Israele. Come è noto, con gli accordi di Abramo Hamas ha pensato che Israele avrebbe chiuso definitivamente la questione palestinese, tagliando fuori dalle decisioni qualunque rappresentante dell’Olp o di Hamas, certo. Questo ha fatto maturare la decisione dell’attentato del 7 ottobre, per rimettere in primo piano la costruzione dello stato palestinese, ma vediamo bene come è andata negli ultimi due anni. Un livello di distruzione e morte inimmaginabili, non esiste più nulla a Gaza: scuole, ospedali, strade, uffici, università, case e palazzi. L’intera vita civile cancellata completamente.

Una domanda retorica a proposito del 7 ottobre, sappiamo realmente cosa è successo, tutti i morti sono da imputare ad Hamas?

La risposta è che nessuno sa dare una risposta certa. L’inchiesta interna non è mai partita, perché è di una gravità tale che rischia di minare le fondamenta stessa dello stato. Se cade anche solo un mattoncino, cade l’esercito, cade l’intera narrazione, la stessa fiducia interna e lo Stato stesso in pericolo di vita. Si saprà la verità fattuale, la verità storica, solo dopo molto tempo che i protagonisti non ci saranno più, così come avviene in qualsiasi Stato. Quindi è improbabile che si vada avanti con l’inchiesta interna e giudiziaria su questi fatti, ci saranno sicuramente delle inchieste giornalistiche, come quella molto ben fatta del New York Times, dove sono state fatte centinaia di interviste, un lavoro durato mesi.

Oltre a Gaza la situazione è peggiorata anche in Cisgiordania con i coloni che si sono scatenati, una violenza senza limiti, sicuri della completa impunità. E’ come se aspettassero il momento ideale per pretendere tutto, ogni angolo di terra, proprietà e beni dei palestinesi.

Dall’8 ottobre 2023 si sono scatenati, la violenza dei coloni, che negli anni hanno moltiplicato il loro numero in Cisgiordania, arrivando a essere 700.000, è esplosa senza limiti. Con l’appoggio diretto delle forze dell’ordine, che addirittura aiutavano nei raid. Sempre con il benestare del governo, nello specifico i due ministri dell’estrema destra messianica Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, entrambi coloni con l’evidente intento di creare sempre più colonie spingendo la popolazione ad abbandonare le terre. In queste condizioni la popolazione palestinese è completamente indifesa.

Parliamo del nostro lavoro. La censura sull’uso sproporzionato della violenza di Israele a Gaza e in Cisgiordania è stata ferrea per il primo anno, poi la cronaca giornalistica è andata avanti, liberandosi lentamente dal senso di colpa di parlare anche della sproporzione di forza usata da Israele. Abbiamo visto la tragedia dei giornalisti a Gaza dove vengono uccisi a centinaia da Israele per impedire di documentare i loro crimini di guerra, ma venivano uccisi anche da Hamas se non si allineavano. Gaza in questi ultimi due anni è diventato il posto più pericoloso al mondo per i giornalisti. Qual è invece la situazione in Cisgiordania? C’è libertà di stampa, pluralità di media che raccontano la cronaca?

E’ difficile avere la situazione delle varie testate giornalistiche, della miriade di posizioni a cui rispondono, quali sono i poteri e le tensioni che stanno dietro una redazione. Naturalmente anche l’Autorità Palestinese controlla, anche lì i giornalisti sono sottoposti a una verifica.

Anche per te c’è stato lo stesso controllo?

Assolutamente no, ero libero di muovermi e lavorare in libertà. Ero uno pochissimi occidentali a vivere a Ramallah, da Israele ho avuto due permessi. Ero liberissimo di muovermi, fare interviste, video o foto. Non ho subito nessuna censura, né da parte israeliana né da parte del governo di Ramallah. Ma è abbastanza normale, perché ci sono rapporti di potere, interessi privati della comunità che non possono essere toccati, ma d’altronde qual è il giornalista che è totalmente libero di dire quello che vuole, anche alle nostre latitudini?

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