Lo scorso 18 luglio, presso il suggestivo e affascinante Eremo di San Vitaliano ubicato nel comune di Casola, precisamente entro l’area di Caserta Vecchia, si è tenuto un importantissimo convegno sulla viticoltura tra scienza e innovazione. Nella fattispecie il convegno, realizzato in collaborazione tra l’Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Enologia di Avellino e l’associazione della Strada del Vino del Casavecchia di Pontelatone e dell’Alta Campania, ha portato all’attenzione del pubblico presente le erudizioni del progetto di ricerca per la zonazione dell’Alta Campania.

Si è trattato effettivamente dell’esposizione di un progetto strategico per tutta l’area vitivinicola dell’Alta Campania, portando al centro la zonazione viticola: infatti, grazie al coinvolgimento di istituzioni, centri di ricerca e produttori, si è reputato opportuno considerare la zonazione quale strumento fondamentale per conoscere e stabilire approfonditamente le caratteristiche pedoclimatiche e agronomiche del territorio, valorizzandone le potenzialità e orientando le cantine verso pratiche produttive e una viticoltura ancor più qualità, sostenibile e autentica.


Nello stabilire l’identità di un territorio vasto e intersecante non soltanto la provincia di Caserta, grazie alla relazione di importantissimi esponenti della viticoltura, dell’enologia e del mondo scientifico, tra i momenti più importanti della conferenza vi è stato il confronto tra due casi di zonazione: infatti, si è messo il focus su Piemonte e Sicilia, anche grazie al contributo dei principali protagonisti di queste regioni.
Non è stata casuale neanche la scelta del luogo per ospitare l’iniziativa: l’Eremo di San Vitaliano, antico luogo di spiritualità incastonato tra i boschi di Casola di Casertavecchia, è un luogo denso di storia e silenzio, scelto simbolicamente per la sua vocazione alla ricerca, all’ascolto e al radicamento sul territorio, dedicato a San Vitaliano, vescovo dell’antica Capua.

È bene ricordare, tra l’altro, che L’Alta Campania è coincidente con l’area storica della Campania Felix, celebrata da Plinio il Vecchio per la sua straordinaria fertilità e ricchezza agricola, estendendosi lungo l’alto e il medio Volturno, i rilievi del Matese all’interno di due catene montuose facenti parte dei sette anti-appennini campani: la catena dei Monti Tifatini e la catena dei Monti Trebulani, noti per aver ospitato, per ben dieci anni, il grande condottiero africano Annibale, nel corso della seconda guerra punica. Da un punto di vista strettamente normativo, l’area corrisponde alla più ampia zona relativa all’IGT Terre del Volturno, che include i comuni di Alife, Alvignano, Bellona, Capua, Casagiove, Casapulla, Castel Morrone, Castello del Matese, Dragoni, Formicola, Giano Vetusto, Gioia Sannitica, Presenzano, Raviscanina, Riardo, Roccaromana, Ruviano, San Gregorio Matese, San Potito Sannitico, Sant’Angelo d’Alife, Sant’Andrea del Pizzone, Teano, Tora e Piccilli, Vairano Patenora, Vitulazio; invece i comuni della Doc Casavecchia di Pontelatone sono i seguenti: Caiazzo, Castel Campagnano, Castel di Sasso, Liberi, Pontelatone, Ruviano, Formicola e Piana di Monte Verna. Il quadro delle denominazioni, all’interno di quest’area complessa, si arricchisce di altre quattro Doc, tra cui la DOC Galluccio, la DOC Falerno del Massico, il vino più ambito dell’Antica Roma, prodotto tra Falciano e Mondragone, la DOC Roccamonfina, tra Sessa Aurunca e Roccamonfina e, infine, la DOC Asprinio di Aversa.

Va ribadito oltretutto che il Regno dei Borbone svolse un ruolo centrale nella riscoperta e conservazione dei vitigni autoctoni casertani: le vigne sperimentali borboniche, tra cui quattro a contorno del Belvedere di S. Leucio, ergo Torretta, Pomarello, Arcone e Spigonardo, vennero documentate anche dal Cavalier Antonio Sancio, intendente reale di Caserta e San Leucio, incaricato da Ferdinando I di Borbone; le vigne sperimentali borboniche rappresentano uno dei primi esempi in Italia di ricerca agronomica applicata alla selezione di varietà tipiche locali, tra cui il Pallagrello Nero, il Pallagrello Bianco e il Casavecchia. Oltretutto, accanto a queste esperienze, il Real Sito di San Leucio fu anche culla della produzione serica: le seterie borboniche, attive dal XVIII secolo, resero celebre l’artigianato campano in tutta Europa, contribuendo a una cultura del “saper fare” che oggi torna a vivere grazie al progetto di zonazione e valorizzazione integrata del territorio.

A favorire il buon esito della serata e il corretto svolgimento della complessa programmazione, sotto ogni punto di vista, vi era anche Massimo Alois, al timone della storica Cantina Alois a Pontelatone con l’esempio luminoso di suo padre. Infatti la cantina è frutto di un sogno che si è realizzato alle pendici dei Monti Caiatini, incastonata in uno splendido altopiano che si estende su una superficie di 9 ettari: è qui che Michele Alois ha saputo concretizzare la sua visione attraverso le vigne, la cantina ed una casa rurale borbonica dei primi dell’Ottocento. Avvalendosi nel tempo di enologi di eccellenza come Riccardo Cotarella e Carmine Valentino, oggi Massimo Alois ha voluto puntare davvero tutto sul territorio, affidando la conduzione enologica a due giovani casertani, Alessandro Fiorillo e Giovanni Piccirillo, provenienti da una solida formazione accademica presso la Facoltà di Enologia di Avellino e con esperienze lavorative di rilievo anche all’Estero.

Diplomatosi al Liceo Scientifico “Armando Diaz” di Caserta, Massimo ha proseguito gli studi laureandosi in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, discutendo una tesi sulla storia del diritto italiano dinanzi al professore Raffaele Aiello ed avente come relatore il professor Francesco Di Donato. Da buon casertano ha praticato il basket ed è un eccellente ambasciatore del territorio, sotto ogni punto di vista; tra le sue letture preferite annovera “La Storia di Napoli”, scritta dal professore Giuseppe Galasso in sei volumi, adora il film “In nome della rosa” di Jean-Jacques Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco, e spazia musicalmente tra la messa di requiem in Re minore K 626 di Wolfgang Amadeus Mozart e il rock progressivo britannico dei Porcupine Tree.
Particolarmente bravo in cucina, adora preparare anche piatti di origine lombarda, ricordandoci le origini meneghine di sua madre, tra cui i ravioli di burro e salvia con ripiena di spinaci e ricotta che, da amante del vino, accompagna a cento e più abbinamenti capaci di esaltarne il sapore in armonici sorsi. Alla domanda riguardo a cosa beva quando non beve i vini della sua cantina, risponde: vini francesi, tra cui Jura, Loira e Borgogna, i Viñaverde della denominazione spagnola Montilla-Moriles, i vini di Sonoma Valley, oltre che i vini di Piemonte, Marche e Sicilia.



Una componente fondamentale che lo ha contrassegnato concerne l’adesione alla chiesa protestante: incamminatosi verso il cammino romantico pentecostale, amante delle chiese del ‘900, dette del risveglio, Massimo segue il filone dottrinale attraverso la riscoperta della salvezza per grazia mediante la fede, non necessariamente attraverso un percorso di tipo etico-morale, praticando quella corrente del cristianesimo evangelico che conduce verso un modello religioso spontaneo e carismatico.
Tra le persone che maggiormente lo hanno ispirato, per una migliore comprensione della vita e quindi per l’adozione di un modello comportamentale-esistenziale coerente e dai sani principi annovera sua madre, donna Paola Raia, per la capacità di ragionare sui massimi sistemi Giovanni Traettino, esperto in Teologia Biblica; non manca di citare suo padre e suo zio Vittorio, esempi familiari che gli hanno saputo infondere, rispettivamente, la vena imprenditoriale e il desiderio di perseguire la qualità a tutti i costi.

Se c’è una frase che lo definisce meglio è il “così deve essere”, inteso nella filosofia kantiana, ossia nella misura in cui nell’etica non conta l’essere, cioè i fatti, bensì il dover essere, dettato dalla ragione, anche perché la legge morale e la ragione stessa sono gli strumenti irrinunciabile mediante cui l’uomo può sentirsi davvero libero e ambire a migliorare sé stesso.
La sua rigidità interiore è molto ben modulata attraverso le buone maniere di altri tempi, la disinvoltura gioviale e franca nell’interagire empaticamente col prossimo, un senso squisito di spontanea ospitalità, la non ostentazione e la passionalità che riesce ad infondere nei suoi discorsi, ricchi di aneddoti storici e di esperienze personali, tratti distintivi di quelle persone che, esattamente come lui, studiano e viaggiano tanto, confrontandosi con molte culture.

All’Eremo di San Vitaliano si è parlato di vino nell’Alta Campania romana. Rispetto alle recenti ricerche qual è stato il contributo dell’archeologia?
Come assunto dall’archeologo Claudio Calastri, soprattutto grazie agli ultimi rinvenimenti presso l’antica Trebula, non pochi sono stati i reperti archeologici recuperati, come anfore vinarie ad esempio, per non parlare della riscoperta degli antichi tratturi verso i Monti Trebulani e i Monti Tifatini. Insomma, riportando alla luce in ben cinque anni innumerevoli testimonianze, oltre che a compiere delle ricerche tra il complesso termale di Trebula Balliensis ed oltre trenta ipogei nell’Alta Caserta, appare evidente quanto il nostro territorio, di vocazione e storicità più romana che greca, sia stato da sempre apprezzato per la produzione di vino.

Quali evidenze per le componenti fenoliche dei 3 vitigni autoctoni?
Al momento i dati sono parziali e la partita è tuttora aperta, ma stiamo conferendo campioni all’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e la mappatura sugli zonali è ancora in fase di completamento. Sul Pallagrello Bianco le evidenze, facendo riferimento ai tioli, conducono a similitudini con la Nosiola e il Cortese. Per quanto attiene invece ai vini rossi, anche qui il quadro complessivo è parziale, ma il Casavecchia sembra avere precursori aromatici superiori a quelli del Pallagrello Nero.
C’erano anche esponenti della vitivinicoltura della Sicilia e del Piemonte. Quali aspetti accomunano e, rispetto alla zonazione a Caserta, che direzione sta prendendo il Consorzio?
Anzitutto credo la lungimiranza e la volontà di esprimere un territorio dettagliatamente. Il nostro tentativo di zonazione mira fondamentalmente al confronto e al dialogo, imparando il più possibile dai loro errori iniziali, lasciandosi ispirare dal loro esempio di modo che si possano trarre cogliere al meglio le loro capacità di fare zonazione e quindi modellare la nostra, in base alle nostre peculiarità territoriali più autentiche e singolari.

Da questo punto di vista ci entusiasma moltissimo tanto l’idea di zonazione del Barolo in Piemonte quanto la suddivisione di determinati distretti vitivinicoli della Sicilia in contrade. Dal canto nostro abbiamo già effettuato oltre sessanta carotaggi e altrettante analisi chimico-fisiche, non soltanto in riferimento alla geomorfologia dell’Alta Campania, ma persino campionature fenologiche da vigneti specifici in aree di forte caratterizzazione, ottenendo così una mappatura non soltanto dei precursori primari, ma persino di altre componenti aromatiche delle nostre uve.
Al di là di ciò qual è il tuo pensiero?
A questo progetto partecipano il Consorzio di Tutela Vini di Caserta e l’Associazione delle Strade del Vino di Caserta, assieme ad alcuni produttori, lo stiamo portando avanti noi viticoltori con i nostri fondi. Proprio perché si tratta di mettere insieme intelligenze e strumenti collettivi, tutto questo mi dà decisamente molta fiducia ed entusiasmo.

Inoltre, tutto ciò porterà fisicamente alla pubblicazione di un bellissimo volume dedicato all’Alta Campania, e in parte di Benevento, includendo un focus sull’Asprinio di Aversa. La pubblicazione dello stesso tomo darà anche vita ad un sito internet, incentrato sulla comunicazione degli obiettivi, delle implicazioni sociali e del vantaggio competitivo dal punto di vista della produzione. Il nostro auspicio è quello di tenere in vita un’area accomunata da un certo stile di fare vino irripetibile, facendone conoscere il potenziale e confidando nella risposta positiva del consumatore rispetto alla nostra proposta di valore territoriale a un prezzo corrispondente.
E don Michele. Potresti chiedere per noi un suo pensiero sul raffronto circa la sua epoca e quella odierna del vino casertano?
Mio padre ha effettivamente attraversato diverse epoche, colto dalla passione di mio nonno, il quale si divideva tra il setificio e la vigna, fino a farne una sua passione e quella che accomuna tutti noi oggi. Egli ricorda di quanto la produzione vitivinicola, grazie alle uve provenienti dalla collina di San Silvestro, fosse decisamente semplice e incentrata sulle quantità. In quegli anni va considerato anche che il vino era molto più legato al concetto di alimento, rispetto ad oggi, e quindi destinato a conferire un apporto calorico ad una società meno sedentaria e, evidentemente, meno orientata all’edonismo.

La differenza sostanziale, rispetto a quei tempi, è nella produzione con rese decisamente più basse, in una lavorazione più metodica, anche in funzione dell’evoluzione delle scienze enologiche, e una maggiore capacità di interpretare le uve e le annate.
Anche il Morrone è stato oggetto di studio?
Esatto! La professoressa Paola Piombino ha effettuato un confronto tra due siti: la vigna Morrone della Monica in Pontelatone, da cui prende il nome il nostro Pallagrello Bianco, caratterizzato da terreno calcareo situato a 360 metri sul livello del mare, e l’altro, entro cui è messo a dimora lo stesso vitigno, costituito da terreno vulcanico-sabbioso.

È stato rilevato dalla studiosa che il potenziale del Morrone è rappresentato da una forma di terreno calcio scambiabile almeno cinque volte superiore a quello vulcanico-sabbioso. Inoltre, nel nostro sito, il terreno conferisce alle uve un ph ottimale al di sotto dei 3,10, contrariamente a quelle allevate nell’altro sito e che si attesta tra i 3,33 e 3,40. Da ciò nasce un vino con maggiore capacità di invecchiare, grazie a una minore quantità di catechine e meno elementi ossidabili.
Quali novità dalla Maison Alois?
Potrei accennare al nome fantasioso e creativo per un futuro vino, preferisco invece ribadire che la novità è tutta nel nostro contributo alla zonazione, partecipando in maniera proattiva nel mantenere un gruppo unito e nel valorizzare il territorio, organizzando anche dei tour specifici per la divulgazione del nostro progetto a beneficio di tutti i viticoltori e produttori dell’area. Tutto questo viene decisamente prima del blasone familiare.
