L’etimologia del nome di Castelvenere viene fatta derivare da Véneri, toponimo originario di questo borgo sannita, probabilmente perché nella zona insisteva un tempio dedicato alla dea Venere; d’altronde, il termine “Vieneri“, contenuto nelle “Rationes decimarum” del monastero di San Salvatore, risalirebbe al 1308. Perché il nome di Castrum Veneris compaia, bisognerà attendere il XIV secolo. Usato per descrivere il castello costruito dalla famiglia Monsorio, il nome “Castiel Venere” compare nel “tavolario” di Giampiero Gallarano nel 1638. Il nome definitivo appare nel 1811 all’interno del “Decreto per la nuova circoscrizione delle quattordici province del Regno di Napoli“.
Castelvenere, un po’ di storia…
Come si può ben comprendere, la città di Castelvenere, famosissima per essere il comune più vitato d’Italia, ha origini antichissime: dagli scavi avviati nel 1898 viene riportato alla luce un villaggio palafitticolo, con il rinvenimento di una palafitta con ben 99 pali conficcati al suolo, ossa di muflone, nuclei e punte silicee appartenenti all’Età del Ferro. Dal 1151 al 1460 è stata feudo della famiglia Sanframondo, di origine normanna, per poi diventare, successivamente, possedimento dei Monsorio; nel 1532 contava trentasei famiglie che alla fine del Cinquecento diventeranno settanta. Nel 1638, dopo un’attenta valutazione e quindi alla stima del feudo, viene acquistato da Lelio Carfora, governatore di Cerreto Sannita, per conto della famiglia Carafa; è dal 1861 che Castelvenere fa parte della provincia di Benevento.


Il territorio comunale, posto a 119 metri sul livello del mare, è attraversato dal fiume Calore e dal torrente Seneta. Castelvenere attualmente conta circa 2400 abitanti, è suddiviso nelle contrade di Foresta, Marraioli, Tore e Petrara, e confina a Nord-Est con Guardia Sanframondi, a Ovest con Telese Terme e San Salvatore Telesino, a Sud con Solopaca e a Nord-Ovest con San Lorenzello.
Nel centro storico, presso via Mulino, si trova il Museo delle Tradizioni Contadine, ricavato in una delle cantine più caratteristiche del borgo medievale in quanto si snoda per decine di metri e, scendendo in profondità, è presente una sorgente d’acqua; il museo oltretutto contiene oggetti, utensili, attrezzi e vecchie macchine per la lavorazione dell’uva e la conservazione del vino, collezione che si arricchisce di anno in anno. Entro il territorio comunale, con un’estensione di 10 ettari, si trova il Parco Rascolagatti, precisamente lungo la strada statale 87 Sannitica che collega Castelvenere con Telese Terme; tale attrattiva, solitamente, accoglie cittadini e turisti il lunedì in Albis di ogni anno, giorno in cui si tiene la tradizionale “scampagnata vennerese“, manifestazione durante la quale si può degustare anche la “scarpella“, piatto tipico sannita riconosciuto ufficialmente tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali.

Naturalmente non mancano altri luoghi di interesse storico culturale: la Chiesa di Santa Maria della Foresta, che trae origine da un Tempio Basiliano, la Chiesa di San Nicola, vicino Piazza San Barbato, sono tra le principali strutture religiose assieme alla Chiesa della Madonna della Seggiola; tra gli edifici storici, invece, si annoverano la Torre Angioina, prossima alla parte più antica del borgo medioevale, a pochi passi dalle cantine tufacee, realizzate in età rinascimentale per estrarre il tufo grigio, poi adattate per la vinificazione e attualmente parte di un percorso turistico.
Al di là della maggiore superficie coltivata a vigneto rispetto al totale del suo territorio, la vocazione vitivinicola di Castelvenere, decisamente storica, la si può evincere anche dal fatto che nel 2013 ha vinto il premio come “miglior piano regolatore delle città del vino” e per essere stata insignita, nel 2019, del titolo di “Città Europea del Vino“, grazie al relativo progetto “Sannio Falanghina – Città Europea del vino“, intelligentemente condiviso con i comuni di Guardia Sanframondi, Solopaca, Sant’Agata dei Goti e Torrecuso.
Pertanto, l’economia del borgo è quasi tutta incentrata sulla coltivazione delle viti e sulla produzione di vino di qualità, anche grazie alle diverse aziende vitivinicole che si occupano principalmente di promuovere il territorio commercializzando soprattutto quella che un tempo veniva chiamata Barbera, la Falanghina e l’Aglianico, per quanto non manchino altre cultivar come Il Piedirosso, lo Sciascinoso, l’Agostinella, il Cerreto e la Coda di Volpe.

In questo eden della viticoltura che è Castelvenere, ubicato nella Valle Telesina, ricca di corsi d’acqua e con i suoi oltre 10 mila ettari vitati, tra le tante cantine di spicco che rendono grande questa Città del Vino è doveroso annoverare Ca’ Stelle.
Ca’ Stelle e il sogno dei fratelli Assini
Strutturata su un riuscitissimo progetto di ristorazione, comprendente un’offerta tra il territoriale e il gourmet, la cantina sorge nel 1992, grazie alla folgorazione inconsapevolmente condivisa di Mariano e Raffaele Assini, eredi di una storica famiglia dalle profonde radici, da sempre vocata all’agricoltura e all’allevamento delle viti: infatti, poco più che ventenni, i fratelli Assini, durante una delle tanti notti passate a sognare sotto il cielo stellato, poco dopo aver visto la stessa cometa, per quanto fossero lontano, espressero lo stesso desiderio, quello di avviare un giorno una cantina tutta loro, scoprendo dopo anni di aver avuto la stessa visione davanti a un buon calice di Camaiola.

Ci sono voluti non pochi anni perché la forza di volontà e il coraggio di emergere in una terra difficile dal punto di vista imprenditoriale avessero la meglio, così che la passione e l’intraprendenza costituissero le fondamenta solide perché Ca’ Stelle potesse nascere sotto l’auspicio di ciò che è diventata oggi: una realtà aderente al territorio e fedele nell’interpretazione delle uve, superbamente tradotte in vino sannita, grazie all’incrocio tra storicità enologica e innovazione.


Il ristorante in questione è Seduta 1807 ed è parte integrante del progetto cantina, così come è stato immaginato sin dall’inizio: cuore pulsante di una filosofia del bon vivre, è la perfetta sintesi dove gastrosofia, arte culinaria, materia prima di eccellenza e calici stellari si incontrano, grazie alla mano competente e dall’esperienza della signora Pina nell’infondere l’anima sannita anche nei piatti più particolari, alla ricerca dell’equilibrio negli abbinamenti e dell’ospitalità più genuina. Insomma, a Seduta 1807 si può gioire di un vero e proprio viaggio sensoriale attraverso un palinsesto culinario articolato e di grande espressività: dall’ondeggiante e azzurra proposta del menu di mare “Vela”, all’abbraccio della terra fertile nel menù “Virgo”, passando per la misteriosa dualità di “Capricorno”, fino alla delicatezza di “Sentori”, ogni piatto e ogni calice diventano una storia tutta da scoprire e sperimentare.

L’estro produttivo di Ca’ Stelle
Il nome evocativo della cantina e la proposta enologica sono un richiamo fondamentale sia per il navigante appassionato di astronomia che per l’enonauta desideroso di intraprendere un viaggio enologico alla riscoperta degli antichi nomi delle costellazioni, del loro significato e del loro sguardo millenario sui vigneti di questa terra, da sempre conosciuta e apprezzata sin dai tempi dell’antica Roma. Si può iniziare dalle bollicine di Falanghina Spumante Brut di Syrio fino ad apprezzare la dolcezza della versione passita dello stesso vitigno grazie a Omyga, altrettanto suadente e luminoso, passando attraverso Cassyopea, Falanghina del Sannio Doc da viticoltura biologica, piuttosto che apprezzare l’austera eleganza del Propyleo, Aglianico del Sannio Doc Riserva.

In realtà non mancano altre referenze, tutte espressione del vitigno di origine e di un modello enologico preciso, come il Kydonia, traduzione della finezza e della longevità della Falanghina attraverso la sua versione di vendemmia tardiva, ma ciò che rende altrettanto fiera la famiglia Assini è il trittico di Camaiola, un tempo Barbera del Sannio, che riescono ad esprimere nella massimizzazione del varietale: Antylia ne è la versione in rosa, l’Alkeys è l versione in rosso di questo vitigno raro, unico ed autoctono, e dolce Andromyda, sempre nella versione in rosso del Sannio doc, è l’interpretazione androgina di un vino decisamente versatile dal punto di vista gastronomico, più morbido ma senza rinunciare alla struttura e alla complessità.

È bene ribadire che Ca’ Stelle è l’unica cantina beneventana a dare ben tre interpretazioni alla Camaiola, come già visto, e rientra come azienda capofila nel progetto “Indigeno Sannio Camaiola”, che punta a creare sinergie e consolidare il network tra i soggetti coinvolti nel processo di divulgazione e di innovazione nella filiera vitivinicola del territorio, eleggendo la Camaiola quale vitigno autoctono più adatto a una viticoltura intelligente e sostenibile, quale esempio di tutela e valorizzazione della biodiversità locale, mediante studi sulla caratterizzazione genetica e sulla valutazione del potenziale enologico di queste uve.

Dopo essere stata iscritta, con il decreto firmato il 1° luglio 2021 da Stefano Patuanelli, miinistro delle politiche agricole, alimentari e forestali del tempo, nel Registro nazionale delle Varietà di Uve da Vino, la Camaiola vanta una grande storia: infatti, il legame di questo vitigno con il territorio sannita è antichissimo e si intreccia con le origini del vino “Telesinum”, prodotto nel territorio dell’antica città Telesia e commercializzato da Cornelius Hermeros, un mercante pompeiano con una rete di business in tutte le sponde del Mar Mediterraneo. Inoltre, le origini sannite di Telesia testimoniano una forma di viticoltura decisamente florida ancor prima degli antichi Romani: infatti le tracce storiche vorrebbero indicare Cato Sabus, da parte degli Osci, il capostipite dei Sanniti, soprannominato “venerabile” e “colui che pianta le viti“. Quasi perso nella memoria del tempo e delle epoche che hanno visto la presenza dei Longobardi, il vitigno è sempre stato coltivato in queste terre e, a partire dagli inizi del ‘900, vi sarà anche traccia del termine Camaiola.
Una visita alla cantina, con tutte queste premesse e la capacità di fare accoglienza in maniera competente e golosa, vale assolutamente il viaggio, non soltanto per i suoi vini ma per l’esperienza immersiva che riesce a relegare: dai calici di vini eccellenti alla vista imponente di una distesa di viti, che il grande patrimonio di biodiversità ampelografica che gli Assini hanno ereditato e preservato, poter vivere l’incanto notturno di una volta celeste con tutte le costellazioni ben visibili, grazie all’assenza di inquinamento luminoso, è qualcosa di sublime e di superba bellezza.
