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Cultura

Il Vino Italiano: un problema per ogni soluzione!

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo6 Luglio 2025Updated:10 Ottobre 2025Nessun commento18 Mins Read
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Si reputa, ultimamente, il vino sia sotto attacco per tutta una serie di ragioni, per giuste, accertate o sbagliate che siano, ragioni che alla fine vengono controbattute con argomentazioni fioche che, piuttosto che costituire tesi solide, favorevoli e in supporto a questo straordinario prodotto, decisivo per il made in Italy e parte inscindibile della nostra cultura e del nostro modello alimentare, finiscono col diventare la fatidica pezza che peggiora il buco.

Tra le cose più ridicole accade che in Italia, uno tra i Paesi con il più alto numero di sigle associative dedicate alla formazione dei sommelier, il tasso di alfabetizzazione sulla conoscenza del vino, in riferimento alla generazione z, è di un 3% scarso, come riportato all’ultimo Vinitaly.

Poco ci si rende conto che il vino, per certi versi, seguendo le dinamiche della società e non certo immune dalle fake news e dal clientelismo, è implicato nel processo del materialismo storico e, se è vero che un certo tipo di cucina tradisce il gusto per la spettacolarizzazione, il nettare di Bacco non sfugge alla stessa logica, con comunicazione e punteggi dedicati che servono a produrre, giustificazione al prezzo di vendita a parte, il carburante per la vanità di chi lo produce, sempre più in passerella e sempre meno tra i filari di vite.

Che belli i riflettori, il jet set e le premiazioni: ma d’altronde, sulle dita di quante mani si conterebbero i protagonisti del vino che molto umilmente ammetterebbero di non essere tra i salvatori del mondo, bensì degli onesti agricoltori, e che sarebbero i primi a indignarsi se uno di loro avesse più roboante visibilità dei tanti veri eroi che quotidianamente, in maniera silente e senza platealità, salvano vite umane per davvero?

Potrebbe apparire eccessivo, anzi pura pedanteria, associare una certa comunicazione del vino ad una celebre frase di Hannah Arendt, ma forse vale la pena tentare:

Mentire continuamente non ha lo scopo di far credere alle persone una bugia, ma di garantire che nessuno creda più in nulla. Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra bene e male. E un popolo così, privato del potere di pensare e giudicare, è, senza saperlo o volerlo, completamente sottomesso all’impero della menzogna. Con persone come queste, puoi fare quello che vuoi.

È la disonestà e la menzogna di certi produttori, di certi guru della comunicazione e di chi li difende, a gettare discredito su cantine deontologicamente e qualitativamente valide e sul made in Italy che, con il loro lavoro onesto, contribuiscono a rendere il vino assolutamente degno di essere bevuto e rispettato.

Viviamo nell’epoca della finzione, della comunicazione a marchetta e della manipolazione più sordida e spudorata delle notizie e, proprio perché la pezza d’appoggio che viene adeguata al buco generato dalle inchieste sul vino è costituito da una narrativa fondata su baggianate, arroccamenti di sistema, silenzi assordanti, se non omertosi, e giustificazioni poco credibili, ciò non  vuol dire che il mondo del vino sia da imputarsi affatto come uno dei mali del pianeta, e ci mancherebbe con tutte le guerre e i genocidi che si consumano sotto i nostri occhi, ma fa il paio con l’incoerenza, la disinformazione, la narrativa farlocca e l’assenza della verità in una macro-impalcatura comunicativa che è antitetica di una comunicazione reputazionale oggettiva e concreta, scevra di ogni mercimonio e logica clientelare.

È vero, il vino non è affatto uno dei mali del mondo, ma la bocca che proferisce menzogna, sosteneva Sant’Agostino, uccide non il corpo ma l’anima. A differenza di quanto sostengono coloro che sono avversi al giornalismo investigativo e al conseguente meccanismo del giornalismo d’inchiesta, ossia che il vino è sotto attacco, la verità è che i veri imputati, i reali detrattori del vino, sono quelli che con furbizia e inganno poi si lamentano di essere stati sgamati, se la prendono perché il potente meccanismo di omertà, quello sorretto da enti, associazioni e un certo tipo di stampa, l’esercito dei parassiti del vino che pur certo esiste, ogni tanto fa cilecca, e li becca con le dita nel barattolo della marmellata. A chi tocca non si ingrugna!

Il potente meccanismo di omertà ha fatto cilecca a causa dello scandalo del metanolo, per una sola ragione, cioè sono stati beccati, ma la giustizia ha fallito per due motivi: malgrado tutto, i colpevoli producono ancora vini e distillati, le vittime non le hanno mai risarcite, né loro né lo stato!

Il potente meccanismo di omertà ha fatto cilecca con Brunellopoli per la stessa ragione, ossia sono stati beccati, malgrado tutto se ne sono fregati, giustificandosi con il termine vitigno migliorativo, e anziché rendere più solido ed effettivo il disciplinare lo hanno modificato a loro uso e consumo, facendo cadere anni di falsi miti su terroir e monovarietale in luogo di Brunello di Montalcino. E, diciamocelo, hanno fatto un grosso favore ad altri amici e compari, perché in tutto il resto d’Italia i disciplinari sono stati modificati per tempo, prima di essere insomma pizzicati quando si decantava ancora la purezza del vitigno, mentre in realtà si dava a bere anche una buona dose di uve da taglio a insaputa del consumatore.

Il potente meccanismo di omertà ha fatto cilecca anche contro Report che, tra una imprecisione e l’altra, è riuscita a scoperchiare il vaso di Pandora e riportare all’attenzione del consumatore un po’ di magagne qua e là, un’interpretazione creativa della legislazione vitivinicola sul rispetto dei disciplinari, in quanto a provenienza delle uve, e un altrettanto fantasioso storytelling su quanto riportato in etichetta e nelle comunicazioni ufficiali date in pasto, anzi, date a bere al consumatore, su dati vini.

Insomma, ragazzate direbbe qualcuno, il vino in fondo piace uguale, lo comprano uguale e tutto finisce alla volemose bene, come da italico protocollo.

È ovvio che una delle maniere più semplici di procurarsi nemici sia quella di raccontare la verità, fregandosene di avere la convalida della comunità del vino, specie se stiamo parlando di quelli che il vino l’ammazzano ogni giorno, gettando discredito su un mondo bellissimo, fatto principalmente, evviva Dio, da persone operose e che meglio di qualsiasi altra industria enologica, costituiscono il volto più genuino della vitivinicoltura italiana.

Però, se qualcuno fosse giunto a procurarsi tedio fin qui, una battuta per alleggerire un po’ i toni ce la dovremmo pur concedere…

Nel vedere e ascoltare il servizio di Emanuele Bellano, dal titolo “In vino non veritas“, durante la trasmissione di Sigfrido Ranucci del 29 giugno scorso, poiché sono evidentemente dalla parte del vino, lacrimavo sangue da occhi e orecchie, indignandomi non poco: ma, corpo di mille balene, com’è possibile che Cantine Borghi di San Vincenzo a Torri, in Firenze, non abbia ancora ricevuto i 3 bicchieri da Gambero Rosso? È semplicemente inammissibile che un baluardo dell’enologia italiana si debba fare il mazzo a raccogliere vini sfusi da ogni parte dello Stivale, venire in contro, in maniera quasi francescana, alle cantine restate in panne, rivendendoglieli a poco euro al litro, senza ricevere poi uno straccio di riconoscimento. Insomma, una colletta da parte di chi i tre bicchieri li ha presi, pure grazie al loro alacre lavoro, proponendoli per la guida è d’uopo.

Parliamo di inventiva e solidarietà, di co-creazioni insomma, direi che #trebicchieriacantineborghisubito ci starebbe, eccome! 

Tutto questo, prima di proseguire il noioso sermone, per ribadire che non bisogna confondere informazione con pubblicità, né comunicazione con narrazione. Il vino deve essere autentico, poiché la prima direzione in cui il vino deve poter essere orientato è verso la verità, la condizione più naturale attraverso cui, fedelmente, lo si possa raccontare. Le parole giuste, dette con sincerità, fanno battere più forte il cuore di chi ascolta e mostrano gli aspetti positivi e tangibili che il vino genera in quanto a faro luminoso per il territorio.

Una comunicazione trasparente, piuttosto che l’ostinazione a voler lavare sempre i panni sporchi in famiglia e inforrare la polvere sotto al tappeto, genera fiducia nel consumatore. O no? Però certi enoeroici personaggi vanno oltre: non riescono ad ammettere che in Italia c’è un serio problema di alcolismo, ma vogliono aiutare a tutti i costi coloro che soffrono di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Madre Teresa di Calcutta levati proprio!

Nell’ultimo periodo, specialmente con gli altalenanti umori di Donald Trump relativamente ai dazi, sono tutti un po’ impazziti, eccetto nazioni sobrie come il Canada che, per tutta risposta, ha semplicemente fatto spazio tra gli scaffali della grande distribuzione organizzata, eliminando alcolici e superalcolici provenienti dagli Stati Uniti. Un capitolo a sé stante riguarderebbe la Cina, tra i Paesi più tassati, che in risposta alle tensioni commerciali, e senza scomporsi, ha bloccato subito le esportazioni di alcune terre rare, in particolare di magneti e metalli pesanti, tra cui samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio e ittrio, di cui le industrie a stelle e strisce vanno ghiotte, impattando purtroppo anche sul mercato europeo delle comunicazioni in fibra ottica.

Ma questa è un’altra storia forse, la geopolitica e l’economia globale sono faccende serie che andrebbero maneggiate con cura e spiegate da chi se ne intende per davvero, salvo farne un attimo uso giusto per rimarcare l’atteggiamento suddito di buona parte dell’Occidente verso gli States e introdurre i temi che più ci stanno a cuore: il vino, il wine marketing e “mannaggia ai dazi”!

È inevitabile considerare che la globalizzazione abbia effetti misurabili sulla società e sui mercati, per non parlare del fatto che è implicata nelle politiche del cibo, e tanto vale anche per il vino: occorre poter ammettere ciò, se si vuole avere una visione geopolitica d’insieme ampia e realistica, fondata sull’analisi del presente e sulle previsioni future, stando ai comportamenti del consumatore, all’andamento dei mercati e alle politiche sui costi, giusto per citare alcuni esempi.

Tutto ciò dovrebbe essere dato per scontato ma, esattamente come accade per la politica estera occidentale, diversamente da comportamenti autonomi e non omologati al pensiero unico, come quelli di Canada e Cina, per non parlare del rifiuto spagnolo all’imposizione dell’aumento di spesa per il riarmo, anche l’imprenditoria del vino si comporta con mediocrità ed esattamente come le masse, dando appunto la colpa ai dazi, di cui comunque l’incidenza è innegabile ma non assoluta; ma prendiamo ad esempio Il comportamento di gregge: esso si riferisce infatti a un fenomeno psicologico e sociale in cui gli individui tendono a seguire le azioni, le decisioni o le opinioni di un gruppo più ampio, o reputato più forte, piuttosto che agire in base alle proprie convinzioni o analisi personali.

Questo comportamento si verifica spesso in situazioni di incertezza o pressione sociale, dove l’adesione al gruppo è percepita come la scelta più sicura o vantaggiosa. E per certo non dovrebbe essere difficile riscontrare l’effetto gregge, grazie a certe assonanze, nel mondo dell’imprenditoria del vino, tanto in tempo di crisi che in periodi relativamente più facili.

Tutti a vendere negli Stati Uniti e, fin tanto che è andata bene, parecchie cantine hanno persino snobbato la possibilità di essere maggiormente presenti sui territori di riferimento, manchevoli di una politica di fidelizzazione, oppure di aprire nuove vie di sbocco verso altre regioni. Un esempio? La Campania del vino, stando al suo peso nelle carte del vino di gran parte dell’Italia, incide per un massimo del 2%.

La stessa regione consuma Prosecco a iosa, mentre il 90% dell’Asprinio di Aversa esce fuori, persino fuori dai confini nazionali. E la cosa ci fa piacere visto che a noi tutti piace l’affermazione dei marchi italiani nel mondo, ma quando le cose cambiano all’estero?

Non sono poche oltretutto le cantine che hanno perso terreno in Cina, mercato decisamente solvente e profittevole, perché non si è ben compreso che, nella vastità di una nazione con le proporzioni di un continente, esiste una costellazione di province e regioni autonome con altrettante consuetudini alimentari, gastronomie e approccio al consumo di vino diversificato, per non parlare della negligente condotta di non essere state mai in visita a referenti commerciali e partners, snobbando la fatidica stretta di mano e la chiusura di un contratto a tavola per confermare futuri ordini.

È legittimo che ciascuno scelga la propria strategia di marketing e di essere più incidente con attività di penetrazione di mercato in determinate aree piuttosto che altre, ci mancherebbe, ma le cose cambiano e le relazioni umane, tanto con il vicinato che con i partners dall’altra parte del globo, fanno la differenza.

Dell’assetto geopolitico e della fluidità del mercato del vino, elemento quest’ultimo che da solo dovrebbe far comprendere la necessità di aggiornarsi e pianificare costantemente, si potrebbe discutere fino a domani, introducendo il concetto di corridoio serbo, ottimale per una connessione indiretta con la Russia, piuttosto che studiare la trasversalità delle fasce di consumo nelle Filippine, ma una considerazione di fondo andrebbe fatta per ben altro Paese: sottovalutato fino a ieri lo è stato il mercato del Messico e non ci voleva certo una laurea in economia per capire che la sola capitale è una delle metropoli con il più alto tasso di ristoranti italiani nel mondo, a non voler citare altre aree floride per il consumo del vino italiano, tanto per compatrioti che per messicani che per turisti.

Altra parentesi: sarebbe divertente analizzare i vini di certe cantine inviati un tanto al litro in Brasile, ad esempio, e scoprire che, mascherati con nomi ed etichette diverse, qui ce le fanno pagare almeno dieci volte tanto.

Comunque, se analizzassimo meglio le dinamiche italiane rispetto al mercato interno, fatto salve le dovute eccezioni e i casi di imprenditoria lungimirante e virtuosa, ci renderemmo conto che, nel mercato drogato del vino, mancano proprio lungimiranza e virtù imprenditoriali. Spesso le cantine più famose in un borgo non sono neanche presenti nelle carte del vino dei ristoranti in zona. È o non è un problema?

A parte che non sono poche le aziende che non saprebbero riconoscere la differenza tra un blogger, un influencer e un giornalista enogastronomico, ergo neanche quella tra comunicazione, visibilità e reputazione, ci vorrebbe per lo più anche un disegnino per spiegare loro quanto un funzionario doganale possa essere un miglior consulente strategico rispetto ai tanti scappati di casa di cui si servono per farsi traghettare in qualche fiera all’estero, fatto salvo per gli specialisti, per pratica pregressa, o laureati in materie economiche, che hanno maturato esperienze formative internazionali sul commercio e sula conoscenza del vino, persino con master di altissimo rilievo.

Ma possibile che un Paese di santi, poeti e navigatori, manchi di quelle competenze imprenditoriali necessarie ad elaborare processi decisionali e nuove strategie di mercato? Assolutamente no, in Italia non manca affatto il talento, la capacità e la conoscenza necessaria, al netto di quanto detto sopra, però una considerazione a margine andrebbe fatta: l’imprenditoria del vino italiano, furberie a parte, è stata di fatto un’imprenditoria assistita da fondi regionali, fondi nazionali, fondi europei, OCM o come diavolo li si voglia chiamare, inclusi gli ausili delle varie Camere di Commercio per partecipare a fiere, attivarsi in pubblicità, ammodernarsi nella digitalizzazione e compagnia cantante.

Dopo oltre un ventennio di assistenzialismo il lardo ha smesso di colare, tuttalpiù restando accessibile a pochi.

Il contesto della Politica Agricola Comune e, di conseguenza, le regole d’ingaggio dell’Organizzazione Comune dei Mercati sono cambiate e non soltanto a causa della crisi che viviamo oggi, frutto di una combinazione di fattori, tra cui il collasso dei subprime, la bolla speculativa di internet, le politiche monetarie accomodanti della Federal Reserve, il fallimento oggettivo dell’Euro, preannunciato da Jim O’Neill, il blocco del canale di Suez a seguito dell’incaglio della portacontainer Ever Given, la pandemia da coronavirus e tutte i focolai bellici, non solo: troppo tempo nella comfort zone, condotta negligente e troppi soldi da spendere e che, da un po’ di tempo a questa parte, si sono sciolti come neve al sole.

Ma era proprio necessario fare il vino per vincere dei premi omologando tra l’altro il prodotto per renderlo più gradevole alle giurie internazionali e vincere, pagando, un posto al sole per appagare la propria vanità e staccare un prezzo maggiore?

Insomma, è il risvolto della “gourmettizzaizone” e della spettacolarizzazione a tutti i costi visto dalla prospettiva del wine cluster: mica si deve essere per forza coerenti e sostenibili, mica bisogna amare per forza un territorio, a meno che non si tratti della propria tenuta, mica si deve soddisfare per forza il consumatore finale, includendo magari un’informativa leale, trasparente e sincera?

Ma che cosa deve pensare un legislatore che indaga su chi, standosene comodamente a casa, si è beccato i finanziamenti, si è comprato l’ingresso alle svariate fiere della vanità con 25 mila euro o più, banchetti annessi, e adesso piange miseria perché sostiene che non ha abbastanza soldi per riparare le reti elettrosaldate danneggiate dai cinghiali?

E intanto gli stessi che hanno investito sulla propria vanagloria avranno pure avuto la faccia tosta di compilare la richiesta per ottenere l’indennizzo previsto dalla regione competente, levando ossigeno a chi ne avrebbe avuto davvero bisogno.

Siano ben chiare due cose: per fortuna la stragrande maggioranza delle cantine italiane non è coinvolta in certe dinamiche e ognuno fa dei soldi che riceve quello che gli pare. Ma comprarsi un premio e farsi pubblicità dovrebbero essere due sport e due campionati diversi, anche perché ci sono sin troppe cantine che non riescono ad avere accesso ai finanziamenti e, potendo, ne farebbero sicuramente miglior uso.

Però, ed è questo il grande valore aggiunto dell’Italia del vino, chi avrebbe davvero bisogno di soldi e ne farebbe miglior uso tace e tacendo difende chi il vino italiano lo rovina e che allo stesso tempo consuma risorse che sarebbero potute andare loro.

E intanto che Francesco Lollobrigida spiega cose l’Unione Europea ha stanziato 15 milioni di euro per sostenere l’industria vinicola sudafricana, con un focus sull’inclusività, ovvero promuovendo la proprietà di aziende vinicole da parte di persone di colore e donne.

Quindi non è il vino italiano ad essere sotto attacco, ribadiamolo, ma i soggetti che alimentano e fruiscono di questi circoli viziosi che ne danneggiano l’immagine. Si può mai pretendere poi da questi campioni dell’enologia e del marketing creativo, mentre vivono di riflettori, partitine a golf, selfie con la bocca a culo di gallina, che accedono a nomine in enti specifici e beneficiano di tutta l’attenzione mediatica come pochi, che capiscano i problemi della vita reale e dei veri produttori di vino, se reputano che la soluzione al problema sia ridurre la produzione e, implicitamente magari, aumentare il costo delle bottiglie?

Evidentemente i problemi del sistema vino in Italia non hanno a che fare con la congiuntura economica e con i dazi ma sono frutto di disorganizzazione e scarsa cultura d’impresa, tra le varie altre cose.

La direzione che il vino dovrebbe prendere, oltre che verso la verità e una comunicazione finalmente autentica, dovrebbe portare verso un senso della visione e della coerenza, verso una genuina attenzione alle reali esigenze del consumatore, fuori dai diktat di un mercato sorto grazie ad artifici utilizzati per creare tendenze e incuneare qualità indotta, ossia la costruzione sulla percezione della qualità, diversamente da una qualità oggettiva con un costo ponderato e accessibile; allo stesso tempo non è tanto questione di incapacità interpretativa sulla congiuntura economica e sulla crisi planetaria che stiamo attraversando, dando banalmente la colpa ai dazi, ma l’incapacità di fare autocritica, quell’irresistibile machiavellica leggerezza a fare i furbi a tutti i costi e ad ammettere il problema.

E intanto sembra di vedere il Titanic che affonda mentre, al posto dei musicisti, farlocchi cantori del vino ne descrivono la sinestesia, l’equipaggio di buyers vende vino pompato dalle guide a tutti i costi, spacciato come bene di prima necessità al prezzo di un bene di lusso, e le cantine più glamour che mai scattano selfie, con l’iceberg della decrescita economica sullo sfondo, assieme ai winemaker di grido e ai giornalisti che, intanto, hanno già il posto in scialuppa assicurato. E a questi scemi di guerra gli è pur dolce il naufragar in questo mare, pretendendo di spiegarci come salvare il vino, trovando un problema per ogni soluzione ragionevole.

Però non è che possiamo puntare sempre il dito contro quelle tre o quattro cantine, esistono pur sempre le lobby che insegnano a bere etichette, piuttosto che educare le persone a riconoscere il vino nel calice, formatori di eserciti del pensiero contingentato di super-consumatori, poco avvezzi a ragionare con il proprio naso.

Ci sono meno carte del vino di quello che sembra in giro: una carta del vino la riconosci subito perché è narrata, ma senza eccessi e ostentazioni, è personalizzata ma senza personalismi, contiene aneddoti, ma con opportuna proprietà di sintesi, ci si trovano elementi di neuromarketing, ma senza perdere il senso della poesia, incrocia se stessa al menu, dando suggerimenti discreti in forma di sussurro; insomma dovrebbe essere un vero e proprio “mezzo sommelier”, che guarda le spalle al sommelier mentre è occupato altrove. In giro si trovano elenchi del vino, tutt’al più liste del vino, smunte, scarnificate, senza voce, calore o emozione. Vorremmo parlare dei meccanismi di come un vino, grazie all’amichettismo e allo scambio clientelare, nella migliore delle ipotesi, entri in un ristorante, mentre tanti validissimi altri no?

Tuttavia, anche la categoria dei ristoratori merita un posto di prim’ordine in questo strampalato ragionamento, fosse null’altro per quei vini comprati a 3 e passa euro rivenduti addirittura a 25 euro, se non più, piuttosto che a 8 euro al calice. E l’accesso ai listini è possibile in un qualsiasi giorno della settimana a chiunque, a volerci mettere giusto un poco di impegno.

Quindi no, non è il vino ad essere sotto attacco, lo siete solo tutti voi!

Continuate a suonare adesso. Andrà tutto bene.

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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