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“GRIDO PER UN NUOVO RINASCIMENTO”. IL COMPOSITORE STEFANO MAINETTI DIRIGE IL DOCUMENTARIO CHE CELEBRA L’ARTE IN TUTTE LE SUE FORME

Maggie S. LorelliBy Maggie S. Lorelli7 Novembre 2021Updated:7 Novembre 2021Nessun commento7 Mins Read
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La proiezione del documentario “Grido per un nuovo Rinascimento” è stato uno degli appuntamenti più attesi in chiusura della XVI edizione della Festa del Cinema di Roma. Il 24 giugno 2020, dopo un preoccupato tam-tam telefonico fra un gruppo di amici appartenenti al mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo, prodottosi a seguito della chiusura totale, a causa del Covid, di cinema e teatri, è sortita un’iniziativa spontanea che ha dato vita, in pieno lockdown, presso gli Studios di Via Tiburtina a Roma, a una suggestiva rappresentazione che ha coinvolto artisti, tecnici e maestranze per accendere i riflettori sulla crisi del comparto, acuitasi con la pandemia, e celebrare l’Arte nelle sue varie espressioni. Uno spettacolo emozionante che ha visto avvicendarsi sulle scene illustri rappresentanti di tutte le categorie dei lavoratori dello spettacolo nazionale sulle note emozionanti scritte, orchestrate e dirette dal compositore Stefano Mainetti. Una “chiamata alle arti” che rimarrà nella coscienza collettiva, testimoniata da un documentario diretto dallo stesso compositore insieme a sua moglie, l’attrice Elena Sofia Ricci (a cui si deve l’idea della realizzazione del lavoro), e alla danzatrice Elisa Barucchieri, presentato per la prima volta al pubblico nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, sede della Festa del Cinema, il 23 ottobre, alla vigilia della Prima Giornata Nazionale dei Lavoratori dello Spettacolo, istituita dal governo per restituire linfa vitale al settore della cultura e dello spettacolo che – come ha sottolineato la Presidente del Senato Elisabetta Casellati, che ha introdotto la proiezione – “non sono solamente un arricchimento di carattere personale, uno scambio con il pubblico e un ponte tra i popoli, ma anche uno straordinario moltiplicatore di PIL per l’indotto che producono”.

Stefano Mainetti

“In questo lavoro trionfano le tante ragioni di gente silenziosa che non conosce orari – racconta il compositore Stefano Mainetti a Mediterranea – spesso precaria, ma sempre appassionatamente legata al dovere verso il prodotto artistico che contribuisce a realizzare. L’unione di queste forze, insieme ad un dialogo iniziato tra le parti, ha portato la commissione Cultura della Camera ad approvare la proposta di legge che istituisce per il 24 ottobre la Giornata nazionale dello spettacolo. Il testo, già approvato dal Senato, è quindi diventato legge”.

Lei, oltre ad aver preso parte alla regia, ha scritto anche le musiche del documentario. Ha sostenuto che il percorso di costruzione dell’evento le ha ricordato il melodramma italiano. Cosa intendeva dire?

“È vero, aver composto le musiche per il “Grido…” mi ha dato modo di riflettere su quanto il nostro lavoro continui a ricordarmi da vicino il Melodramma italiano, dove diverse forme d’arte si fondono, concorrendo a produrre un risultato superiore alla somma delle parti. Nel periodo di massimo splendore del Rinascimento fiorentino un gruppo di artisti, poeti, musicisti, letterati, sotto la guida di Giovanni Bardi, creò la famosa Camerata de’ Bardi. L’intento era di riunire sotto un’unica forma di spettacolo diverse forme d’arte: la musica, la recitazione, le arti sceniche. Il risultato fu la nascita dell’Opera Italiana. Con il contributo di tanti artisti tra cui Peri, Caccini, de’ Cavalieri, Rinuccini, Galilei e grazie all’apporto fondamentale di Claudio Monteverdi si arrivò a creare una nuova e rivoluzionaria forma di spettacolo che molto presto divenne famosa in tutto il mondo: il recitar cantando, così era definito il Melodramma dell’epoca, l’Opera, appunto”.

Lo stesso può fare il cinema?

“Mi piace pensare che il cinema sia la forma attuale di spettacolo che prende le mosse proprio dal Melodramma fiorentino, condividendone la comunione d’intenti, un messaggio veicolato a sollecitare il pubblico su un piano multisensoriale. In questo senso il nostro documentario non fa eccezione anzi, il fatto di aver coinvolto nel progetto quasi 90 categorie di lavoratori dello spettacolo, tutti per concorrere alla riuscita di un progetto comune, ricorda molto da vicino l’idea Rinascimentale di unire recitazione, arte scenica, musica, libretto e tutte le altre componenti che componevano l’Opera. Tutto concorre a comunicare all’audience un messaggio polivalente e strutturato per catturare i sensi e nel migliore dei casi muovere l’anima”.

I registi del documentario

Quando è nata l’idea di realizzare l’evento e come si è riusciti, in un momento di disgregazione dovuto alla pandemia, a mettere insieme tutte le forze creative che vi hanno preso parte?

“C’erano i presupposti; la crisi del nostro settore era già in atto da tempo. La pandemia ha lasciato tutti a casa ed è stato possibile convogliare le nostre forze per l’ottenimento di un risultato comune. Se si vuole cogliere un lato positivo di questa drammatica situazione, è che ha dato modo di riflettere a fondo sulla nostra condizione, proprio perché il lavoro si era improvvisamente azzerato. In un momento di grande difficoltà invece di scendere in piazza, l’impegno di tutti è stato quello di convogliare le forze prima su uno spettacolo, poi su un documentario, entrambi autoprodotti, organizzati in totale autonomia e volti a porre l’accento sui problemi dei nostri artisti e di tutti i lavoratori dello spettacolo. Questa iniziativa ha portato alla nascita di un disegno di legge per istituire la “Giornata nazionale dei lavoratori dello spettacolo”.

Perché si è scelta proprio la data del 24 ottobre per celebrare questa Giornata?

“La scelta del giorno 24 ottobre per celebrarla ha una forte carica simbolica: è in questa data che nel 2020 sono stati chiusi tutti i cinema, tutti i teatri e con la loro chiusura, centinaia di migliaia di famiglie di lavoratori dello spettacolo, già in crisi da anni, hanno perso definitivamente il lavoro”.

Elena Sofia Ricci

Non si rischia che, come altre giornate nazionali, diventi solo una ricorrenza autocelebrativa? O pensa che si sia davvero creata una coscienza comune nel comparto arte e spettacolo?

“Il 24 ottobre non è solo una ricorrenza, ogni anno saranno organizzati eventi e premi dedicati allo spettacolo. Certo è solo l’inizio, bisogna proseguire su questa strada e gettare le basi per un nuovo Rinascimento. Grazie a questo evento e a questa Giornata le istituzioni ci hanno finalmente riconosciuto come categoria dì lavoratori ma è ancora difficile far capire che il tempo libero altrui coincide con il nostro lavoro e non con il nostro tempo libero. Per produrre un film cinematografico di 2 ore centinaia dì persone lavorano anche oltre le 12 ore al giorno, lo stesso dicasi per il teatro, la televisione e gli spettacoli dal vivo. In questo il Grido ha avuto sicuramente il merito di porre di sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica”.

Ritiene che per i lavoratori dell’arte e dello spettacolo le cose siano migliorate dopo la fase acuta della pandemia? C’è stata una reale sensibilizzazione della politica rispetto alle problematiche del settore?

“Se è vero che il periodo di pandemia ha messo in luce tutti i problemi del comparto spettacolo nel nostro paese è altrettanto palese che questa situazione esisteva già prima; semmai, il Covid è stato un elemento catalizzatore che ha acuito con violenza lo stato di parziale abbandono in cui versano cultura e spettacolo nel Paese che ha insegnato al mondo cosa fossero arte e bellezza per svariati secoli. Aldilà degli incentivi occasionali, che sicuramente hanno aiutato, mi aspetto una presa di coscienza delle istituzioni preposte affinché dedichino maggiori risorse economiche a tutto il comparto arte-cultura-spettacolo. A tutt’oggi la quota del PIL italiano dedicata a questi settori è inferiore a quella della maggior parte del resto dei paesi europei”.

Crede che per cambiare le cose basterà l’impegno delle istituzioni?

“Credo che un tale miglioramento preveda un cambio di paradigma, a cominciare dalle scuole, dall’insegnamento della storia dell’arte e della musica. Se non cominciamo ad educare i ragazzi e a spiegare loro che l’arte e lo spettacolo non sono solo divertimento ma anche nutrimento per l’anima, temo che l’impegno esclusivo delle istituzioni non sarà sufficiente. Occorre innescare un circolo virtuoso che coinvolga tutti per riportare il nostro Paese al posto che merita”.

cinema Film musica spettacolo
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Maggie S. Lorelli

Maggie S. Lorelli, dopo aver conseguito la laurea in Lettere all'Università degli Studi di Torino, si laurea in Pianoforte al Conservatorio “G. Verdi” di Torino e in Didattica della Musica al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, svolgendo parallelamente studi di composizione e di musica elettronica. Lavora per dieci anni presso la Feltrinelli e, come autrice radiofonica, collabora con Radio Tre Rai e Radio Vaticana scrivendo e conducendo programmi musicali. Dopo uno stage giornalistico presso l'agenzia di stampa Adnkronos, scrive per varie riviste musicali specializzate e in diversi portali e blog. Svolge attività concertistica come pianista in vari ensemble musicali fra i quali il Trio Arcadia di Roma e il Musae Ensemble, ma il suo mestiere principale è insegnare in un Liceo. Alla passione per la musica affianca quella per la scrittura: ha al suo attivo numerosi racconti e “Automi”, il suo romanzo d'esordio.

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