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Young Lockdown. I giovani in zona d’ombra

Maggie S. LorelliBy Maggie S. Lorelli11 Novembre 2020Nessun commento13 Mins Read
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Sempre più connessi, eppure sempre più soli. Nella baraonda pandemica ci si è occupati degli adolescenti, in seno al dibattito istituzionale, solo in riferimento alla rapida riorganizzazione scolastica, fra gare pubbliche per l’acquisto di milioni di banchi per garantire la riapertura dell’anno scolastico in sicurezza e un repentino ma non inaspettato decreto di chiusura delle scuole superiori in presenza. Gli adolescenti si ritrovano così, dopo un’estate trepidamente spensierata, nuovamente chiusi nelle loro case, probabilmente destinati a un inverno di vuoto relazionale. Secondo un’indagine condotta dall’Associazione Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap e Cyberbullismo) in collaborazione con Skuola.net, su un campione di oltre novemila ragazzi tra gli 11 e i 21 anni in relazione allo scorso lockdown, nonostante un terzo degli intervistati abbia dichiarato di essere stato sempre connesso, per ben il 74% è aumentato il senso di solitudine percepito. Ma quali saranno per i giovani i risvolti psicofisici del nuovo lockdown soft?

“È indubbio che sia fondamentale tutelare la salute fisica e dunque adottare tutte le misure di sicurezza e prevenzione necessarie – afferma Maura Manca, psicologa clinica, psicoterapeuta, presidente dell’Osservatorio nazionale adolescenza Onlus e direttore responsabile della rivista scientifica online AdoleScienza.it, autrice di numerosi saggi dedicati al mondo degli adolescenti, tra cui il recente “Leggimi nel pensiero” edito da Mondadori – ma non possiamo focalizzarci solo su questo aspetto. Non dobbiamo perdere di vista gli aspetti emotivi: la salute psichica deve essere salvaguardata al pari di quella fisica, non può essere messa in secondo piano, come troppo spesso è stato fatto. Non possiamo rivolgerci ai ragazzi – continua – facendo arrivare loro il messaggio che devono stringere un pochino i denti, che in breve tempo si ritornerà alla normalità e che la condizione che stiamo vivendo sia una situazione di transitorietà, perché altrimenti vivranno in una condizione di attesa, non investiranno nelle attività del presente, perderanno la motivazione, non daranno alla scuola il giusto valore e non la seguiranno come dovrebbero. Se si mettono in questa condizione di attesa, perderanno fasi della loro vita, della loro formazione e alcuni segnali di disagio sono già tangibili”.

La psicologa Maura Manca

Pensa che sarebbe stato meglio tenere le scuole aperte, come hanno fatto altri paesi europei pur in regime di lockdown?

Assolutamente sì, il diritto allo studio è anche un diritto alla vita, un diritto all’insegnamento di tutti gli aspetti fondamentali, che non sono solo legati alla parte più formativa, e che non possiamo perdere perché altrimenti richiamo di perdere i nostri ragazzi. La scuola da casa non è paragonabile alla scuola in presenza, soprattutto “questa” scuola. La didattica a distanza, inoltre richiede tempi diversi. La partecipazione dei ragazzi non è favorita automaticamente dall’uso della tecnologia: funziona davvero solo se si lavora sulla compartecipazione e sull’interazione tra le parti. In più non ci dobbiamo dimenticare che lo studente, in tanti casi, fatica ad interagire con il docente e il livello attentivo cala velocemente. La tecnologia non può essere un sostituto, può essere utilizzata come supporto all’apprendimento delle discipline curricolari, ma non può essere interpretata come mera assegnazione di pagine da studiare o l’invito a eseguire specifici compiti.

Quali conseguenze si avranno a lungo termine nel modo di vivere l’affettività?

L’adolescenza è una fase delicata per lo sviluppo affettivo, emotivo e sociale. Ognuno di noi, in seguito alle misure restrittive dovute all’emergenza sanitaria, ha perso o sta perdendo qualcosa: i ragazzi rischiano di avere un vuoto, non solo formativo, ma anche affettivo e relazionale importante. Stanno affrontando un riadattamento drastico e non tutti sono in grado di far fronte ai continui mutamenti e cambiamenti con questa velocità. La tecnologia, che i più giovani stanno utilizzando su larga scala per restare connessi ai propri coetanei e ai propri familiari, potrebbe mitigare gli effetti potenzialmente negativi dell’assenza di interazioni faccia a faccia. Ma non si può pensare di colmare tutto con la tecnologia. Hanno bisogno di vivere i legami affettivi e di mettersi in gioco nelle relazioni, non solo da dietro uno schermo. Il distanziamento sociale e la paura del contagio rischiano di intaccare gli aspetti emotivi e affettivi caratteristici dell’essere umano, portandoli potenzialmente ad abituarsi gradualmente alla distanza e alla mancanza di contatto nelle relazioni.

Con la chiusura delle palestre e l’interdizione delle attività sportive amatoriali i giovani devono rinunciare anche all’attività fisica. Con quali conseguenze sul piano psicofisico e sociale?

Lo sport rappresenta un momento di svago e divertimento, permette di fare esperienza del proprio corpo e mettersi alla prova, favorisce la socializzazione, ha un profondo valore educativo e rieducativo. I ragazzi instaurano nuovi legami e amicizie, imparano a stare insieme agli altri e a collaborare per raggiungere obiettivi comuni, sperimentano la propria autonomia e apprendono come raggiungere i propri obiettivi. Venendo meno la possibilità di praticare attività sportive, si rischia di perdere tutti questi elementi fondamentali per il benessere psicofisico: i ragazzi possono mostrarsi apatici e demotivati, non svolgono alcun tipo di attività, diventano ancora più sedentari con il rischio di prendere peso, vengono limitate ulteriormente le relazioni sociali e le interazioni con i coetanei. E’ necessario dare a questi ragazzi delle alternative, per quanto possibile, cercando ad esempio di far mantenere loro, seppure a distanza, un rapporto con gli allenatori e i compagni di sport o squadra.

In una parentesi temporale non sappiamo quanto lunga, in cui gli adolescenti saranno costretti a praticare quasi esclusivamente la socialità virtuale, come cambierà il loro modo di relazionarsi agli altri?

I ragazzi, nel corso di questi mesi, hanno dovuto affrontare una continuità digitale senza aver avuto il tempo di metabolizzare il cambiamento forzato e senza poter recuperare pienamente uno spazio che li possa riportare in una dimensione fisica e relazionale diretta. Tanti adolescenti e giovani adulti si sono visti catapultare tutte le loro attività e relazioni dentro uno smartphone o un tablet. Il web sta diventando l’unica finestra che hanno per vedere e interagire con il mondo esterno, e questo può rappresentare un problema piuttosto importante soprattutto a lungo termine. Il digitale non può sostituire il contatto fisico. Siamo tutti più isolati, costretti ad avere meno relazioni e la rete rappresenta l’unico mezzo di connessione e condivisione. In tanti casi però la compensazione dei vuoti creati da questa condizione a cui eravamo impreparati, porta tutti, anche i bambini e i giovani, a ricercare spazi alternativi in rete, anche spazi di ascolto, riconoscimento, contatto e amicizia, con il rischio di abituarsi gradualmente ad interagire con gli altri attraverso il digitale, cambiando il loro modo di vivere le relazioni e gli affetti.

Quali sono invece i rischi del mini lockdown per l’educazione e l’istruzione, della quale la relazionalità è elemento imprescindibile? Ovvero: può esistere istruzione senza relazionalità?

L’elemento della socialità è fondamentale per gli adolescenti. I ragazzi si trovano in una fase delicata dello sviluppo: nella costruzione della loro identità hanno bisogno di acquisire maggiore indipendenza dalle figure genitoriali e di mettersi in gioco nel gruppo dei pari, per cui la deprivazione sociale può avere effetti a lungo termine sulla loro salute psicologica. Molti ragazzi sono demotivati e demoralizzati perché nella didattica a distanza non possono più avere i loro amici vicini, e questo aspetto rappresentava per loro una parte molto importante della scuola, forse ciò che li stimolava maggiormente. Togliere nuovamente tutto questo, dopo le rinunce e le limitazioni che hanno già dovuto affrontare nei mesi scorsi, significa perdere quella parte emotiva dei ragazzi, con un impatto a lungo termine non indifferente. Infatti, una prolungata assenza di queste componenti fondamentali nella loro crescita può portare allo sviluppo di una modalità che li induce a una distanza maggiore tra loro, senza il rinforzo degli aspetti positivi dell’interazione sociale.

Solitudine, apatia, disabitudine alla comunicazione emotiva, disagio adattivo sono alcuni tra i risvolti dell’inibizione sociale. Si rischia un fenomeno “Hikikomori” più generalizzato?

Il ritiro sociale può manifestarsi con uno spettro molto ampio, fino ai casi in cui si trascorre quasi la totalità del tempo chiusi nella propria stanza, come nel fenomeno “Hikikomori”, dove gli unici rapporti con l’esterno si hanno tramite i mezzi tecnologici e il mondo virtuale che assumono una valenza positiva, in quanto strumenti di compensazione.

Se non interveniamo subito, rischiamo di fargli prendere una direzione potenzialmente pericolosa, quella della chiusura, del non voler uscire, dello spostare la loro vita dentro casa e interfacciarsi con il mondo prettamente attraverso la tecnologia. Rischiamo di avere un numero sempre maggiore di ritirati sociali, di ragazzi che si chiudono nelle loro paure, nelle loro convinzioni, nel loro nuovo mondo gestito dal fantasma della paura del contagio, della malattia e delle possibili e non prevedibili ondate di ritorno. In tanti casi, la scusa della pigrizia o del non aver voglia di uscire nasconde proprio il non voler affrontare la paura. Non dobbiamo permettere che l’isolamento fisico, obbligato dall’emergenza sanitaria, possa diventare anche isolamento emotivo e si trasformi in una barriera di protezione.

Nella sovraesposizione alla tecnologia digitale, quali disturbi si rischiano in relazione allo stato psicofisico degli adolescenti?

La sovraesposizione al digitale ci porta per il momento a dover fronteggiare una serie di problemi e difficoltà legati alla stanchezza fisica e psicologica, all’accumulo di stress dovuto anche all’iperstimolazione. Occhi stanchi e spesso arrossati, affaticamento alla vista, mal di schiena o di collo, dovuti soprattutto ad una postura troppo statica e a volte scomoda, da mantenere per diverse ore al giorno tutti i giorni: possono essere tutte conseguenze dello stare sempre attaccati ai dispositivi elettronici.

Le aree che solitamente vengono più intaccate sono il comportamento (manifestazioni di rabbia, tristezza, irritabilità, chiusura), il ritmo sonno-veglia, e l’intensificarsi di diverse ansie e paure. In alcuni specifici casi i ragazzi mostrano anche apatia, scarso appetito o difficoltà nel dormire. I frequenti problemi di connessione, inoltre, rendono tutto più difficile e richiedono uno sforzo maggiore e un dispendio energetico non indifferente, andando a gravare non solo sulla salute fisica ma anche sul livello di stress e affaticamento mentale.

Lo scollamento dalla scuola intesa come luogo fisico di socialità, può incrementare la dispersione scolastica?

Assolutamente sì. La dispersione scolastica è un problema da non sottovalutare perché può creare un danno a più livelli. Se si perde un ragazzo non salta solo un sistema individuale, salta anche quello familiare, scolastico e sociale. L’errore di fondo che stiamo facendo è quello di porre l’accento soprattutto su dove collocare questi ragazzi, senza considerare che non si tratta di oggetti da posizionare, ma di risorse su cui investire. Se tagliamo quel poco di certo e stabile che avevano, come la scuola, perché la vita dei ragazzi prima del Covid ruotava interamente intorno alla scuola, si potrebbe creare un vuoto formativo ed educativo in cui si rischia di perdere troppi adolescenti. Ragazzi persi significa ragazzi deviati. Gli adolescenti invece devono essere parte integrante del cambiamento, che richiede una nuova forma di adattamento.

La comunicazione digitale, investendo il diritto all’istruzione, può alimentare le disuguaglianze sociali, non ponendo tutti nelle stesse condizioni di partenza, a detrimento dell’inclusione. Ciò può influire sulla meritocrazia?

Con la chiusura delle scuole e l’utilizzo in alcuni casi esclusivo della didattica a distanza le disuguaglianze sono diventate ancora più evidenti, perché è venuta meno la scuola come luogo a cui tutti potevano accedere. Non tutti gli istituti scolastici riescono a svolgere un’efficace didattica digitale e a raggiungere ogni ragazzo, perché non tutti hanno i mezzi per avere accesso alla didattica a distanza. La scuola deve essere una scuola di inclusione. Non possiamo distanziare chi non ha le possibilità e negare il diritto all’istruzione. La scuola ha sicuramente un ruolo fondamentale nel cercare di colmare le disuguaglianze, ma non basta, sono necessari aiuti concreti per sostenere le famiglie e fondi per le politiche sociali.

Con l’istruzione digitale aumenta il rischio del cyberbullismo, di cui sono vittime non solo gli studenti ma anche i docenti all’interno delle classroom. Si insinuano nelle chat messaggi offensivi di varia natura, da quelli più goliardici fino a casi di sexting, hate speech, body shaming e altri a sfondo sessista e razzista. Che consiglio dà agli adolescenti vittime di questo problema?

Con la didattica a distanza e l’utilizzo di WhatsApp o altri dispositivi che permettono di restare connessi e di fare videochiamate, i ragazzi si ritrovano con i compagni di classe a seguire le lezioni, scambiarsi i compiti o condividere i risultati degli esercizi. Ed è proprio in queste occasioni che molte volte si esclude un compagno durante la diretta sulle varie piattaforme o lo si prende in giro sul gruppo WhatsApp di classe, sempre attivo. Spesso accade che la vittima venga esclusa dalla conversazione, dalla videochiamata, dai gruppi classe o se, invece, viene lasciata al suo interno, ogni volta che commenta e dice qualcosa, viene derisa e incitata a fare silenzio. Sicuramente, lo schermo disinibisce, non c’è un contatto diretto con la vittima ed è più facile spogliarla dei suoi aspetti umani e vivere le azioni che si mettono in atto con estrema superficialità. In più, proprio in questo periodo in cui prevale la didattica a distanza, i ragazzi sentono ancora più lontano il ruolo degli insegnanti, percepiscono meno l’autorità e le possibili conseguenze che potrebbero esserci ai loro comportamenti: ad esempio in classe ci sarebbero state le note o le sanzioni disciplinari. Ciò che è davvero importante è che la vittima parli con un adulto di riferimento di ciò che sta subendo, in modo tale da non tenere più questo peso dentro e trovare insieme una via d’uscita. Inoltre, è necessario non cancellare le tracce di queste violenze online: messaggi, post o qualunque tipo di materiale che si trova in rete vanno conservati e utilizzati come prove nel momento in cui si denuncia alla Polizia Postale.

E che consiglio dà invece ai genitori e ai docenti che praticano la didattica a distanza qualora fiutassero episodi anche incipienti di cyberbullismo?

Il primo passo è non sottovalutare mai il peso delle violenze online sulle vittime: l’errore che spesso fanno gli adulti, infatti, è scambiare per ragazzate o per bambinate dei veri e propri episodi di prevaricazione.

Alunni e figli, vittime di questo tipo di violenze, hanno certamente bisogno di uno spazio in cui sentirsi ascoltati, compresi e riconosciuti nel loro problema, dove gli adulti, genitori e docenti, sono in grado di cogliere i segnali d’allarme, di far sentire loro la loro vicinanza e soprattutto che c’è una via d’uscita. Andrebbero evitate reazioni esagerate di allarme e di rabbia che andrebbero solo a sovraccaricarli ulteriormente, senza farli sentire realmente protetti e al sicuro. La soluzione, dunque, non è quella di allontanare le vittime dalla tecnologia, facendole sentire ancora più “diverse” e isolate, ma sostenerle e non permettere che si chiudano completamente nel loro mondo, facendo capire loro che altrimenti sarebbe come darla vinta a chi si diverte a farli soffrire.

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Maggie S. Lorelli

Maggie S. Lorelli, dopo aver conseguito la laurea in Lettere all'Università degli Studi di Torino, si laurea in Pianoforte al Conservatorio “G. Verdi” di Torino e in Didattica della Musica al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, svolgendo parallelamente studi di composizione e di musica elettronica. Lavora per dieci anni presso la Feltrinelli e, come autrice radiofonica, collabora con Radio Tre Rai e Radio Vaticana scrivendo e conducendo programmi musicali. Dopo uno stage giornalistico presso l'agenzia di stampa Adnkronos, scrive per varie riviste musicali specializzate e in diversi portali e blog. Svolge attività concertistica come pianista in vari ensemble musicali fra i quali il Trio Arcadia di Roma e il Musae Ensemble, ma il suo mestiere principale è insegnare in un Liceo. Alla passione per la musica affianca quella per la scrittura: ha al suo attivo numerosi racconti e “Automi”, il suo romanzo d'esordio.

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