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Giornata Mondiale della Salute Mentale: confinamento e disturbi mentali, uno studio dell’Università Bicocca mette in evidenza il nesso causale

Maggie S. LorelliBy Maggie S. Lorelli10 Ottobre 2020Updated:10 Ottobre 2020Nessun commento5 Mins Read
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confinamento e salute mentale
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Il 10 ottobre si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, con l’intento di ricordare che l’accesso ai servizi di sostegno psicosociale è un diritto di tutti, in ogni luogo. Come è noto, la pandemia è stata causa di un aumento esponenziale di manifestazioni psicotiche conclamate, e con la ventilata possibilità di nuovi confinamenti locali il problema non accenna a ridimensionarsi.

Sul piano scientifico, gli effetti del distanziamento sociale sulla salute mentale sono ancora in fase di studio. Tuttavia è possibile anticipare alcuni risultati di uno studio che valuta le ripercussioni psicologiche dell’isolamento su un campione di 1006 italiani durante la pandemia da Covid-19 condotto da Luca Pancani, Marco Marinucci, Nicolas Aureli e Paolo Riva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Bicocca di Milano.
I risultati mostrano che maggiore è l’isolamento e minore è lo spazio fisico in cui le persone sono confinate, peggiore è lo stato di salute mentale, fino ad arrivare a sfiorare la depressione e, per le persone più fragili, l’ideazione suicidaria.

In particolare, la disconnessione sociale, se temporanea e di breve periodo, può indurre emozioni negative come rabbia e tristezza, diminuire la soddisfazione dei bisogni psicologici di base come l’autostima e persino le capacità cognitive. Mentre esperienze prolungate di disconnessione sociale sono state collegate ad un aumentato rischio di depressione, pensieri suicidari e rischio di mortalità precoce (Baumeister & Leary, 1995; Holt-Lunstad et al., 2010).

Inoltre, i risultati evidenziano i fattori di rischio e le risorse di cui tener conto nell’attuazione di tali misure di isolamento. Già studi precedenti, come il modello di necessità temporale (Williams, 2009) avevano suggerito che le persone esposte a esclusione sociale di lunga durata – definita come l’esperienza di essere separati dagli altri fisicamente o emotivamente – entrano in una fase psicologica di rassegnazione, caratterizzata da sentimenti di depressione, alienazione, indegnità e impotenza.
Precedenti ricerche su individui in quarantena hanno dimostrato che tale esperienza può avere svantaggi significativi (Barbisch et al., 2015; Rubin & Wessely, 2020) come sintomi di stress acuto, ansia, insonnia e esaurimento emotivo.

Lo studio della Bicocca evidenzia che, oltre alla distanza sociale, anche le condizioni di confinamento entro le mura domestiche per diversi giorni consecutivi possono rappresentare un ulteriore fattore di rischio per la salute mentale, a partire dalle caratteristiche dello spazio abitativo (dimensioni, luminosità e possibilità di privacy), che possono condizionare in modo decisivo l’esperienza di isolamento delle persone, come già attestato dall’OMS nel 2007.
Lo scopo di questo studio è proprio quello di testare la relazione tra la lunghezza dell’isolamento forzato e l’adeguatezza dello spazio vitale sulla salute mentale durante la pandemia di COVID-19 in Italia attraverso un sondaggio condotto in rete.

Sulla base della teoria di Williams, i problemi di salute mentale sono stati valutati misurando le quattro conseguenze negative a lungo termine dell’isolamento sociale, vale a dire depressione, autostima, alienazione e impotenza. Ai partecipanti è stato chiesto di indicare con quale frequenza taluni eventi si fossero verificati nell’ultima settimana, su una scala da 1 a 7. Attraverso domande derivate dalle scale di ansia e stress da depressione (“Mi sono sentito senza cuore e triste”) o dalla scala dell’autostima di Rosenberg (“A volte pensavo di non essere affatto buono”) o l’alienazione misurata sulla Social Connectedness Scale (“Mi sono sentito disconnesso dal mondo intorno a me”), mentre gli indicatori di misurazione dell’impotenza derivano dalla Beck Hopelessness Scale e dal Beck Depression Inventory-II (“Il mio futuro mi è sembrato oscuro”).

I risultati attuali hanno indicato che, anche in un arco di tempo relativamente breve, la privazione sociale può avere ripercussioni rilevanti sul benessere psicologico degli individui, dimostrando che quanto più lungo è l’isolamento, tanto peggiori sono le conseguenze per lo stato mentale.
Innanzitutto, il COVID-19, come evento eccezionalmente estremo nella storia recente, potrebbe aver suscitato intensi sentimenti di paura e minaccia per la sopravvivenza umana, favorendo lo sviluppo di problemi psicologici. In secondo luogo, l’isolamento imposto può aver avuto un ulteriore impatto sulla salute mentale attraverso un ridotto senso di controllo sulla realtà percepita, specialmente nelle persone che non avvertivano il virus come una grave minaccia per la loro esistenza, come quelle che vivono in aree a basso contagio.

Non si pensi del resto che il rifugio nelle relazioni online, che pure hanno attenuato gli effetti negativi delle restrizioni sociali, agendo da cuscinetto e preservando la salute mentale, non abbiano esse stesse un impatto ambivalente sulla psiche. Numerosi autori hanno messo in evidenza i rischi del tempo passato davanti allo schermo – anche attraverso l’attività nei social network – per la salute mentale, dato che il tempo trascorso online ha ridotto l’impegno nelle attività e nelle interazioni offline (Twenge et al., 2018).

L’indagine della Bicocca ha dimostrato inoltre che, più adeguato era lo spazio in cui i partecipanti erano confinati, meno problemi di salute mentale venivano riscontrati. Questo risultato sottolinea il ruolo delle disuguaglianze economiche in relazione al benessere psicologico delle persone.
Nel complesso, lo studio suggerisce che limitare la mobilità delle persone, sebbene essenziale per rallentare la diffusione del virus, può mettere a dura prova la salute mentale con una portata senza precedenti nella storia recente. Pertanto, oltre a cercare di rallentare la diffusione della pandemia, occorre lavorare per rendere accessibili molteplici forme di supporto psicologico per gestire le situazioni più critiche, per salvaguardare coloro che hanno pochi contatti faccia a faccia e limitata capacità di utilizzare i contatti online come buffer, oltre che spazi fisici inadeguati in cui vivere.

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Maggie S. Lorelli

Maggie S. Lorelli, dopo aver conseguito la laurea in Lettere all'Università degli Studi di Torino, si laurea in Pianoforte al Conservatorio “G. Verdi” di Torino e in Didattica della Musica al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, svolgendo parallelamente studi di composizione e di musica elettronica. Lavora per dieci anni presso la Feltrinelli e, come autrice radiofonica, collabora con Radio Tre Rai e Radio Vaticana scrivendo e conducendo programmi musicali. Dopo uno stage giornalistico presso l'agenzia di stampa Adnkronos, scrive per varie riviste musicali specializzate e in diversi portali e blog. Svolge attività concertistica come pianista in vari ensemble musicali fra i quali il Trio Arcadia di Roma e il Musae Ensemble, ma il suo mestiere principale è insegnare in un Liceo. Alla passione per la musica affianca quella per la scrittura: ha al suo attivo numerosi racconti e “Automi”, il suo romanzo d'esordio.

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