La vita, nei piccoli comuni, scorre più o meno come sempre. Anche a Perdaxius il distacco sociale si sente, pur vivendo a pochi metri di distanza.
Sono giorni che fisso lo schermo del computer sperando di trovare le parole giuste per descrivere questo periodo surreale che ha sconvolto la vita di tutti, ma non è facile.
Faccio parte di quella folta schiera di persone che inizialmente aveva sottovalutato il rischio che stavamo correndo, vuoi per la distanza del luogo dove ha avuto inizio tutto quanto, vuoi perché spesso pensiamo-erroneamente- che non ci riguarderà. Oggi però tutti, o quasi, siamo consapevoli di ciò che sta accadendo non solo nel nostro Paese, ma a livello globale. Ormai ovunque si parla di Coronavirus. Basta accendere la televisione, sfogliare un giornale o aprire un qualsiasi social network e ad ogni ora del giorno e della notte veniamo bombardati da un’innumerevole quantità di notizie che vanno dalle buone pratiche da osservare, dal numero di nuovi contagi e ahimè al numero di nuovi decessi. Le città divengono i luoghi simbolo dell’emergenza, le strade fino a qualche settimana fa brulicanti di persone sono pressoché deserte, i locali chiusi e il silenzio assordante è spezzato solo dalle sirene delle ambulanze e dal cosiddetto “popolo dei balconi”.
Ma cosa significa invece, vivere in un piccolo paese ai tempi del Coronavirus?
In Sardegna su 377 comuni ben 314 sono piccoli comuni, ossia hanno una popolazione pari o inferiore ai 5.000 abitanti. Io vengo da uno di questi piccoli comuni: Perdaxius, 1.390 abitanti, nel Sulcis-Iglesiente, ed è qui che sto passando questi giorni di quarantena assieme ai miei genitori. La vita di paese, differentemente dalla vita in città, è scandita da tempi lenti e il silenzio per chi vive qui, soprattutto in campagna, è la norma. Se si percorrono le vie del paese, non è raro incappare in una casa abbandonata. Spesso sono dei ruderi situati nelle vie del centro storico che stonano accanto alle nuove abitazioni, ove le prime rimandano a un passato ormai sbiadito e le seconde alla nuova vita che tenta di resistere.
Io abito in centro e questo mi permette di avere una “finestra privilegiata” su come scorre la vita paesana in questi giorni. Vivo sopra il bar – l’unica opportunità di svago presente- ovviamente chiuso in seguito alle misure emanate dal Governo, e questo ha contribuito a ridurre il numero di persone che solitamente circolano sotto casa. Tuttavia nella stessa via sono presenti il tabacchino, un negozio ortofrutticolo e la macelleria, per cui posso vedere ancora qualche “sprazzo di vita”. I primi giorni di quarantena, a parte la chiusura del bar, la vita sembrava scorrere come sempre, non vedevo pressoché alcun cambiamento, e c’era anche chi sui social affermava che si stava esagerando con l’apprensione e le misure di sicurezza dato che qui e nei paesi del circondario non vi era alcun contagio. Da giorni però vedo molte meno persone in giro, in fila ordinata davanti ai negozi, chi può ha la mascherina e i guanti, si entra uno per volta e tutti rispettano le distanze di sicurezza. Qui in paese, ci si conosce praticamente tutti, fare la spesa ancora più che in città è un momento di socialità fondamentale, soprattutto per gli anziani che vivono da soli. Ora però tutto è cambiato, la normalità di cui spesso ci lamentiamo è stata stravolta, e uscire anche per fare la spesa è diventato un momento carico d’ansia e di paura. Paura di rischiare il contagio, e di mettere a repentaglio non solo la propria vita ma anche quella del prossimo.
C’è chi pensa che chi sta passando la quarantena nel proprio paese sia più “fortunato” di chi è in città. Indubbiamente vivere in un paese in questo particolare momento ha dei vantaggi: la maggior parte delle case, per esempio, ha un giardino, e chi vive in un monolocale di 30 mq darebbe persino gli ultimi panetti di lievito di birra pur di averne uno; in secondo luogo per noi vedere le strade del paese deserte è qualcosa che non si discosta poi tanto dalla norma; in terzo luogo, e ora lascio l’ironia da parte, per chi come me è a casa con i propri genitori, può stargli accanto, cosa che in tanti lontano da casa non possono fare. Per quanto concerne gli svantaggi, avendo vissuto per lungo tempo a Cagliari, non posso non citare l’assenza di Deliveroo e del sushi -sdrammatizziamo!
La verità è che gli svantaggi si sentono allo stesso modo delle città, vivo a 550 metri da mia sorella, circa sette minuti a piedi che percorrevo quasi ogni giorno per andare a trovare lei e la sua famiglia, ma ora non posso più farlo. Gli affetti anche qui, per quanto siano vicini, in realtà sono così distanti.
Credo che tutto questo ci farà cambiare prospettiva, il nostro modo di vedere la vita, le nostre priorità. In 13 giorni di quarantena abbiamo videochiamato amici, parenti, che diciamocela tutta, non sentivamo poi così tanto spesso; abbiamo avuto modo di scoprire quante persone di gran cuore esistano, tra cui non posso non citare tutte quelle persone che anche nel mio paese stanno cucendo mascherine per tutti; infine c’è chi si sta dedicando alla cucina, fa la pizza – vi ammiro, devo essere l’unica che non è riuscita a fare nemmeno i pancakes!
Insomma stiamo riscoprendo tante piccole cose, tra cui la gratitudine verso il prossimo. Verso coloro che ogni giorno lavorano negli ospedali, verso chi lavora nei supermercati e verso tutti coloro che continuano a lavorare mettendo a repentaglio la propria vita per far sì che la nostra possa proseguire un po’ più tranquilla.
Ma la lezione più grande che vorrei impartisse questa gravissima emergenza, è che le persone capissero quanto sia sbagliato cercare continuamente un capro espiatorio: ieri i migranti e oggi un’ossessiva caccia all’untore. Siamo tutti sulla stessa barca e il concetto di diversità è così relativo, perché in fondo ricordiamoci che tutto il mondo è paese!

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